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Archive for aprile 2011

Brachistocrona

Brevilineo: In breve, ho poco tempo. – Curvilineo: Come sarebbe a dire? – B: Non sarebbe; il sarà del dire indica l’è del dire. Il poco è nella traiettoria dell’indicativo. Il poco tempo fa comodo al modo indicativo. E nella comodità del modo coniugo i tempi indicati. Il mio dire, in breve, è nel ventaglio che soffia dal raggio presente al raggio anteriore al futuro. – C: In lungo, dovresti dire. – B: Come, come? – C: Se ho ben compreso la coniugazione del tempo da te indicata, nel breve, dovresti modulare il condizionale. Dai raggi del ventaglio indicativo alle diagonali condizionali, i vertici del presente e del passato. – B: Sì, ma ti sfugge il qualcosa. Nella quale cosa gli angoli del poligono. Meglio, il poligono. I molti angoli esigono una corrispondenza, una comunicazione, un contatto, vada per la congiunzione. La diagonale è esatta, come participio passato di esigere, e congiunge gli angoli, dal poli al meno che poli, nel caso da te menzionato, al duo, al duopolio. Bensì, la quale cosa sfuggente è attratta dal bensì, il duopolio delle diagonali non fa al caso dell’in breve. In breve, le linee rette che congiungono i vertici del poligono, per condividere il duopolio, non sono le vie più brevi. Dovresti ricordare l’abbreviazione di Leibniz, le variazioni e come una linea retta non sia la più breve. La curva, la curva della modalità indica la via più breve. – C: Meglio. Mi attengo alla declinazione discorsiva da te proposta e nel ricordo risaputo esprimo come una curva non possa mai essere indicativa. La curva è cieca, è sorprendente in quanto tale, in quanto curva non è tale come all’imboccatura, la curva in uscita è l’emergere della meraviglia, emerge in una traiettoria sconosciuta. Questa è la brevità della curva, in breve la traiettoria sconosciuta. Una curva indicativa, come tu la intendi, è una curva segnalata, una curva preannunciata da un indicatore di traiettoria, una curva che sfocia, sbocca in un rettilineo, una curva non più breve, ma annunciante la lunga distanza, non per altro gli amanti delle alte velocità prediligono, appunto, tali curve per dar di gas, come si dice in gergo, uscire dalla curva in piena velocità, per tradurre la distanza. La curva indicativa è una curva in traiettoria rettilinea, una curva ad alta distanza. Niente a che vedere con il rimando alle variazioni leibniziane. – B: Dal tuo punto di vista la curva come meraviglia non fa una piega. La curva non è una mera vigilia della via retta, non posso che condire il tuo dire, ma … ma la traiettoria è ciò che attraversa il gettato. Tu getti le condizioni, nel tuo concetto di breve, per la curva come distanza minima, ma non puoi, incondizionatamente, attribuirle la nescienza. Rigetto la curva nesciente e attraverso la traiettoria rettilinea, la traiettoria che nell’attraverso calcola le coordinate della preposizione, ordina la posizione che consegue al tra. – C: Commetti un errore se vuoi significare la curva sconosciuta, la nescienza come attributo della curva. La sconosciuta ne è un predicato. La curva predica la nescienza e ne consegue la meraviglia. Vedi? Ritorniamo al preludio, al prologo della nostra conversazione, quando indicavi nel dire la traiettoria del poco. Io non indico, né condiziono. La modalità condizionale era relata al campo discorsivo delle modalità, al campo semantico della coniugazione. Nel dire non vedo il poco, né indico il breve, nel dire prendo la curva, imbocco la curva e ne percorro l’inclinazione. Il concetto di traiettoria da te esposto non mi garba molto. Sei troppo assuefatto alla posizione, alla preposizione e alle disposizioni nello spazio. La traiettoria come attraverso il gettato, nel tuo caso diviene un progettato. Nel mio caso, nel mio concetto, è un gettare la disposizione spaziale per piegare il verso nei due versanti. L’attraverso non è la preposizione che anticipa il verso, ma il verso piegato in entrambi i versi. – B: Non credo di capire e ciò avvalora il postulato dell’attributo nesciente. – C: Un attimo. Immagina di dover attraversare una curva, da un versante all’altro. Come procedi? In linea retta o segui l’incurvatura ad arco? Immagino che ti affiderai alla predisposizione della segnaletica e, nel qual caso, non attraverserai la curva, in quanto è vietato dai codici lineari. – B: Hai colto nel segno. – C: Perfetto! Se non attraversi la curva, il tuo concetto di traiettoria è limitato alla linea retta, ai codici lineari predisposti e preposti, e non alla linea della curva. Dovrai convenire che la traiettoria non è un attributo ma un predicato della curva, il verso piegato in entrambi i versanti. – B: Anche se ne convenissi, ne direi un predicato nesciente. Ma a ben vedere sei riuscito a inclinare il dire dall’indicazione alla condizione, e in breve è tempo di tagliar corto. – C: In breve, nel minor tempo a disposizione.

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Sporgersi dal finestrino

Accelerato. Binario unico. Posti a sedere in numero precisato. Posti in piedi in numero imprecisato. Posto riservato ai mutilati ed invalidi di guerra e per servizio secondo le disposizioni di legge. La carrozza, messa a norma, prevede una riserva di spazio, un quadrato ancorato alla legge per la sicurezza sul trasporto, con apposito finestrino. L’invalido prende posto e dà valore allo spazio quadrato. L’invalido di guerra riconosce il quadro, il riconoscimento del proprio stato e la riconoscenza dello stato per chi ne ha avvalorato la patria. Il posto libero, imposto, è la condivisione dell’amor patrio, il pathos dei passeggeri in presenza di una dichiarazione d’amore per lo stato. L’invalido per servizio sposta i validi passeggeri abusivi e commisura l’area del quadrato alla delazione del trattamento di fine rapporto. L’infortunio sul lavoro ha tradito l’inabilità con il fine rapporto di una cessazione d’attività. L’abilità, il segreto delle ore abili al lavoro è stato tradito da una cartella clinica protetta da una parola d’ordine. La parola d’ordine: l’infortunato è inabile e anticipa la decorrenza della pensione nel limite del decennio. Passiamo oltre i requisiti e le rivendicazioni del fu inabile, ora invalido per servizio, e compatiamo il suo lavoro, il determinismo del lavoro nel posto assegnatogli dalle norme per la sicurezza sul trasporto. Egli impone la constatazione della propria condizione non alla condiscendenza dei passeggeri, ma all’incondizionato vitalizio o propensione al lavoro svolto in abilità. Dal pathos per la dichiarazione d’amore all’ethos per l’incondizionato vitalizio. In entrambi i casi il posto riservato per legge è occupato senza riserve. Il finestrino è chiuso. Il mutilato è orribile. È l’orrore ignoto. Il mutilato con l’applicazione della protesi è l’orrore noto. L’orrore della fragilità corporea. L’asportazione di una parte del corpo, nel caso di un arto superiore o inferiore, fa orrore alla vista corporale, la corporazione dei passeggeri non tollera la messa in mostra, l’artificio di corpo asportato e si allontana, alla giusta distanza, da ciò che si paventa. Lo spavento è ignoto, la distanza è indivisibile, come indivisibile è il corpo noto, ma l’ignoto condivide l’asportazione e l’importazione di una protesi applicata alle conseguenze di un postulato impressionabile. L’ipotesi di una protesi che asporti un organo, che importi un simulacro e che comporti una manutenzione del recettore o del vitalizio è autorizzata finché non verificata. L’ipotesi deve essere certificata da una scrittura pubblica di conferma, scrittura che attesti, che faccia testo con l’identità del mutilato, che coinvolga la fisiognomica con l’immagine del volto nel confronto con la fotografia. La fotografia è l’agevolazione di una scrittura con la firma in calce, l’identità della fotografia autografa. Il mutilato, orribile, nell’applicazione della protesi, e ignoto, nell’ipotesi di una protesi, deve contendere il posto riservato a norma di legge con l’anormalità del proprio orrore. Il mutilato ha accesso al posto riservato se non avanza delle riserve e da un’ipotesi di orrore dimostra di essere orrendo. Orrendo alla giusta distanza indivisibile. Il mutilato si riserva la sicurezza del posto e abbassa il finestrino. Senza riserva si sporge, è affacciato. Il divieto di non sporgersi dal finestrino non fa presa sul mutilato orrendo. L’orrore è un predicato del pericolo e nel caso del mutilato il pericolo è attributo dell’orrendo. Sporto dall’accelerato, sul binario unico, il mutilato convalida il paesaggio. Ma nel trasporto ricorda il percorso effettuato sul rapido, il finestrino spalancato, la faccia alle intemperie della velocità, il paesaggio invalidato e il doppio binario. Sul rapido, con la faccia sporta, il mutilato ebbe un faccia a faccia. Controcorrente, sul doppio del binario, giunse il doppione del rapido con un doppione di faccia sporta. Una faccia, senza dubbio, mutilata e orrenda. Una faccia valida. Nel faccia a faccia i mutilati discorsero del pericolante. Dal pathos per la dichiarazione d’amore, dall’ethos per l’incondizionato vitalizio, al logos pericolante. Ma il faccia a faccia svanisce nell’incorso accelerato e il mutilato può solo rientrare e chiudere il finestrino. Il vetro con l’artificio delle luci, ricorrente nell’elettricità, e con il fondo di una galleria, riflette una faccia. Il mutilato rinfaccia l’ignoto nel noto della protesi. La tesi diviene il pro della tesi, appunto, e il mutilato dal pathos, dall’ethos e dal logos riflette l’eros dello specchio. Eros che, nell’immagine sdoppiata, confonde la protesi, diffonde il pro della tesi nella tesi approvata, nella tesi nota. Eros che trasporta il mutilato in passeggero: è pericoloso sporgersi dal finestrino.

Pasqua

Dovrei oltrepassare la strada. Chiedo ad un passante: “Potrebbe indicarmi il passo per andare oltre?” – “È un problema. Si tenga al mio braccio, adegui il suo passo al mio e tenteremo l’oltrepasso.” – Grazie. Lei è molto gentile.” – “Beh, in effetti non sono ebreo.” Strana risposta, ma ripongo fiducia nel passante. Oltrepassiamo la strada sterrata. Il passante china il capo e torna indietro, sui suoi passi inadeguati. Dall’oltrepasso, alzo il tono di voce e infletto un grazie. Compassato, il passante si rivolta e modula un “Di nuovo?”

Dall’oltrepasso vi auguro strade sterrate e non strade asfaltate, orientate.

Elettrolisi

L’elettrodo concorre a che l’elektron porti in dote l’organismo. L’elektron importa l’organismo sottoforma di resina difforme. Le spoglie di un organismo infondono all’ambiente quel rivestimento della nudità che, in un tempo precedente, si sarebbe denominato ambiente organico. L’ambiente che lavora a stretto contatto con gli organismi per la riproduzione del vivente. L’organismo spoglio dell’organico, circostante all’ambiente decomposto, è sottoposto alla forma della forma. Le spoglie, come forma di un organismo vivente, sono sovrastate da una forma resinale, non residuale di un passato rivestito. La decomposizione delle spoglie è tenuta a disposizione dell’esposizione, come la sillaba postonica segue la sillaba tonica. L’elektron esporta l’organismo nella formazione di un fossile. Il fossile scritturato nell’elettrolisi non è un organismo estratto dalla cava di un ambiente nell’oscurità del tempo. Men che meno è l’organico attempato, né l’organico imbalsamato, nonché l’organico seppellito. Il culto dell’organico non necessita di un’epigrafe, ma di un occultamento subgrafico dell’organismo. Il balsamo dell’organico nell’organismo fossilizzato, l’ambra gialla. È un organismo esportato, nelle spoglie, alla modalità della composizione. La composizione che, in presenza dell’ambra gialla, risplende dell’esposizione. Dalle cave di un organismo decomposto all’esportazione di un organismo composto. La difformità gioca un ruolo preponderante nella forma, sia la sottoforma che la sovrapposizione si adeguano alla regola della forma della forma. Forma della forma che, non raddoppia la significazione della forma o la significanza del difforme, è la specificazione di una forma stratificata nella forma. L’elektron è lo splendore della forma, nell’importazione della resina e nell’esportazione del fossile ambrato. Sarebbe orecchiabile descrivere una forma contemporanea, una forma giustapposta all’imposizione di una trasparenza temporale, ma la scrittura, il contrattempo della scrittura, splende di difformità. La descrizione risplende della forma, la scrittura splende del difforme. La trasparenza che comporta la visibilità della forma cava, dell’incavo della forma, non è una trasformazione, un passaggio nel tempo di una forma trapassata in una forma che insorge. Se proprio volessimo giostrare la significanza della trasparenza dovremmo munirci del tagliando del dissenso e non del senso diafano. Ovvero dissentire dalla trasparenza come sorgente e insorgenza della forma, per stratificare il significato in una specificazione della forma. Lo strato di significato in una composizione di senso, in un’esposizione di senso. La significanza della forma ripudia la giustapposizione per assumere la contrapposizione del senso. La significanza del difforme non riassume il consenso contemporaneo, non riesuma l’assenso della forma sottoposta, non desume dalla forma sovrapposta la composizione della forma insorgente, consuma il senso significativo nel dissenso della significazione. La significanza è il difforme, lo splendore dell’elektron. O, nella scritturazione, è l’elettrolisi, la scomposizione del senso nella significanza difforme.

Otto volante

In quattro e quattr’otto infilo l’uno per uno. Un dorso mi precede e un dorso estraneo al dorso precedente si concede di essere preceduto da un altro dorso. L’antecedenza dell’uno per uno produce una fila di dorsi. Sporgo il capo, sfioro con il padiglione auricolare la spalla sinistra, il per dell’uno per uno non poggia su due segmenti ma è in bilico su un unico segmento. Il per è in equilibrio sul segmento, il più dell’uno più uno. I dorsi in precedenza non sono il dorso precedente per l’altro dorso che precede, sono in numero di uno più uno che, nella successione del collo inclinato sulla spalla, cede alla mia testa sul collo il numero otto. Per evitare le contrazioni che seguono al capotorto e per predisporre il capo alla ragione verticale ritorno alla moltiplicazione dorsale. L’uno per uno lascia il tempo che trova. Non misura il tempo di percorrenza della distanza dal principio della fila, in quanto la fila è uno per uno, è una fila unica, principio e coda della fila. Non trova sollievo nel risultare unico in fila e, pronto al contatto con il principio che lo rende ostaggio della fila, il principio è uno e l’ostaggio è uno, conta l’uno per uno nel risultato di uno. Il principio è ciò che si frappone a che l’uno divenga il qualcheduno sfilato. L’operazione dell’uno elevato alla potenza dell’uno nella fila, risulta come un qualcheduno che abbia compiuto la fila e sfili il principio. L’esordio: nel campo aperto all’uno sfilato mi ritrovo in compagnia. Subentra all’uno sfilato, l’attesa per due. Non devo fregare il lobo dell’orecchio destro sulla spalla destra, anche se avevo pensato, con l’uso della ragione verticale, di alzare un po’ la spalla per evitare le contrazioni del capotorto. Mi basta voltare il capo e scorgere l’uno per due. Non il segmento equilibrato dell’uno più uno, ma i segmenti pari, i segmenti di un uno per due. Noi due, pari, siamo in attesa. In attesa che l’uno per due prenda posto sul carrello e gli venga assegnato l’uno e uno. Uno due, ci muoviamo. Prendiamo posto. Uno e uno, siamo seduti. Il braccio di sicurezza cala sul nostro ventre e ci tiene ancorati alla postura corretta, la colonna portante. La ragione verticale intima al capo di guardare innanzi e attenersi all’uno. Il giro ha inizio. I carrelli lasciano alle spalle le addizioni e le moltiplicazioni dell’uno. La parabola dell’otto volante guida la curva della postura, la curva della schiena. La colonna portante non si allinea allo schienale con le braccia tese sul braccio di sicurezza, è importante che si adegui alle evoluzioni della cinetica. Solo nei tratti in salita la schiena si schiaccia allo schienale per poi spalancare le ali nei vuoti d’aria. Planare sull’assenza di respiro con l’apnea. La rarefazione dà quel senso di ilarità che precede il sopravvento nel braccio di ferro. Ilarità che, nei vorticosi istanti che seguono la vittoria, fa man bassa di tutte le suggestioni per arricchirsi di una pressione allentata. Giunga pure la gravità, dopo la sicurezza del sopravvento nel braccio di ferro, la depressione non mi sfiorerà alquanto. Il classico giro della morte evolve nelle ellissi moribonde e con lo sguardo ben attento a che nulla vada a finire negli occhi, scorre sulla retina l’avvento dello sfinimento. Avverto lo sfinimento e, non più finito, posso affermare, con un urlo, la mia gioia. Le braccia sono allineate alle gambe e paralizzano, con le mani, le ginocchia tremanti. Mi manca la terra sotto i piedi nell’avvento dello sfinimento. Nel ventre un brontolio, non un rigurgito, ma un’eco di una fame mai sfamata. L’ultima salita, la postura corretta, e l’ultima discesa, l’impostura dell’assenza d’aria per un corpo sfinito. Il piano d’arrivo. Da uno sfinito, volto il capo, e ritorno uno e uno finito. Il braccio di sicurezza si solleva quasi in segno di vittoria. Comprendo che non ho mai avuto il sopravvento. Ne esco sconfitto. Esco dal carrello come uno e mi ritrovo nella fila dell’uno per uno. Fila che non trova principi, ritrova l’uscita. Mi attardo, sono paralizzato e non perché abbia le mani sulle ginocchia. Dapprima genuflesso, dipoi cado al suolo, a mo’ di svenimento. Non mi va di rinvenire l’uno per uno, l’uno più uno, l’uno e uno. Allineato alla terra ricordo l’avvento dello sfinimento, mi tengo stretto alla terra, mi avvento sulla terra. Nello sfinimento ho provato la deformazione dell’uno nelle ellissi dell’otto. Dopo la pressione avverto la depressione dell’uno finito. No, non voglio. Ma che mi accade? In terra le ellissi dell’otto, le ellissi allineate alla terra rinvigoriscono il mio sfinimento. Che sia ristretto, mio malgrado, a risollevarmi? Che debba tenere i piedi nella terra dell’uno finito? Ma, dopo le ellissi allineate alla terra, l’uno finito non può che essere infinito. Mi sollevo. In quattro e quattr’otto mi rinfilo nell’uno per uno.

Eu

Il dittongo annuncia la voce del bene. La vocale congiunge l’accenno del bene all’accento perbene. La vocale velare chiude il bene alle sillabe che si spoglieranno dietro il velo palatino del dabbene per pronunciare l’ebbene. La dabbenaggine del nuncio preoccupa. Il nuncio occupa il luogo e nel da del bene ne riferisce i limiti. I margini del bene, l’origine e la finalità, arginano il da come separazione, come distinguo del bene dal male. Denuncia, nella vocale congiunta, il messaggio non recapitato, originato da un bene messo a disposizione ma non giunto a destinazione, un bene che torna alla posizione di partenza, quasi un bene indisposto. L’indisposizione è l’eccesso di bene che nella dabbenaggine si disperde tra i disposti a ricevere la missiva, i sostituti del destino e il destinatario non corrisposto. Il posto del bene nella dabbenaggine, sebbene sia riposto nel destino dell’annuncio, non giunge alla pronuncia, è oggetto di denuncia. Ma la denuncia dell’omesso preannuncia l’ebbene. L’ebbene è il bene che tralascia il da del dabbene. Lascia il da dell’origine, della destinazione, il da che intende il distinguo e fraintende il messo e l’omesso. Dal fra del fraintendere al tra del tralasciare, al tra del da e della e. Tralasciare il da del dabbene e rilasciare la e dell’ebbene. Il messo nel tra di una membrana comunicata e non nel fra di un fraintendimento scomunicato, commette il bene. La voce del bene prova l’emissione dell’ebbene dietro il velo palatino. Si spoglia del dabbene. Ripone sulla membrana il da arginante e espone la vocale che congiunge il bene. Dall’ingiunzione di un destinatario, dall’ingiunzione di una dabbenaggine che ne sostituisce i destini nell’omesso, congiunge la e, la congiunzione e il bene alla prova dell’emissione. Non è detto che l’emissione del bene si trasmetta nell’ebbene, la membrana comunicata è molle ed è facile che condiscenda al sebbene. Il sebbene è il bene che, nell’ebbene congiunto all’emissione del bene, si rimette al dabbene. La prova della e, della congiunzione e dell’emissione, sebbene sia spoglia del dabbene per esporre l’ebbene, è, altresì, compromessa dalla difterite. La membrana difterica rimette l’ebbene al dabbene, all’origine, in questo caso, dell’infiammazione, della falsa membrana, e nel percorso del dabbene si prognosticano i tempi della missione, nonché il defluire del messaggio. Il bene incorso nel fra di una scomunica, di una membrana molle e condiscendente alla falsa membrana, all’infiammazione della membrana, il dabbene che, per essere diagnosticato, deve rimettersi, ovvero rimettere il da del dabbene. Commettere il bene nell’ebbene, nella congiunzione al bene, deve rimettere il dabbene e prognosticare il sebbene. Nell’ebbene il nuncio rinuncia alla missione per commettere il bene, la commissione del bene. La vocale congiunta al bene, l’emissione del bene nell’ebbene, discende nel dittongo. Alla trasmissione del bene, che sposta il fraintendimento scomunicato nella comunicazione commessa, subentra la semivocale. La semivocale discende nel bene o, meglio, trascende il bene. Alla e che preannuncia il bene si compone la u che trascende. La semivocale discende nel da, nel se e ascende alla e. Nel dabbene trascende la scomunica, la destinazione del bene è spaesata. Il sopralluogo nella preoccupazione del nuncio trasla il da del dabbene, l’origine e la destinazione del bene, nel bene da pronunciare. Nel sebbene differisce il da rimesso all’origine del bene e il se come premessa del bene, la semivocale incorre nella conseguenza e nella prognosi del bene, ammette l’antecedenza della e. Rinuncia all’apposizione. È il preannuncio del dittongo. Nell’ebbene rinuncia alla posizione per conseguire la composizione del dittongo, dal bene comune, il bene che sebbene sia bene è rimesso alla dabbenaggine del nuncio, ebbene al bene commesso, alla congiunzione che discende dal bene. La semivocale trascende il bene e ne moltiplica la discendenza e l’ascendenza. Il da, il se e la e nella semivocale trascendente divengono il per. Il per del bene trasceso nel perbene. La semivocale e la vocale compongono la pronuncia del dittongo. L’eufonia discendente in cui la e precede la u. Il dittongo ascendente in cui la semivocale trascenda la vocale piena sarebbe un dittongo trascendentale e sia che il perbene non qualifica il permesso e sia che l’orbene è una promessa, il bene ne uscirebbe deposto. La deposizione del bene nell’orbene trascendentale, il bene che esorta il trascendente al fraintendimento trascendentale. L’orbene, la promessa del bene trascendentale.

Isteresi

Immedia e Rimedio sollecitano l’incontro. Rimedio, stanco degli incontri medi, degli incontri rimediati da un confronto dei riscontri, è solleticato da un incontro immediato. Rimedio è puntuale al riscontro dell’incontro. Il riscontro è un promemoria, un esercizio della memoria per stabilire a che punto sia degenerativo il processo mnemonico. Ha letto, da qualche parte, probabilmente in un memoriale, che il processo mnemonico sia in realtà un regresso, regredisce con l’accumulo dei ricordi e, a quel che si sa, il cumulo dei ricordi tende a regredire l’avvenimento concordato. La concordia, vissuta e accumulata nel processo mnemonico, nell’istante in cui è richiamata al presente, come una custode del vissuto e una guida del rivissuto, regredisce e non nel senso che torna indietro al periodo concorde, non giustappone la concordia. Regredisce, in quanto il periodo concorde accorda al presente la modificazione del ricordo. Il ricordo conosciuto e risaputo per i modi fini, fa in modo che il presente saputo sia risaputo nel ricordo. L’accordo del presente e del ricordo suppone nel ricordo la concordia del presente. La concordia, vissuta e accumulata nel processo mnemonico, è pronta a regredire al primo richiamo del presente. La regressione della memoria è l’avvenimento ricordato e concordato nel presente. Rimedio ricorda, nel promemoria, il riscontro dell’incontro e nel presente, in punto, ne concorda l’incontro. Nel confronto del riscontro con l’incontro, Rimedio ne concorda i pro e i contro. Il riscontro dell’incontro è l’avvenimento accumulato, l’incontro la sfoglia, la patina in superficie del cumulo, l’accordo a che lo strato esterno del cumulo concordi al presente, concordi un che di non ancora accumulato. Concordare un che di non ancora accumulato, la sfoglia, la patina, lo strato esterno, la superficie del cumulo che è di per sé nel cumulo. Il rimedio della concordia, invero il ritardo della concordia, fare in modo che il presente sia in ritardo nell’accumulo di ricordo. Che il riscontro dell’incontro sia in ritardo sull’incontro. Immedia si scontra sia con il riscontro dell’incontro, sia con l’incontro. I pro e i contro dei confronti non fanno media in Immedia. Immedia non fa fronte all’incontro con i riscontri accumulati e gli incontri da accumulare, sul cumulo. Immedia si scontra con il ricordo, con l’accordo e la concordia, non ha letto da qualche parte, il memoriale è improbo, la regressione del processo mnemonico, ma si diletta con il progredire dell’immediato. Immedia incontra l’immediato. L’incontro è nell’immediato. Privo di mediazioni, confronti, riscontri, l’incontro immediato affronta il contro. Di fronte Immedia si para la commedia dei dimenticati. La fronte d’Immedia non può evitare l’affronto del dimenticato e si scontrano. Il bifronte fa sì che i due, Immedia e il dimenticato, ne portino i segni sul corpo, quali i lividi. Il dimenticato non ricorda perché sia caduto e contro chi abbia urtato. Immedia fa mente locale e trova lo spazio occupato. L’incontro nel dimenticato è un incontro da scordare. L’incontro in Immedia è tale solo nel ritardo. Immedia si attarda a farne mente locale e, nello spazio occupato dallo scontro e dai lividi corporei, afferma l’incontro. In Immedia il progredire dell’immediato è nel ritardo con cui si afferma l’incontro. Dallo scontro immediato all’incontro ritardato. Il progresso dell’immediato è il ritardo che afferma l’immediato. Un ritardo che si ripete fino alla scomparsa dei lividi, al riassorbimento del pigmento cutaneo, dell’ecchimosi livida. Immedia si attarda nell’incontro e ne è sempre in ritardo. Nel caso in cui Immedia non affondi nel contro, ma eviti il contro, eviti la commedia dei dimenticati, rincontra i successori dell’incontro. I successori, tronfi del successo, si fanno largo, procedono nei luoghi dello scontro pieni di sé. Lo spazio da essi occupato è uno spazio abnorme ed è inevitabile che si scontrino con Immedia. La deformazione bifronte lacera lo spazio, non celebra il trionfo del successo, fa ritornare i successori con il sedere in terra e, nello stupore ineffabile, essi si rialzano con un fare da nulla, come se non fosse successo nulla, come se nulla avesse intaccato e macchiato il proprio successo. Sperano che non sia tutto terminato con uno scontro immediato e che la media del successo sia quella pronosticata dal proprio agente. L’agente dei successori afferma di continuo come il successo faccia seguito ai buoni incontri, agli incontri cui possa riscontrarsi il rimedio, all’accumulo del progresso mnemonico sul pubblico incontro. Ma i successori disperano, si sono scontrati con l’immediato. Immedia si rialza dalla deformazione bifronte e dell’eccesso dello scontro non ne fa media. Ne ritarda l’immediato con l’affermazione dell’incontro. Affermazione, in ritardo, cui fa seguito il declassamento dei successori dell’incontro ai commedianti dimenticati. La sollecitazione all’incontro in Rimedio satura la puntualità dell’incontro, la coercizione del riscontro ritarda l’accumulo dell’incontro. Il riscontro dell’incontro in ritardo sul presente dell’incontro, l’incontro in ritardo sul riscontro, il confronto fuori media. La sollecitazione all’incontro in Immedia si scontra nell’immediato, l’incontro è il progredire dell’immediato, l’immediato nel dire, nel dirsi dell’incontro. Dire dell’incontro che è sempre in ritardo. Il progredire dell’immediato nel ritardo con cui si afferma l’incontro. Le sollecitazioni ad un incontro fra Rimedio e Immedia si riscontrano nel cumulo del ricordo in ritardo e si scontrano con l’immediato che tarda ad affermarsi. Rimedio è solleticato da un incontro uso e getta, Immedia è solleticata da un incontro rigettato. Nel rigetto l’immediato non tarda e nell’usa e getta l’incontro non si attarda nel riscontro.