Aia

Non c’è più spazio. Enunciato per lo più vero. Gli strati delle strutture stabiliscono la distensione su sezioni, aree, zone, regioni, settori tantoché la domanda di contorno inerente le frazioni destrutturate è inaudita. Quel che a tutta prima è stato integrato come un ridimensionamento dell’estensione in vista di un fabbisogno di ricoveri per i concetti sempre più prodotti, moltiplicati, ha ricondotto lo spazio alla scomparsa, concludendo così le vuote disputazioni. Eppure l’enunciato è logicamente falso. Lo spazio si è ritirato in una contiguità non riscontrabile dalle strutture là dove esso non diletta, come argomenta il generale e dispiegano i particolari, il vuoto con passatempi delimitativi. Privilegia disporre la stoppia sull’aia.

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Diplacusia

Il praticante sente fischiare gli orecchi. Coscienzioso nel determinare la sorgente dell’eccitazione fischietta un’aria disorientante e simultaneamente mette all’indice i condotti uditivi. Ammutolito rileva una differenza d’intensità nella continuità sibilata. L’orecchio destro, una volta esiliato l’indice nella soglia di udibilità, dà udienza alla concitazione, un processione di suoni che enfatizza la pratica della benedizione e non vibra al silenzio. Anche se favorito dal sincronico esilio, nell’orecchio sinistro ancora incombe la proibizione di inserire se non ricondurre le estremità, è inaudita tale diversità di ascolto, indubbiamente attribuibile a quel mostro del corpo tutt’orecchi che in pratica maledice solo per darsi delle arie.

Passim

16 settembre 2017 4 commenti

Tra i piedi del settimanile giace il gatto. Il bipede ispeziona l’intero voluminoso contesto senza comparazione. Adatta la ricognizione all’affezione, ai topoi ove il miao è solito esaltarsi, purtroppo l’eccitazione è incorporea. Appiana l’opera, lascia che il formato adoperato cada in piano, istruito sulla sensazione come incitamento; no, persino la ricaduta, financo la pluralità delle opere sparse sul piano non smuovono la ricerca. Contrae le labbra e le rilascia in un schiocco, reitera l’operazione divagando nel contesto, poiché combacia soltanto la lacuna il bipede risolve per piegare gli arti inferiori e aderire con le estremità degli arti superiori al verso. L’impostura dell’adesione dura un istante. Vaga gattoni.

Il granchio

L’errore non è finito. Dal livello del marciapiede Elena non pensa alla dimensione dei tacchi, oltrepassa l’ostacolo comunale, trasferisce le scarpe dalle estremità locomotorie all’affinità prensile e a piedi nudi saltella di scoglio in scoglio per avvicinarsi all’iscrizione. Ferma sul tòpos depone le scarpe sullo scoglio giustapposto, osserva le increspature della superficie liquida, odora la salinità dei rifiuti utopici e con il garbo delle pieghe, con le inclinazioni delle natiche occulta la negazione. L’errore è finito.

Vidimus

La licenza di divagare con l’oggetto portatile gli è negata. Stizzito nei riguardi del provvedimento illegittimo ché lo relega in una condizione di irremovibilità esige di sapere. È accessorio che egli porti con sé l’oggetto, a garanzia della materia pubblica ne può reclamare il trasferimento. No; necessita che l’oggetto sia ovunque deposto pena una recisione. Niente da fare la condizione di irremovibilità riguarda anche l’illegittimità. Egli calcola a menadito gli avvicendamenti delle ispezioni strumentali sempre a garanzia della materia pubblica, assicuratosi della dinamica scoperta va a zonzo con l’oggetto che fuoriesce dalla tasca posteriore destra dei pantaloni.

Noi non abbiamo visto nulla.

Augusto

10 settembre 2017 5 commenti

Raccolte le proprie cose in una scatola un tempo destinata ad attutire i contraccolpi della fragile e trasferita realtà, il liberto letargico si congeda dalla padronanza della vigilia. Non gli resta che un’ultima faccenda per troncare la definizione dell’incarico. Scattante divora il battistrada. Una calca di liberti distanzia con una serie involontaria di calci l’ambìto affidamento delle proprie cose. È in oggetto l’assimilazione della cosa sennonché la laboriosità in cattività propende per un condizionamento dei liberti allo sfaccendare. Condizione inaccettabile favorente gli artifici. Fattosi strada nella calca un augusto sottrae senza alcuna destrezza le cose ai liberti per riporle all’interno di una giacca smisuratamente lunga. È singolare che l’augusto non deformi le cose e niente affatto che non sia deformato in oggetto.

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La detonazione

8 settembre 2017 2 commenti

Un oggetto impresenziato estrae il contenuto di uno dei molteplici tragitti secondari. È un segno. I lessemi artificiali delimitano un’espressione operativa, dalla struttura a rimorchio spunta e progredisce la meccanica linguistica, attivata ma non controllata da un traslato. Provvista di estensibili articolazioni connotative la meccanica linguistica esercita una pressione sui bordi dell’oggetto impresenziato, nulla accade, niente ne consegue. Tutti d’un pezzo con la denotazione i lessemi artificiali ripongono il traslato sulla struttura a rimorchio e avvicinano l’oggetto, non compiono che il primo morfema allorché l’innesco annichila tanto l’espressione operativa quanto un itinerario.

I testi di linguistica definiscono la detonazione come l’indennità da espressione operativa.