Tassia

Stereo è a disposizione. Non è al servizio della deposizione, non destituisce la posizione. I servigi non lo irrigidiscono, non ripromette l’applicazione della collocazione. L’ubicazione è per i compositi, gli spaziosi della paratassi: coloro, gli irriferibili per discrezione. Desinit in piscem, l’imposizione di Stero è relativa, è il pronome dell’ipotassi, sotto la disposizione, nell’istituzione dell’index te lo ritrovi. Tigma, la derubricata, viola l’ocra rossa, s’insinua nel ritrovo e inosservante della disposizione, dopo aver mosso i sostegni non li distribuisce nel posto proprio, il che non è la riprovevole rimozione dell’infrazione. Con l’esposizione della furtività, la subordinazione ipotattica è vanificata, Tigma si ritrova in disordine, coram propositionis, puntata da Stereo e con la fissazione della paraipotassi.

 

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Velleità

Magari è perseguitata dal congiuntivo imperfetto. Persino sui mezzi del trasporto pubblico. Diamine non le è affine. Le eufemie, compagne di classe, condizionano la concessione del permesso. Magariddio sarebbe una bella coppia. Diamine il vello, il buon partito con una villa di proprietà censita nella Montagnola Senese. Magari, la desiderata alquanto benvoluta. C’è una congiunzione avversativa. La desiderata stringe la relazione con le posizioni subordinate, le eufemie, per ellissi querela la formulazione benvoluta. Diamine è in disparte come una stazione irraggiungibile dai binari. Utinam, in coda alla vettura, è l’appercezione del desiderio, a torto magari. Magari l’indesiderabile, malvista, non pretende, come le eufemie, le condizioni proposizionali. Beninteso al desiderio che la funzione ellittica sia un’interiezione.

Generale di divisione

Due giorni prima le none del mercedonio. L’attributo del corpo è una merce. In modalità contraccambio, il corpo è una mercede. In modalità di scambio, il corpo è alla mercé. In sostanza, uno iero per incorporare il dì, il che non funge da specificazione né dissimula la partizione, obbliga al servizio di leva. Il ruolo paramilitare assolda il corpo in riserva di confine. Il corpo è sacro, al confine trattiene lo iero dalla formula iniziatica. Quest’ultimo propenso alle congiunture subentra al cambio di guardia, il punto di vista monadico è in polemica con la spinosa questione. Il sospetto determinato grida l’alto là, intima ed imbraccia il corpo: il corpo armato. Con l’attribuzione della responsabilità, il corpo armato intimante l’alto là è un corpo generale. In intimità è piretico. La piressia rientra nel sostantivo. Per paventare la sollevazione dell’altolà alla divisa dello iero sono applicate le mostrine. Nel sostantivo, la gerarchia afferma perfino il grado dello ierofante.

 

Lo sgorbio e lo scarabeo

L’insegnante redarguisce l’epigono. Non è un gioco. Le lettere di scatola inguainano i grafemi, il contrassegno è fregato. L’epigono, antesignano, rimpiange il frego. La consolazione del segno dispensa l’aneddoto dell’aracnide, uno scorpione informato per diffusione sugli scherzi di natura e sfinito dal proprio ordine, rinnova in ottativo la visione dell’ambiente dall’alto. Uno dei coleotteri occupa nei limiti dell’immaginazione il nitore dell’aspetto delimitato. Lo scorpione, non per l’evidenza della visione, si appresta ad oltrepassare, soverchiare la guaina chitinosa, giunto, per rappresentazione, in equilibrio della custodia è sbalzato nell’ante litteram. L’ambiente è pur sempre in linea e non in vista (dall’alto). Lo scarabeo, non più uno dei tanti è sopravanzato dall’aracnide, lo scheletro esterno solleva la trama acuita. L’antesignano obietta che lo scorpione e lo scarabeo si distinguono per ambiente, l’insegnante assegna la copia del frego con un sorriso che estingue il menefreghismo.

 

Ritrattazione pedagogica; un estratto

[…] Ritorniamo alla distinzione tra il pedagogo, come ricorderete accompagnava l’infante a scuola, e il puericultore che avevamo definito il coinquilino infantile, dove l’aggettivo significava la specificazione dell’occupazione, la collocazione nello stesso luogo dell’infante. Con l’augurio che il ritorno non conduca alla circonvoluzione schernita, è opportuno rilevare al meglio l’escoriazione. La cicatrice immatura è un segno di un intervento cui i genitori disbrigato l’accompagnamento, hanno autografato in sede responsabile il consenso informato, per ora non importa nel senso che le procedure invasive dell’ingegno saranno avviluppate nel seguito del trattato e in particolare nel capitolo dei fattori di crescita; il puericultore accede allo spazio dell’infante, nella camera con vista sul gioco, egli non detta e non rilegge il regolamento, l’appello è uno specchietto per la captività, il retrovisore che non incide sul posto da contenere, in altre parole il puericultore non si contiene bensì occupa lo spazio dell’infante, attenti a non equivocare con lo spazio infantile, in un gioco in fieri. Il pedagogo, è vero, accompagna l’infante fin sull’atrio dell’asilo dove non termina la propria funzione o meglio dove esautora il compito assegnatogli, a questo punto egli con una giravolta altalenante, non siamo a conoscenza circa il coinvolgimento della rotazione o dell’oscillazione, inforca il filone della marina per bendare la nozione sterile, è un concetto della ritrattazione pedagogica che il litorale non si areni sulla bua come una segnalazione logopedica, il pedagogo è immerso nella palindromo dell’infante, insuscettibile di palinodia del sommerso.

Quinconce Dozzinale

 

Il chirurgo di ventura

Il disgraziato è un bene strumentale. Alla mano, compie, porta al compimento la mancanza dell’arto. Non perché sia mutilato, atrofizzato sulla questione di polso è soggetto alla riabilitazione della prensione, la sindrome dell’arto fantasma è un correttivo della pena. La legge dell’allucinazione intima: non fare il furbo giacché ti amputeremmo la mano. Al vezzo furtivo del disgraziato non torna il conto, la mano è un bene che esula dalla sanzione, non prescrive dal momento che è presente, sempre presente; non è solenne poiché la ierogamia non contempla una mano nella mano. È un’aberrazione – si ripete – che una mano non possa lavare l’altra, è ripugnante se non scatologico. La disgrazia è fuori dalla prostesi, in ultimo lo scarto è un escremento, una separazione dalla mania della legittima allucinosi. Al disgraziato, il cui tornaconto è imputabile di malavita, delitto contro la proprietà, non resta altro che ricercare il chirurgo di ventura, figura professionale che potrà patrocinare la sua causa con l’alibi della manomissione. È perspicuo come una causa strumentale affranchi la disgrazia dalla sindrome dell’arto fantasma.

Embadomonade

Fuori sede, la composizione monadica documenta l’efficienza parentetica: sono impossibilitato a presenziare. Per inciso, l’epistola omette la data di emissione e il latore, affrancato nel timbro, ha lacerato la prima parte della missiva. I delegati al convegno giustificano la pletora con la citotassonomia del simposio, il che alle nocche di un moderatore, obbligato alla formazione presocratica – Diels-Kranz, costituisce un sistema reputabile. Il registro dei moderatori è temperato sul cavo, κύτος, unità di misura atta a denunciare l’elemento assecondato. I pletorici con esuberanza notano un’assenza con l’ostentazione del merocito. Il cavo, κύτος, è vuoto, il convegno non ha ragione di essere e il simposio è una corruzione dell’indivisibile del tutto priva di moderazione. In calce alla composizione monadica si dava mandato all’autorità di perseguire i delatori, non i sicofanti, della stomatoplastica concava. La decomposizione passa di bocca in bocca, non è sulla bocca di tutti. La missiva ripiegata sul punto indiscernibile è parte dello stralcio: Nulla m’interdirà, non annichilerò la prossima riunione.

Nematodaxao

Per filo e per segno l’onomatopea non concilia il sonno sul guanciale; sul piano supino segue il ronzio del nematocero, sempreché non sia in più di uno; sul giro del diaframma spiana il padiglione sinestesico, più nematoceri rimbombano per diplacusia. Il sonnolento smania, il che non significa il pazzo verbo del ronfo apnoico, al contatto ribollente sul tessuto non connettivo: il fremito. È lècito, lèkythos, che la prurigine non leda l’equilibrio e che disconnetta il tessuto disteso. Per diffusione, il meteo zanzare dà quantomeno il grattacapo.

Sirena

Un cittadino cessa di essere concittadino per disuso all’allusione. La precedenza dei mezzi di soccorso veicola il diritto salvaguardato e il riguardo del dovere in uno spaesamento percettivo. Inaudito è l’orecchio a repentaglio, nello specifico la vista non ricambia la direzione del segnale e l’attenzione porta è insensata. Ciò che comporta? In breve i sensi veicolati, due sensi spersi nel trasporto della coscienza. Il tatto, l’olfatto e il gusto non concentrano, non approfondiscono l’analisi del sovvenevole, sopraggiungono all’intransitività della coscienza. Teleguidato e impersonale, un cittadino cosciente del dissenso non naufraga nei flutti della corrente e nel reflusso controcorrente, la coda del mezzo di soccorso, più che altro riacquista l’udito nella meccanica del teleos. Idiosincrasico all’allusione, un cittadino non presta ascolto alla convenzione del mezzo di soccorso, la ritiene una circonvenzione veicolata, gira su se stesso come un impersonale e doveroso concittadino, non contorto, invece come un vice cittadino nel fine della meccanica, non distorta da diritti né spiegata da doveri, riacquista il debito che la coscienza ha contratto nei confronti del dissenso, dei sensi affermati. La guida riporta l’udito alla durezza, rimette in transito il veicolo adibito al trasporto.

More uxorio

Sara è deceduta, scorporata dalla migliore vita, di fatto l’accidentale ha interrotto la flussione dell’emobiotico, la ridondanza da cui per sincope la disgiunzione accade come in contrapposizione, l’embiotico. Sara è un soprannome incorporato nel detto di Adamo, il corpo del dire non predice la nascita di un’assecondata, di una collaterale o di una marginale, non esuma la sovvenzione che avviene come una storia sfinita, dall’atro fine, si sbraccia e scalcia per respingere i sostenuti, dimena il capo per scansare il contenuto. Elena accorpa il soprannome alla genitrice, dà lustro, vaglia la sinonimia di madre, l’assonanza di mamma, per antonimia generativa tiene per mano Sara e abbraccia Adamo, con un conferimento: non saremo mai una famiglia. La comunione corrisponde nell’immanenza: certo che no, la casa famiglia è per chi obietta la coscienza, per chi è associato all’assistenza e per i volontari che ripassano la tesi e non passano il vaglio. Nella lingua che ho parlato perlopiù, l’espressione è: nun esiste proprie.