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Archive for febbraio 2012

Attempato

Ho investito il tempo. E’ stato un incidente. Accidenti al senso di colpa se mi ritrovo in questa situazione. Francamente ne dissento, non ho provato né riprovato una tal quale primeva colpa o origine del colpevole. Sono solo consapevole di essere assicurato e gli effetti rassicuranti attuano un premio che in qualche modo soddisfi e rimborsi i dolori e le aspirazioni, i desideri della presunta vittima, dell’infortunato. La dinamica è stata veramente curiosa, vi basti sapere che ora ne sono talmente imprigionato da non poter esprimere alcun concetto di evasione. In fin dei conti sono mutato, sono divenuto un contemporaneo. Vi starete chiedendo che mai stia biascicando. Un istante e si diraderà lo scenario di questa fola, che tutto è tranne che la chimera di un uomo in volo. Le mie ali sono state estirpate, se osservate la mia schiena potreste riconoscerne le cicatrici ancora arrossate. Sono un contemporaneo in quanto sono un organo della cronologia del tempo. Appartengo alle gerarchie del clan temporale, un’iscrizione vergata su un foglio insanguinato, il sangue delle mie sradicate ali. Sono un ordinario, un seguace della disciplina al contempo regolare, effettuata a norma oraria. Tralasciando le sei ore notturne, concessemi come un naturale riposo dai fasti del giorno, la scansione quotidiana procede secondo un ammaestramento ferreo e rugginoso, sapete com’è il tempo tende a consumare, a corrodere, a radicarsi nella materia. Il mio orologio biologico, me n’è stato impiantato uno all’atto del rilascio dell’assegno come ricompensa e pena per la mia riprovevole azione, perorata dai saltimbanchi spaziali coadiuvati e in combutta con i periti temporali, scandisce il pulsare della mia vita quotidiana. Ore otto: risveglio e carburazione dei miei organi contemporanei. Ore nove: preghiera e sollazzo al mio dominatore. Ore dieci: sono un suo messaggero e devo accondiscendere a qualsiasi sua richiesta, qualsiasi suo desiderio, se c’è un affare da sbrigare io devo renderlo compiuto, esautorarlo. Ore undici: riunione di noi membri ove si impartisce l’ordine del giorno e si dividono le mansioni assegnateci. Ore dodici: seconda preghiera, o meglio la lunga nenia al nostro infortunato, è l’ora più lunga. Ore tredici: piccolo spuntino per non svenire dalla fame e lettura degli scritti concernenti l’estetica spazio-temporale. Ore quattordici: perlustrazione di tutti gli orologi e controllo della sincronizzazione oraria, in caso di smagliature del tessuto effimero porvi rimedio affinché tutto torni a scorrere secondo le normative funzioni. Ore quindici: ricapitolazione degli eventi succitati e controllo di eventuali bestemmie con penitenza annessa. Sono costretto a conflagrarmi nella punizione della cronofissione corporale per la mia precedente bestemmia: mai scrivere effimero o caduco! Ore sedici: diveniamo estremità del corpo temporale, come Mani siamo costretti a ciclostilare i suoi detti e contraddetti. Ore diciassette: il lungo applauso, ci compiacciamo di esser così stramaledettamente fortunati, noi gli eletti dell’incommensurabile famiglia a sfondo spaziotemporale. Ore diciotto, il grande vespro con l’ineluttabile nenia ad esso allegata. Ore diciannove: osservazione di tutti gli eventi occorsi sul piano immanente e loro collocazione trascendentale nel ripiano temporale. Ore venti: cena e grandi lodi per la defenestrazione del contro piano spirituale. Ore ventuno: letture favolose: “C’era una volta”. Ore ventidue: rilettura straordinaria: “C’è un tempo unico”. Ore ventitre: sottolineare i passi decisivi del sistema filosofico dell’estetica trascendentale, la stupefacente realtà del tempo eterno. Ore ventiquattro: cerimonia del battesimo, l’eterno ritorno del nostro nome al richiamo del nostro maestro. Una quotidiana nominazione della predica a non scoraggiarci, da secondi siamo sulla buona strada per compiere il percorso del quadrante e diventare minuti. Attenti, però, alle bestemmie, si è doppiati dai fratelli concorrenti con un giro antiorario. Ore piccole, ore una: occupiamo il tempo, siamo stati accolti e ospitati appunto per questo. E’ il nostro scopo, ciò che ci condurrà a svelare e comprendere la nostra essenza. Ore due, ora di libertà, si fa ciò che si vuole, sempre secondo le prescrizioni del regolamento interno. Io sto manomettendo il meccanismo con la mia ultima bestemmia, l’anatema finale. Scrivo la mia testimonianza, l’ultima parola. Non è consentito esprimere una testimonianza del nostro stato in stallo con l’apparenza di movimento. Sento che la mia ora sta giungendo al termine. Respiro il mio declino. Sono inondato di gioia, le mie cicatrici bruciano di un sangue colante. Sono in volo. Ho radicato le mie ali. Ho compiuto il mio divenire. Sono il mio essere. Il culmine della mia esperienza è l’oblio del tempo. Sogno e nel sonno il tempo è assente. Come un onironauta vago tra i confini del mio essere sveglio e le soglie del mio ex-essere dormiente. Il culmine della gioia. La ricompensa al mio incidente è l’assassinio del mio rapitore. Ho espresso l’ultima ingiuria, la definitiva blasfemia, il deicidio. Sono io il mio tempo. Ricuso il mio tempo. Mi sento attempato. Non ho più tempo … … … le sei ore estemporanee.

Programma

2 febbraio 2012 2 commenti

L’output di “Matrix” registra l’input hegeliano: il diritto alla propria esistenza lo ha solamente quella nazione che è capace di porsi in una situazione nella quale e per mezzo della quale è in grado di ringiovanire.