Alea

Sfacciato come la figura del numero cinque taccia i viziosi della scommessa di distribuzione barata, irascibili gli intimano di non azzardare l’ultimo caso. È consuetudine che esuli dal giogo topico con i contrassegni sulla faccia, il senso della misura assicurato dal vizio a maggior ragione non fa caso alla probabilità e delinea l’armonia con i segni. Senza incartarsi nell’utopica corrispondenza in picche, è inoppugnabile che sia obbligato, fin troppo, dall’unicità, se solo riproducesse, duplicasse l’enumerazione di facciata dei punti anneriti senza riprenderne il caso, insomma la condizione duale del più o meno lo renderebbe inviso per l’estinzione dei contrassegni. Scommettiamo?

Inesorabile

Con la voce sminuzzata dalle vibrazioni dilatanti il fremito delle articolazioni e con un rimpianto dei singulti cicatrizzanti il tacito dissenso, l’analgesia infirma la procura genuflessa. Nessun nesso inerisce la possibilità messa in ginocchio, forte della precarietà. Il sordo dolore precario garantisce l’efficacia dei precetti, l’allegoria del dolore che opera il male è in altre parole dissennata, il dolore non fa male. Il precario che per una vita parziale ha scongiurato il dolore e stigmatizzato l’assunzione di antalgici simile ad una grossolana dipendenza, risente di un’epifania. Sopraffatto da un’immagine bruta invoca l’assenza di dolore, urla il lenimento giacché il dolore è sordo, la garanzia dei precetti è confutata da un uso inaudito della preghiera, persino del dissimulato istituto della resa non è mai giunta voce.

Il rango

Nessuno mette bocca nelle faccende private del signornò per una serie di motivetti: innanzitutto egli è carente nell’improntitudine del fare, persino quando ostenta l’evasione della risoluzione, quando incurvato su un’amaca denota l’alfabeto immaginario con il tatto di un rebus sintattico, non ha niente da fare; per assecondare la vana meraviglia taciturna alla proposizione sulla bocca di tutti pur dispensata dal passaparola, è inconfutabile che il signornò declini l’iscrizione alla competizione vocale, il certame della compitazione la cui qualificazione consiste nella seduzione del tutto; mai biforcuto il signornò non s’imbestialisce per la proverbiale truffa, il vulnerabile esproprio prodotto dal “chi fa da sé fa per tre”; l’attributo tetragono che non rappresenta un oltraggio sovvenziona l’opinione: il signornò non è mai sboccato, neppure la contrarietà è analoga all’osculo; in estremo il signornò rimbocca quattro tentativi per integrare le faccende, nient’affatto affine agli sfaccendati contraddistinti dall’efficacia olofrastica successiva alla quinta riproposizione.

Un battesimo

Nell’orbe dell’esclusione il signornò non emerge. I configurati conoscono in anticipo la sua unica risposta monosillabica nient’affatto intimidita, pertanto evitano se possibile di interrogarne il piacere. Di buon’ora un configurato in ricognizione, accollatosi il trasloco, chiede in giro il referente dell’autonomia, avuta soddisfazione la sua petizione picchia alla frontiera dell’epiteto. Dall’altro lato dell’epitesi il signornò sprovvisto di riduzione è in silenzio, immaginata la presenza il configurato in ricognizione reclama con scompiacenza il mutamento dell’autonomia in quanto egli e i suoi prossimi legati devono effettuare il trasloco. Il signornò tiene fede all’unica risposta monosillabica provocante la perplessità non prefigurata; dipanatosi, il legato alla ricognizione persiste, se l’epitesi del signore non muta l’autonomia essi non possono effettuare il trasloco e in una commutazione della scompiacenza e dell’autonomia sboccante nell’ipotesi della doppia negazione fa appello all’epitesi del signornò, al quale fa fede l’indifferenza alla comodità in luogo del traslato. Anche il configurato in ricognizione si immerge nell’unica risposta monosillabica nient’affatto commutata del signornò eppure con gli improperi all’autonomia non può rifiutare l’obbligo alla commutazione della ricognizione con un avamposto o una retroversione.

È ufficiale

Barcamena tra la flessione del fare e la modifica all’opera, la prima erra la coordinazione dell’infatti e l’ultima sbilancia la segnalazione di massima, in una parola la versione. È distinguibile la condizione di sconvolgimento che nella tenebra o nel difetto del fatto e nell’incredibile versione, snaturata, smorfiosa imitazione dell’inopinabile, assimila i vantaggi della prassi. Constatato lo sconvolgimento di prassi non ne deriva alcuna propedeutica assistenza tantomeno il propositivo nesso, l’ineguagliabile sotterfugio per svilire la frustrazione presenta il compimento del misfatto eppure anche in tal caso la prassi si posiziona di traverso e esclude la cooperazione, non c’è misfatto senza cooperazione. In ordine all’inclinazione per la flessione del fare omettente la modifica dell’opera, o viceversa, dovuta alle spinte caudali si accentua la spiegazione della replica, la moltiplicazione della denominazione, signornò.

Epifenomeno

L’oggetto immaginato non è destinato alla collezione. La libreria, il mobile a scaffali, è stracolma eppure non si accomuna alla confusa oltracotanza. Le fattezze oggettuali rigettano il paradigma alla rinfusa, senz’altro è vanificato ogni ricetto spaziale, ne deriva che l’ulteriore fattezza si adatta alla caccia immateriale. Con la catastrofe dell’orientamento, in altre parole con la scaturigine atterrata della figura d’insieme, il primo scaffale profila un’eccezione, un posto vuoto ridimensionato da una forma stampata, un libro inclinato su una dissimile e versatile formazione dritta in brossura, sia d’acchito che nell’azzardo conclusivo l’obiezione non sta in piedi, al posto vuoto non corrisponde alcuna fattezza oggettuale, alcuna forma stampata tantomeno la duttile formazione. Oltre le dissimili forme stampate e non le forme dissimilmente stampate, la figura d’insieme suscita le miniature delle fattezze oggettuali, l’immagine curiosa stabilisce che una miniatura è in bilico su uno scaffale nello sforzo di reggere il peso di una forma stampata ed evitare che entrambe siano bandite dall’insieme con l’editto del capitombolo, un’altezzosa miniatura ricade tra il divario delle forme stampate come in un sogno della difformità, un’avveduta miniatura è indifferente tanto alla fattezze oggettuali quanto alle forme stampate, ridondanti miniature questionano intorno l’assiomatica anisometrica d’insieme. L’innesto coatto del disordine nella figura d’insieme non attecchisce.

Un saggio

L’epigono che categoricamente obietta con tutta l’impropria alterità alla parenesi delle idee innate, è rianimato da un eccettuativo desiderio, saperne una più del diavolo. Malgrado sprovvisto di un’impronta personale ha avuto accesso alla sedimentazione dell’intelletto, ivi ha consultato la sensibilità dell’esperienza a cui è inconcepibile fare il minimo torto nonché l’apprensione della medesima esperienza che fa tabula rasa degli antefatti, con qualche difficoltà dovuta all’animazione delle esposizioni ha appreso a strati i lineamenti della datazione. Inesaudito si è sistemato agli angoli dell’inalveazione per non muovere osservazioni alle sboccate espressioni dei prestanome cui fan eco gli improperi dei venerabili e versatili proverbi che mai trascendono. Nottetempo nella pensione a cui nulla osta, ha partecipato in qualità di garante, per posposto avallo, alla ratifica della fausta condizione acciocché il contravventore sia alienato dalla bestemmia, faccia emenda dell’oltraggio ontologico.