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Archive for giugno 2016

Lo spauracchio

Il serraglio ontologico è devastato dalla proliferazione se non riproduzione di un parassita. Dai postumi in essere s’inferisce come tale parassita non appartenga al alcuna subalternità catalogata. Non necessita dell’ingrandimento o della riduzione delle osservazioni, né della traslitterazione dello σκοπέω, l’esposizione nient’affatto doverosa avanza il primato del de intensivo. L’intensità del primato, l’intensione del de non disintegrano l’ontologia, per niente al contrario esse la integrano con la deontologia. Purtroppo quest’ultima è inseparabile dallo spauracchio ontologico ossia l’etica. Il serraglio ontologico devastato dalla deontologia etica è integrato e dal benessere e dal malessere. Le delimitazioni dell’ontologia collidono con l’inquietudine delle anteposte inferenze fenomenali, il malessere le anchilosa in un’inevitabile ipostasi, versamento degli aloni. Il benessere subentra con la perlustrazione del serraglio, la deontologia etica calcola i differenziali in itinere delle ipostasi, degli aloni e non in qualche modo, bensì in quale modo scongiura, elude i contraccolpi. I limiti del benessere non sfumano i profili, delineano la possibile deformità dovuta all’anomala divergenza del parassita, la cui pratica è giustapposta.

Horror vacui

L’incorreggibile aggettivo protrae l’impressione. Tanto gli enunciati empiti quanto le proposizioni colme svengono. Senza il particolare di un’avvisaglia, senza il fremito che proferisce l’accesso in contrazione, dissimulano l’analisi incosciente e il saggio empirico del deliquio, gli enunciati urlano la sincope e al rinvenire appurano l’aplologia, nello specifico l’apocope, gli enunciati empiti divengono gli enunciati empi, le proposizioni colme al risentirsi, al riprendersi fuggono a destra e a manca, in un’esagitazione raccolgono i sensi smarriti e divengono il colmo di una proposizione, ossia l’eccesso di puntigli sicuri che rimugina l’asilo dell’ubicare. Tanto gli enunciati empi quanto il colmo delle proposizioni non ripetono il medesimo errore, il trauma dello svenimento non assimila le rimarginazioni né le cicatrici da espungere con il refuso, esse si rivolgono all’ipnosi pendolare dall’ovvia grammatica all’affinità della sintassi sull’abbrivio del sintagma  per dimenticare o rendere desueto, se non fuori dalle modalità performative e perlocutive, l’incorreggibile aggettivo. Nella cadenza dell’oscillazione sinistra del pendolo, l’aggettivo sfigurato sospende la mancanza di senso.

Traboccare

Calliope la peripatetica, sorpresa in parola dal disordine di etera, asseconda l’esortazione e fuoriesce, ossia la precede in uscita. In deduzione dell’angolo giro recepisce in sensibilità i lembi o quel che lei descrive come le strisce di un appartamento non edificante. Ebbene, quantunque concluda che la disparte sia strampalata e sbandata, la peripatetica sembra sbalordita dalla semplice nudità. Ha circuito il conteggio dell’ipotesi con cui la semplice nudità spoglia, sveste, denuda il soma dal corpo, deforma in somatizzazione l’adattamento corporeo, eppure in episteme si ritiene in dovere di riconoscere come l’ipotesi sia pregiudicata da una premessa clandestina, da un entimema, rigorosamente, di sconcerto. L’etera esorta, senza iterazione, la peripatetica a consegnarle la parola disordinata; corrisposto l’incentivo dispone Calliope su un’appendice in paronomasia su cui non grava il ripiego; senza replica esorta la peripatetica ad accomodarsi in analogia all’esterno improprio. Di là dal diletto della presentazione, della conoscenza e dell’assiologia della relazione, la peripatetica accompagnata e non scortata in intimità dall’etera, le domanda l’inconfutabile, ossia per lei l’una vale l’altra. In corresponsione combaciata, l’etera eccita la peripatetica con l’imperativo infinito, non sboccare che ella rimena come non essere sboccata.

Debordare

Nel suvvia della callipigia, là dove il bordo non si estende in altezza né in profondità, ma si distende in superficie, non in contrapposizione bensì in qualsiasi lato disponibile,  la peripatetica conviene sull’abbordaggio del soma e interrompe gli accorgimenti del movimento. Ella percepisce in sensibilità, in tal modo si esprimono i segnalatori del raggiro, un lato a lato irrelativo nel lembo di un appartamento non edificante. Incuriosita dall’ulteriore applicazione dello spessore con cui querela i girovaghi, si approssima al lembo evitando fisicamente gli urti fraintesi con una presa in giro. Batte in modo ambivalente le nocche contro la soglia, si trattiene accuratamente dal battente, dall’esterno non rinviene alcuna domanda presupposta. Attende non senza scorporare la nozione di svago che un angolo sia insensibile, eppure la previsione risulta vana. Decisa a non accondiscendere e a confermare lo spessore ripete l’ambivalenza che spazientisce la soglia, l’esterno non formula la domanda presupposta, senza contrarietà richiede una parola disordinata. La peripatetica è colta sul vivo, ovvero trapassa in un ciclo antitetico in cui non sa discernere l’esistenza dalla vitalità, un ciclo consegnato alla tesi come contravvenzione dell’arsi. Su due piedi articola la prima parola predisposta alla lingua, Calliope. La soglia svanisce così come il battente rincuora, in continuità l’etera la esorta ad uscire.

La macchina della verità

Il poligrafo applica l’affermazione e la negazione alla proposizione. Non senza versatilità si compiace della distribuzione funzionale. L’interrogatorio rappresenta il collaudo alla smentita della mozione di verità. I prolegomena con cui ha rassegnato la dismissione delle monografie come sfalsarsi della vicendevolezza sono archiviati, incartati, i vagli sono al riscontro della verità immutabile. La disamina principia con una serie di domande alesanti l’autenticità del rinforzo elementare. Il poligrafo domanda alla proposizione se essa sia un morfema, la risposta è no. In successione non ambivalente domanda se sia un fonema, la risposta è ugualmente no. In compitazione domanda se la proposizione sia un grafema, la risposta è un commutato no. Quantunque il monosillabo non confuti né infirmi l’autenticità, il poligrafo nota la solitudine della proposizione e la sua subordinazione. Per evitare che il collaudo alla smentita sia falsato da una penuria di collegamenti amplifica la traccia “Welcome to the machine” autografata da Roger Waters, l’incantatore della verità strumentale; il tracciato del suo interrogatorio costituisce un paradigma della poligrafia.  La proposizione dondola nel contesto ammodo e il poligrafo, accomodante, le sottopone la domanda dei megarici, il dire la verità e non la verità detta. La risposta della proposizione bilancia senza contrappesi l’affermazione e la negazione. Nella verità immutabile la proposizione è veridica.

Saldi

Nel mondo del denominare ricorre in un unico e prestabilito periodo dell’anacronismo una riduzione tutt’altro che curiosa. L’assiologia dell’anacronismo corrisponde al ritorno in se stesso del denominare, essa non funziona con i pezzi di ricambio riciclati dall’eterno ritorno dello stoicismo o dall’eterno ritorno dell’aforisma, delinea il ritorno del mondo all’estasi della nominazione. Nell’unico e prestabilito periodo dell’anacronismo è assiduo non preterire numerose file di nomi accomunati nella possessione dalla proprietà, farsi in quattro, un numero scorporato che non obietta alla succedaneità dell’otto o della dozzina, ma che osteggia le potenzialità immedesimate, per la soddisfazione delle istanze di repertorio. I nomi si prendono la briga di disdire il secondo nome. La riduzione consiste in una disdetta del secondo nome.

Un episodio ridotto, l’istanza dello storno, il cui secondo nome è scontato,  implica l’appagamento nell’anacronismo, lo storno ritorna nell’estasi della ritrosia.

La struttura correttiva

La ricognizione panottica si è esaurita. Gli ospiti del costrutto, accoliti dell’eccentricità, non arrestano il decentramento per cui la linearità dei punti di vista, lo spazio contratto tra i punti, l’elisione degli estremi del segmento in un’inferenza circolare sono astratti. La visione quale rivalutazione di un circolo cognitivo caliga in un decentramento in cui gli eccentrici errano perennemente in un tratto divagato. Il panopticon è demolito da un’impresa strutturalista la quale non si limita né delimita l’opposizione della refutazione, dell’atterramento ma escogita il dozzinale. Questi non è altro che la messa in pratica di un disegno mai progettato atto a evitare i contatti tra i principianti. Secondo l’aspetto di base i principianti varcano l’apertura irreversibile, un’apertura fine a se stessa, un’apertura divergente dall’uscita, uno ad uno, mai in simultanea, a un tempo immedesimato ad un insieme scodato. Dopo l’identificazione, anche nella pratica dozzinale i principianti non sfuggono alla modalità delle pari proposizioni, essi sono condotti o sono assegnati loro dei cubi isolati. I secondini, addetti agli aspetti della figurazione, all’ortogonalità di facciata che non prevede angoli tenebrosi e al senso lato aggirano le cospirazioni dei principianti che in ogni modo tentano di assecondare la permutazione di un’uscita.