Apagoge

Cammina su e giù per la circostanza, traballa con lo scanno che non regge più di una persona, piega la sedia che non prende sul serio la caducità degli accomodamenti, spicca le capriole sull’oziosa tavola, scardina ex ante e impernia post ante l’agilità, rovescia gli inefficaci utensili cosicché la superficie sia sconnessa, gattona in un agguato all’anima, fa presa con i sensi, un’incomprensione.

È un vero satanasso che si oppone alla vivacità.

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La zeppa traballa

L’essere in mezzo a una strada gli ha dato buca. Sconsolato siede sul salvagente. Un deliquio gli tende la mano. Egli non ne vuol sapere di levità tuttavia rischia l’arresto da un momento all’altro per traffico topico di accidenti, c’è un mandato. Il deliquio gli porge un auricolare ed egli mena la danza. Il debutto in società è salvaguardato.

Essere di carne e ossa

L’acqua l’assolve dalle adesioni sonnolente. Le ciabatte perdono la stima dei piedi nudi, suscettibili ai rivolgimenti e ai nascondimenti. La stagione dimezza la dispersione delle abitudini. L’anta dell’armadio cigola come una disarticolazione a cui i tutori negano la credenza. Uno scheletro inventaria più e più volte le ossa che non tornano all’insomma della nomenclatura. Spolvera le carte refrattarie allo straccio. Spazza i capelli di un’anima per lo più randagia, meno per le appetizioni. Mette nel sacco il materasso troppo vivace, malgrado i rimproveri protrae i lembi della sindone. Sminuzza la cipolla che non compiange l’olio extra vergine, giacciono a tutto gas.

Dinomio

Nella neurogenesi il topo non si scervella più di tanto, cede l’emicrania per una lenticchia. Rosi dagli assoni, i derattizzatori distribuiscono nell’ambiente un numero considerevole di esche. Non capiscono un piffero tanto che sbraitano contro i bioetici. A loro querela questi dimostrano la fine in esperienza dei cervelli di gallina ma non motteggiano una parola per gli innesti cervellotici. Già il topo di suo è una peste, al topo schizofrenico dà di volta il cervello dunque non è intrappolabile.

Il cenobio

Alcmena ha le regole. I conoscenti della superstizione, presentati dagli affini in schiatta, ritirano i dissapori dovuti a una disorganizzata antropofagia. Applicano le labbra alle sue guance. Gioviale come una dea li guida alla sala da pranzo. I conoscenti allontanano dal piano le sedie su treppiedi. Prima del pasto non s’industriano per consegnarle un uovo. Alcmena si appoggia alla parete, esausta.

L’epitema

Una categoria di individui occupa il marciapiede prospiciente l’agenzia di collocamento. Estranei all’orario di ufficio allettano il venditore itinerante di cinturini adattabili agli orologi da polso. L’uomo giusto al momento giusto chiede in una discreta educazione la definizione del tempo. In categoria gli individui non lo percepiscono. Allora scorre le cerniere di uno zaino, leggicchia un pezzo di carta e con orgoglio sventola sotto il loro naso l’iscrizione al circolo della mercede giornaliera. Una sarabanda di starnuti non valuta la sua domanda di lavoro. L’uomo giusto al momento giusto apre la custodia della merce, celebra la varietà dei materiali, dichiara che nessuno dei suoi clienti ricorre alle cure dei dermatologi.

Un ostaggio a desinare

Il riscatto del buongustaio trapassa per la bufala dei piatti. In fondo non desidera essere il primo servito. In piano asseconda la circonvenzione degli incapaci. Non transige sullo spreco degli ingredienti. Aldilà dell’interno stomachi animosi afferrano gli invenduti libri di ricette. Accattivata la forchetta e ammanicato con il coltello minaccia di tagliarsi la gola se non saranno soddisfatti i suoi appetiti. Il cuoco che non ha mai messo piede in un negozio rarefà il retrogusto. Di contorno prepara la vivanda indigesta al tempo dalle sue parti. Cucinato per le feste il buongustaio mangia di tutto.

Dall’equinozio di primavera al pesce di aprile

Il misosofo sconta le macchie indelebili ai rimedi del nonno. Arrotondato dal cinque che arrossisce la forza centrifuga e annerisce l’imposta sedulità dimezza e lo spirito e il corriere. Atteso l’incenerimento del cilindretto sputa il rospo senza una disputazione dei principi, la viziosa forma difetta sempre di un centesimo per dar conto dell’euro. D’un tratto riverbera l’esproprio, visto che la metà si è appellata alla pausa di riflessione avrebbe da distribuire una cinquantina di monetine da un centesimo, conservate per i periodi di diffrazione, op là – mentre le proprietà dipendono dalla deduzione si può contare sull’esproprio.

Prognosi quoad valetudinem

Il primario facente funzione del secondino visita in una circostanza sfigurata il degente. In minuziose anticonvenzionali battute lo iscrive alla competizione sanitaria, ambisce a  soffiare la vittoria al reparto limitrofo che da troppo tempo spadroneggia nella disciplina del morale tirato su. Per giunta lo stile del degente muta lo sbilanciamento, al di là dell’incitamento trascrive senza averne memoria la conversazione rinvenuta appetto una tazza di the e un bicchiere di vino, tra James Joyce e Jacques Lacan. In altre parole il degente lancia il significato e nasconde la comprensione.

Il cenno nuoce alla salute

Il padiglione dell’azienda ospedaliera di rilevanza nosocomiale edifica alla lettera tra le costanti che non danno i numeri. L’introduzione alla struttura scuote dall’inerzia i pazienti inquieti in conformità al suggerimento della convalescenza, spalleggia i congiunti dell’apprensione che non si fanno animo. La fisionomia confutata, non stanno in piedi le stesse facce, cede la svogliatezza a una pertinacia. Le parole a salve non risuonano nell’introduzione al padiglione, i pazienti e i congiunti alternano una rapida apertura e chiusura della mano a un terapeutico movimento del capo. Lo strappalacrime sa che i suoi precedenti non hanno valore.