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Archive for settembre 2015

1977

Periodo orbitale irriferibile, privo di origine e dell’ancora calendaristica, l’intervallo popolato, il diastema nominale e gli interstizi rivoluzionari. La diffusione di almanacchi ed effemeridi è proibita dalla legge, interdizione alquanto equivoca giacché non ruota il subalterno che sia in grado di predire ciò che ha letto. L’emanazione legittima è resa necessaria dalla leggenda del fuorilegge che sbarca il lunario. Senza alcuna raccolta scelta, solo con il passaparola, è possibile esporre, in sinossi inequivocabile, la deriva dei modi di dire. Il fuorilegge problematico tiene un giornale di bordo in cui annota ogni variazione nonché grado dei nodi sorprendenti e delle inclinazioni afferrate, istruito alla lettura, non dice bensì rilegge tutte gli appunti del passaparola corrente. Considerato in esilio, galleggiante su una deriva obliqua, è sbarcato in un punto scoordinato del pianeta, senza intervalli, con un leggio posato sul piano, rilegge l’intero giornale di bordo, alle orecchie dei subalterni il modo di adire l’abbordaggio fa da chioccia al contorno. Il detto riletto può adire le vie legali per vedere la luna nel pozzo.

Disdire

Nel paese disgraziato i soggetti in luogo degli abitanti dicono nulla, esso è rinomato per la discrezione. Gli archivi locali raccolgono il monito alle avversità e ai contrattempi. Una generazione incresciosa di soggetti fu chiacchierata come tuttologa, non sussisteva alcun argomento, alcun campo della riconoscenza, alcuna cronaca di cui non discorressero, persino la supposizione divenne oggetto delle conversazioni. Purtroppo i colloqui, i ragionamenti, le dispute, i dialoghi disfecero il verso del gettare, del getto, del gettito e le cose andarono in malora. Su ogni avvenimento gravava l’avversione o il contrattempo, in poche parole la disgrazia. Per questo tali soggetti vennero denominati quali iettatori. La generazione rincresciosa fu costretta ad assolvere la chiacchiera degli iettatori con il rimedio controverso. Di certo essa era impossibilitata alla recisione della lingua né in grado di deliberare il mutismo, dunque promulgò l’editto nullo, l’unico getto che non dava, non dà adito a chiacchiere è il nulla.

Nel paese graziato i supponenti la iettatura dicono nulla.

Il muro maestro

Il giorno di riposo coincide con il giorno scolastico. La classe non si sente al sicuro dalle intemperie, il disguido circa la consegna dell’edificio la costringe al riposo forzato. Non è istruita alla condizione morale del supplire e del sostegno, l’ufficio di coprire i buchi e l’incombenza a correggere l’impermeabilità con l’inalterabilità del solvente, indi la composizione accomoda, con scioltezza, la separazione licenziosa. Nella struttura muraria non edificante, la classe discorre della corporazione, a tutta prima è indurita dal riserbo colloquiale, salda nella comodità del parlare al muro; nell’intero secondato, dai contorni materiali apprende come i muri abbiano orecchie, orbene la cautela è d’obbligo in virtù dell’integrazione trionfale, della parlantina ristrutturata che non si esime dal riferire l’intonaco del discorso alla corporazione, la quale si sente in dovere di viziare l’ozio con l’accidia licenziosa.

Il giorno lavorativo coincide con la ridondanza del giorno di riposo scolastico. L’ignavia si presenta in luogo dell’intemperanza per candeggiare la struttura edificante. In effetti, un muro è imbrattato da una scritta inintelligibile al lavorio corporativo, essa deve essere strutturata.

Atetosi

Le convocazioni al saggio di danza degli infanti sono affidate. Per il coreo la conduzione ha ingaggiato alcuni fantocci, prodromi della lingua. Per il plauso è necessario presentare l’antefatto, la congestione dei loghi scolastici ha impedito la predizione del fato. I fans degli infanti, degenerati, avocano con concitazione le file antistanti la platea, il fatur indica la sua presenza da un pezzo, il fabor tace sulla proroga del venire, il fandi nell’eccitazione si defila, occupa la posizione. Ad ogni modo i fans sono bendisposti. Il saggio comincia sulla battuta del noto, gli infanti danzano al ritmo delle onomatopee, i fans sono storditi dalla propria afonia. Un paradigma, il fabor desidera competere con il fari nell’allocuzione faconda del nome poietico, ebbene, entrambi sono ammodo, nessuna voce del parlare intima loro il silenzio. Ad un punto che rinuncia all’intervallo, le osservazioni sulla danza sono distratte dalla cadenza del coreo, i fantocci fan le facce, senza vezzo e senza peggio, hanno qualcosa sulla punta della lingua, non scherzano. Nel parlatorio, il critico accreditato dalla rivista eloquente ripete a voce alta il modo di rivalsa per l’amenità propinata dalla conduzione. L’articolo a sua firma farà il verso allo spettacolo, il che è tutto dire, dabbasso il titolo nevrastenico, solo un ossimoro potrà ricompensare il suo sforzo.

Ectopia

L’ente accusa un malessere, predica i soccorsi, pronti previo giudizio assertorio. L’ente è trasportato in un’ambulanza segnalata dal circuito lampeggiante e dalla malia delle sirene, l’ente è avvalorato dall’attitudine ambulante. In emergenza, l’analisi del giudizio assertorio è refertata con un giudizio apodittico, dopo aver effettuato le cause prime, il malessere dell’ente viene circoscritto a ulteriori analisi, la sintesi è inopportuna sempreché l’ente tenga alla modalità finita. Dunque non resta altro da fare che prenotare l’ulteriore analisi. Dalle note analitiche si apprende che il malessere dell’ente sia dovuto a un’ectopia dell’essere. Per quanto le sezioni ontologiche tendano a disporre l’essere in ogni dove, esso si rapprende nell’ex. L’ente è fuori di sé per la diagnosi, l’assunzione di sostanze psicotrope, il rivolgimento dell’ente in psiche modifica il giudizio apodittico in giudizio problematico. Dal malessere, all’ex dell’essere, l’ente rimaneggia l’intervento evasivo della psiche. Essa notifica la procura dell’ente. La psiche deve regolarmente effettuare accertamenti per localizzare l’eventualità dell’essere topico, per anestetizzare tanto il malessere quanto il benessere.

Epigrafe

Lungo la parete, le cavità presunte sono segnalate da un’antologia sfiorita, la progressione numerica è obliata al pari di un’aritmetica inutile alla professione della gratifica. Al dispari, la commemorazione della decomposizione risalta per i loculi non assegnati, orba di memoria la composizione non trova nulla di disdicevole nella baraonda di cavità vacue e cavità presunte. L’ultima parola, rimproverata sulla soglia dalla parola rimediata di non rispettare la parola inusuale, si smarrisce nel dedalo del cimitero. Ella, l’ultima parola, non si è mai sentita fuori luogo, la sua caratteristica principe indossa la corolla della circostanza, le parole prosaiche le si son sempre rivolte come risolutrice delle proposizioni affini al punto deleterio. Ella suggerisce al lettore di non prendere la parola, nel cimitero, nell’antologia sfiorata non sussistono cappelle. Il reperimento prende il posto dello smarrimento, l’ultima parola si avvicina ai monumenti che presumono le cavità, stupefatta dalle linee che saldano l’alterità delle parole alle forme convenienti, alla predisposizione ad accogliere la parola rifugiata, l’unanimità, s’inerpica lungo la parete per giacere in una cavità. Il lascito dell’ultima parola sarà letto nel futuro, in un’era in cui le parole saranno unanimi, e avrà sventato con la rivoltante epigrafia del loculo, l’ultima parola, l’impiego della soprascritta.

L’affissione da sinistro

In auto, alla guida, sono distratto da un’immagine incorniciata nella retroilluminazione di una pubblicità progresso. Due mezzi di trasporto occupano il medesimo spazio di capo e di coda, anteriore e posteriore, della trazione non v’è traccia, la dinamica, dunque, appare, non riscontrabile, segni di frenata non sono evidenti, rimandi ad un alcolismo o tossicodipendenza responsabili, rassicurati dalla civiltà, ovvero lato passeggero, sono disillusi, il messaggio subliminale di un appuntamento mediato dal correttore automatico non incide. Previa segnalazione di direzione fermo l’auto nell’adiacenza del senso volontario, sotto la concessione immaginata leggo il motto, “L’anticorpo è il futuro dello spirito”, sulle prime non afferro il riferimento, cerco il marchio, la firma o l’attestazione della campagna, i maestri mi hanno insegnato la risalita alla fonte, la sorgente della corrente e a dragare l’insorgenza, poi mi sovviene il progresso dell’immagine. Risalgo l’auto e mi stacco dal senso volontario, un sensore trilla l’intermittenza, l’assenza della segnalazione direzionale, confesso la maldestra immissione nella corrente. Rimango nella mia posizione, interdetta e non contratta, riguardo il significato dell’anticorpo ma comprendo come il presente del senso sia il sensore.