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Archive for settembre 2013

Catottromanzia

29 settembre 2013 4 commenti

Lo specchio nel bagno è appannato, la terapia dell’igiene ingorga la stagione umida, l’umore dell’autunno ostruisce in tutto il collerico, la spugna decostruisce per tutto le macchie da aggregazione ambientata, la costrizione olistica della saprobiosi.

Il sesso dei filosofi – oloverso

Il filosofo non gioca a scacchi con la morte, non sfida la morte, si fida, dialoga con lei, il doppio logos raddoppiato sdoppiato copiato non plagiato … accoppiato; non gioca a dama con la morte, lei è l’impropria dama, l’impropria donna, l’impropria compagna di ballo, la danzatrice tra le note della musica, la suggeritrice, la confidente, la sincerità incarnata e al contempo disanimata, la violenza del pensiero che ha assassinato le convenzioni della pena inappetente e inattiva, la pacifica intuizione di una zona d’ombra adornata di luce trasparente, riflesso di un io rispecchiato in un oi, sorgente di una vista vana fin quando avrà ritenuto l’esproprio della reputazione lo splendore del predato, intensità dell’invisibile effetto e/o affetto dall’in visibilio, d’altronde se il mio senza nome è Adamo di Compagnia come potrebbe la morte non essere la mia compagna? in ultima linea la sovrapposizione dei dischi è la dama di compagnia, la libertà di movimento in ogni verso, credono forse che il mio nome comporti la solitudine? ma se ho degustato e affermato con il ritornello d’un flato che non ho nome? fanno orecchie da mercante? si confà questo ruolo … sono atti adatti a dare il filo alla dama, finzioni di dotti elevati al verosimile! Il nome proprio del giovane duplica la enne in onore del Don Giovanni ma la dama non può che essere eliminata da un’altra dama e se il significato non è una commedia del falso e/o una tragedia del vero la mia amante non è che la morte … Adamo di Compagnia e Eva Giacente … essa giace … già c’è la nostra progenie …

Il sesso dei filosofi – dna

Intermezzo esaustivo e/o trasparente: infine un popolo sopraffino credeva nella diottria della genesi, l’etere idealmente allentato, la lontananza canonica e l’eden propinquo, la legge del tempio o il sacrificio della vita per l’espiazione del principio, il confine della palingenesi. Il deuteronomio articolava la redenzione del creato dall’ecologia, l’uomo Adamo e la sua costola Eva, l’albero della conoscenza, come se tutto fosse bene e male, forse tutto sì, soprattutto il buondì, perfino, un piccolo uomo, un maschietto, i cui genitori era orfani di padri, un non ancora nominato mostrò la prospettiva del latrato, la teofania, persino una femminuccia, i cui genitori erano orfani, entrambi, di madri, dimostrò la teogonia non sulla scorta di una comparizione giustappunto su vagito. I figli con i genitori che adottano i propri genitori saranno stati la circonvoluzione del latrato e del vagito nell’invettiva. Quasi quasi l’uomo non era più argilla con un soffio di spirito ma un lungo rinvenire del piantare a quinconce, il lustro del duodecimo. Il popolo, la diacis del dodecaedro, si estinse e sopravvisse la donna sfacciata, l’un dodicesimo da non confondere con l’uno su dodici, il dozzinale indeterminato che perlustra il denominatore alla ricerca del numeratore, l’uomo che diventerà la parallasse della svolta. La teosofia sarà stata il tetradodecaedro della potestà, un terzo che conclude, l’acronimo del dna, la divinità annega l’ancestrale, da cui l’episofia del mesostico e l’aposofia del telestico.

Il sesso dei filosofi – oplà

Il filosofo encomia la propria trinità nel nominare il nome della gioia dell’angoscia e della morte, transustanziazione, consustanziazione, subsustanziazione e episustanziazione, una modalità della sostanza che controcorrente e in modo controverso con tutti gli attributi contrari torna lì ove il principio e la fine sono medesimi, oplà: l’opera slogata, invero vi dico siamo la sostanza immanente e sub specie aeternitatis, è un diastema tra il panteismo e l’ateismo, frammezzo l’idealismo e il materialismo, la pragmatica della grammatica e l’anagramma del nome proprio, il certificato di garanzia di dio e la scadenza dell’ovvio, il tramezzo è l’intercapedine dell’apprensione, oddio il flusso universale degli opposti con la dottrina della conflagrazione e il cogito per un io dissolto, il cielo stellato sovra di me e la legge morale entro me con la sublunare lacerazione della morale per l’annunciazione del peggiore dei mondi impossibili, se filosofare è creare concetti io annunzio per converso l’increato oi, ho ascoltato la novella del solipsismo, i racconti dell’altruismo e pronuncio i fantasmi della schizoanalisi, in atto e in potenza scelgo il potenzialmente inadatto, l’alienato che saccheggia la divina provvidenza con la luciferina sprovvedutezza, ove io lascio cadere il mio verbo, al participio presente, non glorifica più la superbia, cresce l’erba del pascere l’alimento dell’essere, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo lancio il dado del superuomo, non mi affido al caso o a all’indeterminismo di dio ma all’attrito e soprattutto oltretutto alla effigie del dado, alla superficie dei punti neri che ripudia la profondità per convivere con i buchi neri, se il sillogismo del dado è sei facce limitate dall’attrito per l’inerzia di una faccia la supereffigie è la moltitudine di sfaccettature un istante due istanti tre istanti … rien ne va plus, les jeux sont faits, la regola è una casuistica, l’azzardo un’incoscienza, il giogo non più aggiogato all’attesa, soggiogato alla vincita a tutti i costi, corpo traumatizzato di un debito investito da un credito, citato dal sacro manuale delle percentuali di poste in palio per una nuova puntata indifferente al rischio e sempre ripetente i numeri della data di nascita, come se fosse il marchio del destino, un destino impresso su carte da gioco fatate, e il nuovo testamento esposto con arzigogoli il cui azzardo è predire con l’eco ieromante e condire l’avvenire con una ridondanza congestionata di luoghi comuni in continua espansione tanto da esser proclamato il dominio dell’iperluogo, loc. cit. della comunanza con l’imitazione ventriloqua domanimante; il gioco inatteso è contraffatto, il mio verbo è diverbio, la mia morfologia dimorfa e sostanzialmente la mia mente è sostanza … la sostanza di un baro, l’incostanza di una regola e la consustanzialità transustanziante la gioia, l’angoscia la morte … la sindrome dell’arto fantasma, l’algoallucinosi accorre all’atto noumenico, il bagliore dell’appercezione duole al me fenomenale, l’io epifenomenico è in iperbole il me fenomenale, la posologia dell’analgesia.

Il sesso dei filosofi – La corolla dell’antologia

Il vivere umano caratterizzato da un percorso storico, marchio infamante di un concorso di avantieri e avandomani e/o posdomani, gorgo di un tempo imprigionante la moltitudine di voci abilmente richiamanti con innovative sensazioni, non senza la premura delle azioni, le orecchie alle soglie del mutismo, e la mutua solidarietà sensibile commuta la lingua congestionata alle soglie della sordità; condannato alle rievocazioni di ieri e ai progetti per l’indomani, (la vocazione del presente pressoché reietta, gettata come la caduta della fera luce che ravviva il dì ferale), si ritrova, in un periodo non determinato quasi impalpabile della propria vita – quasi l’ombra di un’oscillazione, il riflesso di una variazione devitalizzata, le vibrazioni di un’orma a norma, una torma di impronte senza traccia – sul pianerottolo di casa, dal lato esterno della soglia d’entrata, invero oltre la propria porta l’interno riformato, l’intrinseco espulso, l’interiore capovolto, rovesciato in una pozza di esteriorità a precipizio sull’in fondo le modalità opposte esprimono il rapporto di collaborazione immediata, privo del riporto posticipato, dell’apporto anticipato e del rimando al trasporto trascendentale; ossia oltre la propria porta il nulla di fatto, l’afflato del nient’altro affatto annullato e nient’affatto scongiurante la totalità, questa presenza invisibile si chiama angoscia, in quanto invisibile in visibilio se ne frega delle chiusure fossero anche sprangate a tenuta stagna, insonorizzate sottovuoto e penetra, dove si introduce, si insinua, si spinge, dove e cosa erode con la forza degli elementi fenomenologici nell’incondizionata tonalità del noumeno, penetra?, una facilitazione!, tra i ricettacoli di ogni fonte di calore, tra le pieghe, le rughe dell’epidermide, tra i pori di un corpo allenato all’imposizione, la posizione stanziale in se stessi, la petizione per il suffragio intrinseco universale della forma ripiena di una vacuità in analogia con la fertile impotenza sempre in coppia con la promiscua generazione delle formalità normative, l’orma di un pregiudizio tra una torma di giudizi, il richiudersi in una nicchia chiamata esistenza, la consunzione della durata nel lasso periodico devitalizzato tra nascita e morte emanante le odi al pericolo, gli odi per il pericolo di dover terminare e da qui l’azione dello sterminio alla lettera, la lettera trafugata è l’epistola della morte, la stola sudata indossata dalle ancelle della libertà di morire, addette alla distruzione della celle atte ad incorporare ed effettuare l’horror vacui, la presunzione di richiamarsi al vitale quando si è morti … nati morti, la tumulazione della consistenza; essa, l’angoscia, s’impone, prende possesso del corpo, lo disincarna, ne disarticola le estremità e indetermina la medietà delle ossa, sostenuta da un ossia l’invertebrato attributo di tessuti scheletrici disorganizzati e inferenti la frattura tra le ragioni del midollo spinale e le allucinazioni della ghiandola pineale, residenza dell’omuncolo senza discendenza impegnato nell’analisi, la valutazione dell’omicidio non in genere, attuato scevro di effetto, affetto da un’irrefrenabile smania di creare l’armoniosa devastazione, dissolve l’io, distorce lo spazio, rende reversibile il tempo – la struttura di un rimedio contro il tempo, l’obsoleta commedia estraniante il termine medio dal paragone referenziale, disoccupato in attesa del richiamo di estremi bisognosi del suo intervento avventizio avventato –  lo muta in atemporale e presenta, quale suo fido scudiero, il nulla: nulla ha più senso, l’insensato è la chiave di volta della comprensione, tutto diviene intangibile, impalpabile, tutto è sospeso nel caos temporale, anzi la salma del tempo al contempo è divenuta evanescente putrefatta dalle proprie coordinate partorienti la successione ereditaria di un pathos da schiavitù: sono fiero di essere schiavo, di servire, domani è il successo del giorno, rimandiamo a domani e teniamoci aggiorno, la data corriva; la pur lieve coscienza delle nostre alterazioni ci trasborda sull’orlo del baratro, siamo al limite del precipizio, un istinto di dissoluzione ci spinge a gettarci oltre, la deiezione, oltre la deiezione, l’essere gettati inoltre le lande del noto, repentinamente roviniamo in un maelstrom privo di appoggi, è una caduta eterna senza slancio, senza intensità espressiva, non è tragica, linguisticamente perfetta priva della prosopopea delle enunciazioni e con il fervore ironico degli apoftegmi, sembra quasi ineluttabile, non priva di conoscenza … comprendiamo la caduta di Lucifero, l’angelo portatore di luce il cui unico e solo peccato è stato è e sarà l’aver voluto, desiderato conoscere Dio, quasi angeli abbiamo disconosciuto dio per poterlo ospitare nella nostra mente quale collegamento sinaptico, meno male e la teodicea è una supposizione della possibilità  … … … purtroppo l’esperienza dell’angoscia è facilmente riconducibile al mondo onirico, durante la rovina la catastrofe del noto prenotato scalcia un barlume di coscienza, basta intravvederlo ed esso ci afferra ci abbranca, ci risveglia e appunto tutto si trasforma in un sogno o secondo il vostro punto di svista incubato, il disastro è posticipato, evviva!, come moderni Odisseo siamo strafelici di tornare alla nostra Itaca, in questo caso, la nostra esistenza quotidiana, una cosa però l’abbiamo imparata, come rendere inefficaci i ricordi e gettarli nell’oblio, prova ne è richiedere un sommario un indice un titolo tutelare del nostro passeggiare onirico, impossibile … una piccola esperienza dell’impossibile, sì come no, l’impossibile tenuto sempre al guinzaglio del padrone ordinario … una modalità indeterminata, imbrattare il mondo con l’immondo attrezzo della straordinarietà, il proprietario dell’ente domestico raccolta la deiezione dell’utente rigetta nello stato il cliente, un dovere abbiente.

Attenti, però, si racconta che in punto di morte la conoscenza dell’angoscia ritorni a farsi sentire, questa volta, non con modalità eufoniche, con una cacofonia da lacerare i timpani, la pelle si raggrinzisce e sorge il più alto rammarico, la disperazione di possedere dei sensi … la speranza che il tempo acceleri il processo di decomposizione, peccato che il nostro alleato, per l’appunto abbia i propri tempi, il regresso è l’unica forma di conoscenza, disconoscere l’attuale e abbracciare l’inquadratura retrospettiva, la corruptio per sé e la corruptio per accidens cosicché l’esperienza dell’angoscia divenga esperienza dell’angustia, una percezione di sponda.

Il disincanto riflettente

Il tizio in questione allo stupore del cosa cosa? l’inquisizione dello sperare, ha mostrato la risposta con l’esasperazione.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/09/16/Russia-litiga-Kant-spara-rivale_9308635.html

Il sesso dei filosofi – Rebus sic stantibus

Il filosofo reggente, sostenente un filo che congiunge i poli amorali, che rispande dello scialacquio delle considerazioni circa la successione di pargoli vocaboli che fanno gola a cognazione, ad un angolo percettivo, al vaticino di un’analessi posteriore alla ripetizione di un’eccezione all’evento smarrito nel divenire, alla perdizione di una prolessi che commuta in errante la parola profetica, da certificato di garanzia di Dio alla soggezione del soggetto del discorso, inadempiente e inaffidabile come l’insicurezza di un oggetto inutilizzabile e difettoso, la sfiducia in colui che parla in nome d’altri perché ormai è scaduto il tempo assegnato e garantito, c’è solo la repellente ambiguità, la nauseabonda equivocità del segno simbolo senso icona riferimento significato: un’accozzaglia di lettere per celare la parola divinizzante scomunicata, il surrogato o chiacchiera alla rinfusa ne prende il posto, lo sparlare dell’indovino: il duplice errore di una parola al divino e una parola all’indovino, di una parola congestionata, il no che pendola nella sottrazione delle lettere ripetute, indovino nel plesso del divino, interpreta un po’ che prevedo? Il tanto quanto dell’interpretazione, per quanto la visione preceda l’ingorgo, il gorgo della delusione, intanto il vaticinio avvede la profusione dell’illusione. Il doppio orrore di due occhi ciechi e di una lingua paralizzata. Finalmente un blocco a protezione degli infanti! Egli riconosce la paternità, la legittimazione di una postura da cui osservare la congiura del paesaggio, un ambiente benestante iniziato al segreto dell’idoneità al test di generazione e corruzione, insomma la gradazione del desiderio proiettato dalla propria amante, Sofia dal virgineo contatto. L’eccitazione declina i preliminari battiti di palpebre al congiuntivo, deduzione di un contorno chiaro e induzione di un’espansione oscura, la penetrazione in chiaroscuro nel monte di Venere, la danza rituale di un movimento armonico, quasi la melodia rifrangente l’atmosfera androgina di una copula componente la sinfonia dell’essere, gonadotropo. Un coito predicante la molteplicità del verso, il deserto dei sensi in analogia al miraggio di un senso unico contrassegnato come un senso vietato, l’anomalia diffusa dei significati dagli innumeri attributi, la dissoluta questione del segno insensato e consegnato al multiforme significativo; la pluralità del verso, la lascivia del controverso, la scia della perversione è la via all’inversione del senso comune. L’orgasmo culmina con la pubblicazione del diario di una visione frammentaria sfaccettata e caleidoscopica, un dedalo di colori che ricopre la faccia abbronzata di un mondo pallido. Il filosofo fraziona i propri sensi in ogni direzione, sondando qualsivoglia dimensione e in avanscoperta per il sopralluogo e nell’evacuazione della rivelazione, lo sgombero della retrovia, il sottoluogo, in luogo del sottosopra, essi ritornano al seguito di una manifestazione per l’esperienza applicata alla conoscenza dei riferimenti in opera avventizia, come messaggeri solerti per comunicare le preordinate coordinate ordinarie dell’uomo referenziale sempre allerta, della donna conferente l’erta, dell’omo referente il giammai e dell’etero preferente l’ora mai, giustapposizione di fenomeni, elementi del rebus, sic, enti con la brama dell’esistente suscettibili ad ogni variazione, vibrazione e oscillazione dell’essenza, essenti al participio presente, espressione di una modalità verbale che dall’insigne insieme di verbi veri e propri si combina con il simulato designato dei sostantivi, la sosta attiva sostituita dei segnacaso, il rapporto segnaletico conviene anche con l’insieme delle riprovevoli prove attribuite alla modificazione semantica del nome sintatticamente interdipendente con i refusi grammaticali, la consegna del semel degli aggettivi, indice di un assieme participiale presente come a lato della simulazione verbale, sostantivale e aggettivale. Talvolta l’insieme si combina, dalle affezioni di parti singolarmente estranee, cassate del vocabolo funambolico, acrobatico, eseguente i salti mortali con capriola e avvitamento manifestanti il depennato: l’assieme una volta l’interiorità; composizione costitutiva il fondamentale insieme degli avverbi, relazione aperiodica, né successiva né simultanea al verbo, invariabile e quasi fuori contesto in quanto modifica l’ansia della proposizione con l’influenza di preposizioni articolanti l’indipendenza ipotattica e lo squilibrio paratattico. C’è poi, il venturo, l’addiveniente, il nomade participio futuro quasi truffaldino, sembra richiamare il genio che dona splendore, chiarezza al futuro, solo una parvenza, l’artificio della chiaroveggenza è praticato dai profeti che interpretano simboli ambigui con segni equivoci, voci plurali come le passioni degli dei, ambo e plurivalenti equiparate, sviluppate con l’equazione dell’univocità e con il proporzionalmente inverso alla doppiezza con l’ascolto di voci impostate al falsetto, la disarmonia di testa gola e petto, solo che il proporzionale diretto risulta una cacofonia di accenti, di accenni al significato unico e interpretazioni tali che l’esegesi diviene una favola dal lugubre fine. L’espressione del participio futuro è l’avvento dell’istante successivo non temporizzato nel quadrante orario, né temporeggiante, con la tempra dell’anticipo passato e del ritardo futuro, su un’asse di misure verticali, la verticale della successione premiante l’eredità, dopo l’ogniqualvolta di un incontro con l’istante successivo ascendo la retta della padronanza temporale, sorretta dal supplemento di al contempo e corretta dell’attempato sottolineato, la data di scadenza, il ricordo al tempo presente nella mente del limite concessoci come modalità di una durata estensiva. Gli istanti di cui parliamo sono infinitamente composti, sfogliati, esfoliati, aggiunti e disgiunti su un piano di composizione immanente, il valico della scomposizione in fattori infinitamente sempre più piccoli e divisibili e il ponte con l’infinitamente sempre più grande e meno immenso in cui i frammenti moltiplicano i residui di pronomi personali tutt’altro che pre, pro e nominali, nient’altro che maschere impersonali, personificazioni in pantomima e possessioni da motivazioni personali, il quadro del simulabile, lato per lato. C’è l’istante precedente e l’istante successivo, entrambi sono soglie, le soglie dell’infinito e l’un per l’altro sono limiti, l’istante precedente affacciato sull’infinito sente il limite dell’istante successivo, limite finito una volta per tutte, il semel dissimulato … attraverso questa composizione abbiamo un istante che, pronto ad ospitare l’infinito, non boicotta il finito, la presenza dell’immediato precedente e/o successivo è l’attuazione del finito nell’infinito e dell’infinito nel finito. L’immanenza concretata, applicata alla pratica del vissuto, dell’esperienza vissuta falcidiante la mistica dell’indolente osservazione. Tutto il suddetto è imprescindibilmente effettuato con un elenco d’ingredienti necessari affinché il maestro possa elaborare la visione ambientale preveggente, la prevedibile e prevista profezia concernente l’agire umano, certo non potrò nascondere – sarebbe contrario alla deontologia dell’avere un essere e professionalmente dell’essere un avere – che l’operazione non richieda poi, uno sforzo tanto sovrumano, se non addirittura disumano, basta riconoscere che la molla agente è l’utilità e la molla respingente è la chance, la possibilità della messa in questione, la lacerazione come intermezzo, entr’acte, tra azione e passione senza colpo ferire, l’accidente di ritrovarsi in un nulla di fatto, l’incidente con un pugno di mosche … e l’accadimento con un calcio nel sedere. Per tutte le volte, l’emulazione della dissimulazione, dove poggerò le mie nobili natiche ben assortite, pasciute e molto arrossate? (stantibus)