Il pacco

Spedito il vettore personale simula in una parola la giustapposizione dei fonemi, non appena il suono si accorda al sentito dire non tocca certi tasti. Nel dubbio il destino traballa con la vibrazione invertebrata, accondiscende alla riuscita del ricevimento. La necessità vettoriale infirma la genealogia inalberata, in un esercizio della salute invita a tenere in serbo per una decima la fragilità. Fuor di dubbio il destino non mette alla corda le avversità, non aderisce all’insicurezza eppure raccapezzare in senso lato il disimballo riassume la caratterizzazione di uno sballo. Il lavorio di forbici non ammanicato con il coltello attesta come il destino sia un rompiscatole.

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Il mattatore

Così è un argomento che taglia la testa al toro, quel che ritiene un omaggio dimostra però l’affronto. L’essere del toro non ama che i corni dicano peste del lemma, osserva conficcate nella proposizione la picca e l’insegna incappate in un’abbreviazione gotica, si accolla il fioretto immemorabile e rinvigorisce la premessa minore.

Eccitato quando in realtà sarebbe tenuto ad affannarsi nella mortificazione, omaggia la separazione di toro. Il letto a due piazze non è ammantato di rose, davanti al rito del voltagabbana l’essere del toro non abbassa il capo.

Esibiti al sole i candidi fazzoletti asciugano la lacrima che non lascia l’alone, sfuggita a chi non c’è più.

Locello

Il piccolo suo va in bizza, stupita dalla vanità dell’estensione fa appello all’estremo ridimensionamento, invola al catalogo della biblioteca il musetto di topo intrappolato nel grattare il corpo alla cicala, nel risalto che si fa in quattro non incallisce nelle peste, allarga le braccia a uno spazio personale, gli zimbelli non sono i soli avvantaggiati, anche il suo corpo non tollera più la voglia, di imperdonabile manica larga e tanto per cambiare tiene il piede in due staffe cosicché non le perda, le sono costate una rotta di collo, acciuffa lo scapolo in stato interessante e trova che non sia granché.

Penati

Lo stato di famiglia torna alla residenza con le sussistenze barattate al mercato assicurato dall’estinzione delle pulci. Posata la fragilità a carico di una persona riconosce dalle querele ferrate l’ubicazione delle chiavi. Accarezza la maggiore per mitigare le asprezze delle collisioni e la introduce nel rifugio serrato. Distribuite le sussistenze sulla tavola ambientata da cui sono banditi gli attrezzi di cucina, pedina le voci di corridoio. È a soqquadro. La composizione soffia un inventario che annuncia la bufera, mancano dei viveri, nello specifico due bottiglie di vino bianco. Lo stato di famiglia non comprende lo scomposto fermento, le avranno bevute i penati.

Barba di gatto

Ancora non è il momento, per giunta scafato sa che per il passatempo ogni cima è valida per attraccare lite. Le esortazioni in adagio sono deleterie, in linea di massima. Le preci a desistere sono rimandate agli smidollati, il bipede contraddice il verme. Non ha nulla da obiettare a che assaggi un po’ di terra.

Ancora in un angolo il lupo di mare ulula alla gobba, promette di rinunciare all’irritata depilazione e di prendere le mosse dal suo vecchio istruttore, in brache per aver impegnato la cintura, che lo tempestava con la presa in giro come invitta offesa per non mettere il muso.

Mentecatto

La gabbia ingrigita presenta alcune crepe stucchevoli. Icone spigolose sono accatastate su un mobiletto che di regola dorme in piedi. L’ora di sdraio del prossimo sabato bada a che il sole non si trattenga oltre il necessario nella sregolatezza in scacco. Non si dà una mossa, la partita va per le lunghe. La possibilità di averla vinta evade dalla costrizione, nata con la camicia è stata affidata a degli amorevoli tutori che in un assecondato battente ne hanno ricavato pezze d’appoggio. La carota mastica poco e male di lettura, amareggiata dal macero delle arance, dall’ingratitudine di dubbio gusto, non serra la grata.

Sfollagente

Quelli che sulle prime sono stati valutati come casi isolati e in seconda analisi come aggressive influenze circoscritte all’età puberale sono suffragati tuttora dalla diagnosi di un’epidemia. I sintomi appaiono inequivocabili, la ricerca telematica di una corrispondenza patologica rincasa nella ridondanza, gruppi di tre o più individui, il sesso non fa differenza di genere, in auto o a piedi, muniti di palloncini gonfiati con bevande alcoliche acquistate presso le cooperative dal commercio decentrato, bersagliano i refrattari che hanno fatto delle sagome un rifugio. Le più recenti direttive del servizio sanitario suggeriscono di mantenere l’anonimato e di consultare il palliativo di famiglia per la prescrizione barbosa, in questo modo i morti di fama non rischieranno le vivide insorgenze.

La coprolalia

Al trivio l’agenzia delle ammende batte cassa senza tenere conto delle ignobiltà. In pertinenza con il bando allogato lì dove la divulgazione spopola, alla bocca sdentata sorpresa a cavalcare il pettegolezzo non sarà unicamente revocata la donazione del tartaro, peraltro intombato, quanto imbeccata alla prolissità che non fa parola. I subalterni dell’agenzia, assunti per un concorso di date, fanno a sportellate per evadere la pratica di una bocca che non inarca il becco di una parola, nel dado del protocollo sembra più un becco che si leva le parole di bocca onde la loro razione di sale non sappia di licenziosità.

I dadofori

Dopo una durata in tempo per lo spazio imbandito, poscia una ridimensionata contemporaneità sono decisi a prendere il toro per le corna. L’uno fa il verso al nessuno, verde in acrimonia giunta al suo occaso Cautopates si scaglia contro Cautes che non lo vede per la purpurea smania. È impossibile farne una questua di principio in una prevista cupidigia. Con gli afflati che sanno di ebbrezza alimenta la definizione del campo visivo, non sta né in cielo né in terra che l’era vada a monte. Lancia la fiaccola al di là del monte e rabbuiato chiama in un vezzo il pari alla notte.

La copisteria

L’uditorio è in apprensione, cicala non trattenendo i morsi della fama. Nonostante la sintonia il canto soddisfa le esigenze dell’altera sgradevolezza. Non si spacciano favole, le morali sono oggetti di fermi eseguiti dal triangolo mobile. Formicolano i tremori, i sudori e i ghigni che non vorrebbero astenersi dall’iperbole. C’è da crepare alle aspettative. Avanti che i rantoli scandiscano le parole, mettano una buona parola, il conferenziere sbocca dabbasso il piano cattedratico. Il disincanto dei redivivi struttura la sala. Senza moderazione né relazione il contributo muta il sentire. L’uditorio scuote i padiglioni auricolari con un’indicata irrequietezza, quale conferimento nell’inconcepibile erranza! Si confida nel ricetto delle orecchie per interrompere i vagabondaggi del sentire.