La bugia

La camera è eclissata, lo spiraglio allungante il pavimento illustra una porta comunicante; la visitatrice appare imbambolata, la revisione non è avvezza all’obnubilare nientedimeno all’ottenebrare. Dall’esterno non ignorato sente senza muovere un’osservazione rumori attutiti dall’eco, fischi affievoliti dal ronzio; per astenersi dalla propaggine della labirintite adopera l’espediente che il più delle volte ne impedisce lo smarrimento. La visitatrice dirama quanto più possibile il proprio corpo, divarica gli arti inferiori in un angolo acuto mai dispiegato di soppiatto, in carenza di obiezioni il soppiatto è una prerogativa degli arti superiori, peculiarità però non duratura. Con il conforto non preoccupato dagli impedimenti indiretti, corregge dapprima l’angolo mancino senza sovvertirne l’ordine, il sinistro arto superiore traspare come una semiretta, dipoi emula senza coinvolgimenti maldestri il vertice asintotico. Gli arti superiori riducono la distanza dalla perlustrazione comunicante. Rincuorati, gli arti inferiori proiettano il divaricare in un piano prossimo al lustro, in tale commozione la prensione degli arti superiori irrequieta ma non agitata dall’aderenza manuale, contatta un oggetto. Innanzitutto la visitatrice non sa descrivere quale, se l’impresa mancina o la promessa impalmata e orientabile, abbia legittimato la forma, ciò che è certo: la forma è una bugia.

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