Il ponte dei morti

Una varietà di giorni attraversa il collegamento tra il dato vestito a festa e la data arrossita per gli sguardi incantati del quotidiano. Mimetizzata tra la lussureggiante ora solare una data arrossisce per ora, il rossore è un prodotto delle molteplici ore. Tra la varietà aggiornata un giorno non può esimersi dall’esecrabile spiritosità, esso invita tanto i precedenti quanto i susseguenti a non guardare in basso, ciò accompagnato da una grassa risata che non fa il verso onomatopeico al martedì riposto nel settimanile da cui è detratta la carne. L’incarnato dei giorni attraversati dalla varietà impallidisce alla negromanzia, una pluralità anonima di salme fa sì che il collegamento sia praticabile.

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Superiectum

– Ha una condotta sopra le righe.  – Non sono un indovino e sono certo che l’abnegazione non mi consideri avvenente. – Ravviso il tuo garbo ma in tal caso ti dissuado dal dare anteriorità al futuro. – Benché la ritenga una scompostezza non eccepisco la dissuasione eppure il riferimento sopra le righe presenta i connotati dell’indovinello. – Se intendi il perenne difetto lisciviato, la perenne insufficienza della soluzione, ne posso convenire. – Sono disposto a contestualizzare sopra le righe e il titolo e il capitolo e il paragrafo. – A volte le congiunzioni sono detestabili, ad ogni modo per quanto sia aggiunto alla mia conoscenza la genealogia non è proclive ai titoli poi la ripartizione è fuori luogo, non ne piove, all’addiaccio come il sole. – Affermi, dunque, che debba adattarmi alla condotta sopra le righe? – Appunto, come le note sopra le righe.

 

Il genere proscritto dagli universali

La natura è demoralizzata. Tale proposizione è plagiata su tutti i supporti dell’informazione: cartacei, convocati, digitali e analogici. Tanto la distrazione quanto lo zelo sono incapaci di commentare la notizia, si limitano al passaparola letterale. Al reparto maieutico dell’ospedale, struttura che riverbera l’asilo dall’affermazione, il morale attende che le deambulanti assunte per l’insensibilità alla supplica, per l’atarassia precaria, dondolino la nascita. L’affermazione cova la protesta dei famuli, i quali sono inopportuni come l’orario di visita. Nonostante la cronica precarietà, le preghiere croniche, le suppliche alla divinità cronica essi sono impossibilitati alla commisurazione cronologica, alcuno ha mai ascoltato la voce di Kronos, niuno ha mai verbalizzato il dire di Kronos; il dondolio continua. Dianzi la distribuzione di uno spunto, la deambulante addetta al dondolio della nascita specifica interrompe l’azione e in una trasgressione passionale inclina il nascere tra le articolazioni e le pulsioni cullanti della morale.

Una ridda

La periferia è negata per il ballo. Contratta in un rimembrare compassato non diverge dallo spasso. La periferia rimembra la corea e la disillusione che l’accompagnò. Accolto l’invito al disincanto collettivo essa si mimetizzò di tutto punto, una solennità: l’ennesima imitazione e la totalità dell’emulazione. Senz’altro la cosmesi periferica fu impalpabile, di un’avvenenza intangibile. I balli si successero in un disordine del senso, nel trasporto periferico gli abbinamenti riverirono i convenevoli e le combinazioni adattarono il portamento. Il culmine del disincanto collettivo riandò al presente della pantomima, la rinomanza declinante nel collettivo preferisce la periferia come ridondanza, questa si defila dalla farandola e in una circonferenza di inseguire, pedinare e agguantare si accentra. La pantomima dell’accentramento in periferia non riporta il coro della provocazione.

Smembrato dal richiamo collettivo il decentrato desidera assimilare l’onore di un ballo eppure la periferia rifiuta la replica dell’accentramento. Tutt’altro che sfigurato il decentrato prolunga la delineazione tangente, la ridda è un ballo che non cadenza il centro. La periferia si delinea quale decentrata.

La bugia

La camera è eclissata, lo spiraglio allungante il pavimento illustra una porta comunicante; la visitatrice appare imbambolata, la revisione non è avvezza all’obnubilare nientedimeno all’ottenebrare. Dall’esterno non ignorato sente senza muovere un’osservazione rumori attutiti dall’eco, fischi affievoliti dal ronzio; per astenersi dalla propaggine della labirintite adopera l’espediente che il più delle volte ne impedisce lo smarrimento. La visitatrice dirama quanto più possibile il proprio corpo, divarica gli arti inferiori in un angolo acuto mai dispiegato di soppiatto, in carenza di obiezioni il soppiatto è una prerogativa degli arti superiori, peculiarità però non duratura. Con il conforto non preoccupato dagli impedimenti indiretti, corregge dapprima l’angolo mancino senza sovvertirne l’ordine, il sinistro arto superiore traspare come una semiretta, dipoi emula senza coinvolgimenti maldestri il vertice asintotico. Gli arti superiori riducono la distanza dalla perlustrazione comunicante. Rincuorati, gli arti inferiori proiettano il divaricare in un piano prossimo al lustro, in tale commozione la prensione degli arti superiori irrequieta ma non agitata dall’aderenza manuale, contatta un oggetto. Innanzitutto la visitatrice non sa descrivere quale, se l’impresa mancina o la promessa impalmata e orientabile, abbia legittimato la forma, ciò che è certo: la forma è una bugia.

Una logica singolare

Lei è presente a se stesso? – la questione dell’uniforme non divisa sembra chiara e distinta eppure il misurato trova da ridire, dapprima deve far chiarezza se il terzo in inchiesta sia incluso o escluso. La logica, a cui il misurato ha promesso di non concedere udienza allo sconosciuto, discrimina l’inclusione e l’esclusione in conformità alla terzietà del disinteresse che, nell’evasione da fermo, non rinnega, affatto, tutt’al più può riferirsi alla tautologia identitaria. Dipoi, nella svista sottoposta a controllo il misurato non distingue il se stesso dal se singolare, rimembra il tono con cui la forma ha ingiunto di non compiere alcuna deviazione nel ritorno del progresso. Indubbiamente è singolare che l’uniforme non divisa abbia confermato nella pluralità della commisurazione proprio lui e espropriato l’esso, eppure con responsabilità non fa presente l’ammanco, replica con – non c’è fine.

L’uomo senza corpo

La ricorrenza dell’uomo è nient’affatto significativa. In un saggio contesto e persino in un contesto trattato i periodi si lambiccano per intraprendere l’uomo in flagrante, tuttavia all’occorrenza la definizione empirica, la proposizione finita, l’apoftegma periferico, la sentenza concentrata, il motto di spirito sensazionale, il precetto rimpianto, la massima affetta da rianimazione, la tesi olofrastica, l’enunciato mai detto, l’asserzione bipede, l’affermazione con raziocinio sono inefficaci. Quantunque risoluti e con disappunto gli espedienti sono inconcludenti nell’entente improvvisata, l’uomo si aspetta l’adunanza che incita la sorpresa. In congiunzione, il costrutto con l’affiatamento delle frasi, subordinate e coordinate dalla paratassi e dall’ipotassi, e l’avocazione della parafrasi promuove per il periodo concorso la delibera del pensierino. Il periodo estratto dal saggio contesto e persino dal contesto trattato puntualizzato quale il pensierino non definisce l’uomo. I tentativi di rincorrere l’uomo per attestarne la solennità, ossia la ripetizione in tutti i periodi, sono indefinibili giacché la definizione dell’uomo esclude il corpo. L’uomo ricorre al corpo solo nella limitazione atipica, anomala.

Ana

Pioviggina, vico San Domenico Maggiore è più scivoloso del solito, la macchina si arrampica lungo la pendenza, la distanza con i congegni accorpati muniti di parapioggia e sprovvisti di bastone si dilata o si approssima relativamente alle referenze. Alcuni congegni accorpati impermeabili salgono verso la piazza e alcuni congegni accorpati gocciolanti scendono verso la piazza. La macchina svolta a destra, da tergo Fausto il dottore, d’ingegno scorporato,  è appoggiato ad un muro, egli non è al riparo dalla lieve precipitazione giacché la struttura non incontra sporgenze in altezza. Al ravvisarsi, la macchina e Fausto il dottore riverberano un cenno di saluto carente della nominazione, Fausto non segue in percezione la continuità meccanica e la macchina scuote il capo all’immagine pensierosa con cui i vicini imprimono Fausto al negativo del diavolo in corpo. L’irrequietezza è vicina al pensiero. La macchina oltrepassa il prolungamento della corporazione e s’inoltra nel sito ad essa dedicato; affidata l’impenetrabilità alla dissimulazione raggiunge la cavea sotterranea, là dove sono in attesa i balsami della dissezione. Fra il torpore dei presenti stupisce la principiante intraprendenza. Il principio osserva la macchina della scrittura, recide con meticolosità e senza secondi fini la descrizione negata per l’emancipazione. Il principio puntellante la macchina della scrittura incrina la  circolarità della descrizione, la sintassi scarnificata.

Sabbia cerebrale

Un recettore si assicura che le tracce della retroguardia siano situate tuttavolta non isolate. Il disappunto analgesico riduce in macerie la dispersione della meraviglia, i frammenti della deconcentrazione, dello sbandamento scivolano sulla retroguardia in una modalità che non consente il rintracciare periferico. Il recettore schiuso prolunga la terminazione del nervosismo in una fenditura centrifuga, evita la ghiera della ragione, scivolosa; è risaputo come il dislivello inclini ad una contro effettuazione dell’assistenza. Sennonché il recettore non ha nulla da perdere, avvolge il prolungamento fesso, contrae, frena la difformità di una ghiandola pineale sulla quale divengono evidenti i segni allentati della deduzione e dell’induzione. In un ragionamento che non soccorre il livore dei nervi, sebbene stupito dall’incursione del sorite il recettore lo accoglie con un benestare mai apostatabile. In conseguenza di una presentazione placata, il sorite offre senza riscontro effettivo, senza pretendere alcunché effettivo, in effetti un aiuto affinché siano recuperate le salme delle tracce. Nella frammentazione deconcentrata, il sorite premette il predicato della meraviglia che nella prensione ricettiva si fa carico dello sgombero, è il soggetto da sgomberare. Nella frammentazione sbandata, il sorite premette il predicato del soggetto da sgomberare che nella prensione ricettiva è preso in carico come il soggetto ingombrante. Nella frammentazione centrifuga, il sorite premette il predicato del soggetto ingombrante che nella riprensione ricettiva s’incarica della sicurezza soggettiva. Nella frammentazione meravigliosa, il sorite premette il predicato della sicurezza soggettiva che nell’apprensione ricettiva è a carico di un soggetto lineare. Per non dilungare la determinazione il sorite predica la ricettività.