Un corpo che non ha sfoghi sul mare

Ciondola dalla collina senza dare rilievo all’ordito delle stradine. Discerne o crede di disperdere il passaggio sprovvisto di doppio porto. Infila l’obolo destinato alla bocca del galleggiante nella fessura del cannocchiale. Il panorama rende conto che il liquidatore spicciolo non è un turista per cui non ruota intorno all’asse. Quantunque ondivago non sussiste un’increspata trama.

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La residenza

L’astante è seduto sul gradino che accede al fabbricato. Due o tre rappresentanti della faccenda allungano le mani sul citofono imprigionato. Intascano il pudore e con l’irritazione di chi ha perso il tempo, presumibilmente obliato con familiarità, tracciano le distanze. Per inagibilità l’astante conta i passi in quattro e quattr’otto senza staccare gli occhi dall’uscita che batte il ferro finché è dentro. I bulbi oculari aderenti al vetro non costituiscono un appannaggio del decoro. L’impresa di pulizia che non conosce i meccanismi della discrezione, che rifiuta di oliare l’indifferenza elargisce lo scacciaguai come presente, per lo più il residente è assente.

Il pentagono usa l’alienazione

L’usa che non getta niente e non sorvola sulle ante aperte dell’armadio ricavate dall’inimmaginabile gioco del cabinato, sconfessa la sistemazione oggettuale. Qualche identità d’annata ha cercato il disordine mettendone la faccia. Sperare che assumano il soggetto dopo un colloquio  equivale a una perorazione del principiante alienante la quintessenza. Per soprassedere sulla figura non resta che mettere a sesto.

Prossemica

Parlare a braccio fa sì che l’ascoltatore non improvvisi il senso della misura. I cenni capitolano sulla verticale che dissente, non sente eppure non dice la negazione. Il braccio non gestisce lo spazio concettuale come non sostiene il vaniloquio. L’apertura sorvola sul positivismo, crede che l’udito espropri la voce, sa di non avere fine. Nel caso che il parlare udisse la voce passerebbe la misura come l’impalpabile rigore della morte.

Treno

L’a sola ha lasciato la lettera. Le consonanti sentiranno meno la sua voce. Il corifeo pronuncia la scena per fuoriuscirne con replicata grazia. Il coro addolora la questione del motivo. In alternativa il disincanto tira a sé i cassetti, denota la supposizione che la sola abbia coperto la lettera. I dittonghi lo invitano a non inscenare un po’ di riguardo per l’a sola che ha lasciato la lettera. L’interprete spalmato alle estremità s’intromette, nessuna provocazione completa la lettera, l’appendice si accomoderà nella binaria consolazione.

Divulgazione

Non c’è peggior sordo di chi non scrive. La paremia ai lati dello spartitraffico, boccheggiante sul salvagente, distrae l’autista che non parla al passeggero in fanfano, addita messaggi a una decifrata individualità e ripercuote l’auricolare non orecchiabile, non vestito in semitono al padiglione. La descrizione è irrefrenabile. Il mezzo schianta il trasporto.

Il censore

Impilato il cartafaccio nel tributo realizza l’intervallo, senza darne a vedere la matta sarà il successo elaborato. Sorseggia il caffè filtrato, ascolta un vociare insorgente dalla sala ristoro, il pannello posteriore del distributore poggia in astruseria, la selezione non funziona, l’intermezzo non dura quanto il locale in ordine. Il vociare più che sollevarsi dovrebbe ringraziarlo, il distributore non nasconde alcun automa.

Un miracolato

La menzogna del miracolo è la sopravvivenza. La pena di morte si adopera per la parziale vita a trasgredire le leggi di natura. La profezia della decomposizione interpreta un articolo innumerabile, l’incisione inalberata. La sentenza della fisica impone la superstizione. Il mistero ricorre in appello, rivolge la parola a quel che in natura desiste, la lettura.

Parlare ai sordi

Capisco eppure. I ricetti sono in esterni per le molteplici chiamate. Non posso inviare alcun nesso. Il cerume amareggiato non può che tenere il moccolo. Non sento il per come.  Il labirinto è ingombro di suoni insorti. I ricetti in comune potranno estrarne uno e mai più recuperarne in tanti.