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Archive for gennaio 2012

A mio figlio

28 gennaio 2012 2 commenti

Non ho avuto tempo. Sfoglio le pagine macchiate dal mio sangue e tra un grumo e l’altro, un rilievo e un’espansione informe, rileggo la mia esperienza. Sono dissanguato e non ancora disidratato. Una lacrima caduca chiazza il foglio e la rigidità in attesa della parola mai intinta nel sangue … l’acre plasmato nella viscosità del consanguineo scorre e tra i flutti e l’anomalia del mio dolore, prosciuga l’unica parola mai vergata: colpa. Sono in colpa, non ho avuto tempo. Avverso all’eternità, nel controverso del senza tempo, ho considerato l’avvenire come una possibilità che potesse giungere da un momento all’altro. Non voglio dirti che fossi in attesa o nella tacita intesa di un’effimera sorpresa che dilatasse il mio presente nella pluralità di una prima persona quasi rovesciata e innumerabile, ma mi sarebbe piaciuto pronunciare il termine all’impersonale e dire: noi. Il presente non è mai addiveniente e nella sua eterna sregolatezza scomunicata ha lacerato le mie ombre, ha adornato la presunta successione di una simultaneità adatta, adeguata agli esercizi di mnemotecnica e mi ha, appunto, ricordato ciò che ho sempre composto al passato prossimo. Sono nel gorgo del trapassato e nonostante il mio seme abbia coltivato la procreazione, l’origine di una relazione in cui il doppio non sia sdoppiamento né raddoppiamento ma l’oppio in cui narcotizzare il piacere creatore, sono qui a piantare la mia dissoluzione. Non ho fatto in tempo, preso dalla mia unicità e dal mio insano egoismo ho preferito assaporare il cadavere del tempo, come pane azzimo l’ho disciolto nel vino della mia filosofia, e vedi caro figlio questo è stato il mio errore … dovevo immaginare che la redenzione e l’espiazione del tempo avrebbero richiesto un corpo in cui poter divenire putrida carne. Troppo preso dal mio participio presente non ho coniugato al tempo la trasfigurazione decomposta ed esso si è preso la sua rivincita. L’oblio è sceso su di me e io ho dimenticato che il tempo ragiona in termini di peccato, vive nell’origine del senso di colpa e ne ha edificato un sistema davvero assoluto, lo spirito del tempo assolto per sé e in sé essente, oltre la vana singolarità della carne, composto in quanto prodromo di una possessione indifferenziata. Avrei voluto scriverti la mia eredità e godere nel vederti consumarla e disfarla nel tuo percorso di disconoscimento … l’unico articolo che forse, è l’augurio che mi tiene ancora in vita, avresti seguito alla lettera: è mangiare di nuovo dall’albero della conoscenza. Parlo al condizionale in quanto la condizione dell’attuazione è levitata sulle ali dell’incondizionato … Perdonami figlio mio se singhiozzo e ti sembro incomprensibile ma l’esondazione è l’unico eccesso che mi svuota. Le mie lacrime sono il mio lascito e l’accesso al tuo mondo … il mio declino sarà il culmine della tua nascita, non permetterò mai che tu sia legato in catene ai fantasmi del sarebbe stato. Tu sei un essente stato e come tale ti si spalancano le porte dell’essere … vorrei esserti stato di ausilio e invece è la tua generosità a essermi ausiliaria … Grazie figlio mio e non temere, non sono divenuto credente o meglio credo nella morte …

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La macchia

Il paradosso è concorde al luogo comune. I luoghi conferenti alla comunicazione la fiducia in una prima parola sono ruderi. Lo sfacelo divulga l’abbandono della parola data. Le rovine partecipano come ierofanti il dissolvimento della parola ignota. Unica testimonianza è la trasmissione dell’ultima parola. Essa si manifesta con comunicati rivestenti tutti i luoghi, in ogni dove diffusi. E’ presente nei luoghi scomunicati. E’ satura per i luoghi comuni. Deposita le proprie orme nei sopralluoghi. E’ conservata nei sottoluoghi, una volta conosciuti come sottoscala, il tempo delle ascese è un retaggio del mito alfabetico. Cosa significa? Il manifesto per una comunicazione muta afferma la scomparsa dell’unico sopravvissuto. La vita eterna è la ricompensa, il premio per chi lo diffonderà con qualsiasi uso. Prendere in parola per dispensare la parola dal verbo che avrà fatto parola, una volta che il sopravvissuto diverrà il vissuto. Prendere la parola per compensare la parola data con la parola effettuata. La parola data è la parola dedotta dalle lettere in successione, la parola indotta dall’eredità letteraria. La parola effettuata è la parola in cognizione di causa, la parola in causa con la combinazione delle lettere che la effettuano in quanto parola. La parola non manca a chi desidera essere preso in parola, ripreso nelle parole è citato come dimenticato. La concitazione della parola è per le parole che non ne fanno parola. L’eccitazione per le poche parole. La quantità che dal desiderio incita la parola: è una parola! Il gioco di parole non rispetta le regole, non soggioga la parola all’anagramma, al lemma, è l’eccezione che non ne fa parola, con nessuno. La libertà di parola non si mostra, preferisce essere allineata, una linea la tratteggia come illeggibile, delinea l’impronunciabile, a chi vuol adoperarla come parola d’ordine. Appunto, la parola d’ordine, l’ordine tra le linee, la direttiva. La parola chiave evade dai codici, rifugge le sciarade, è una parola ricercata. La taglia sulla parola è, in due parole, il passaparola che non ha parole. In una parola perde la parola. La parola d’onore duella con chi parla in fretta, con chi mangia le parole, con chi rigetta la parola per poi rimangiarsela. Cavare le parole di bocca al vissuto è mettere le parole in bocca al sopravvissuto. Rivolgere la parola, paronimo. Misurare la parola, paronomasia. La parolaccia è avvezza alla parolina.

L’ultima parola … in altre parole.

Ameno – Buonuomo di lettere

12 gennaio 2012 2 commenti

Quanto più squadri una figura tanto amena la figurerai.

Chi più relato ad subiectum chi ameno irrelato.

Ancor ameno il letterato, ancora ancora letto.

Per l’ameno depreca la buonanima.

Né più né ameno in buonafede.

Viepiù amena la buonagrazia.

Meno che ameno il buontempone.

Phorà

Il quotidiano si riversa nel calendario, il capoverso del quotidiano rientra nella successione dei giorni, il diuturno non scade il primo quotidiano né cade l’odierno, la soluzione di continuità sospende la domanda delle effemeridi, l’assoluzione della continuità frastorna gli organi prensili con l’artificio di un reciprocità come impronta del corpo, il brindisi al ricevimento echeggia il cin cin: l’anafora che prende il calice – cin; la diafora che innalza e allunga il bicchiere – recingere; l’epifora che esegue il cincinnio. Frangere la flûte, il quotidiano è infrangibile.

Oggigiorno, prossimo all’oggi – primo dell’anno – del giorno – uno, è al giorno d’oggi l’ogni giorno in agenda, una pagina da farsi, una pagina per tutti i giorni.