Ossia la poesia …

[…] Sia la poesia tanto sensazionale quanto segnavia

Sia tanto significativa quanto controversa

Sia tanto insensata quanto riversa per converso

Sia tanto in tempo che quanto al contempo

Sia tanto il riverbero dello spazio quanto l’ospizio dell’avverbio di luogo

Sia tanto avversa alla lode quanto inversa al biasimo

Sia insomma la contraddizione del dotto. […]

[…] Ossia la poesia, equidistanza in parallasse

Ossia l’apogeo di una sana malattia e di una sanità malata

Ossia il perigeo di una cecità visiva e di una vista cieca

Ossia la centrifuga controcorrente del maelstrom capitombolante la rosa dei venti

Ossia la centripeta peripatetica idea dell’inizio e della fine … in principio era la finalità

Ossia il nadir del punto di svista

Ossia lo zenit parallelo alla retta di vista

Ossia la poesia, di stanza in un oltre luogo privo di coordinate e vedovo del tempo d’arrivo. […]

[…] Sia la poesia l’insonnia del linguaggio

Sia il disagio delle frasi fatte

Sia il rifiuto di ospitare parole intruse

Sia il clandestino del Clan del Destino

Sia la creazione di ossimori dalla pelle mora e dai gusti tossici

Sia il disconoscere l’albero del bene e del male

Sia il conato di vomito per il frutto acerbo : conato ergo sum

Sia il diario di un suicida che afferma la vita con il deicidio

Sia la violenza del pensiero che corrode la storia

Sia la revisione di un’opera mai vista

Sia la poesia, sempre e mai sia …

… Così Sia …

Così son divenuta scrittura

Così sono una macchia d’inchiostro su un foglio vergine

Così sono comparsa scritturata per un ruolo in cerca di un copione al participio presente

Così sono l’amante di un poeta eunuco

Così partorirò la bellezza della menzogna

Così abortirò l’estasi contemplata della verità

Così sono l’innominata e la troppo nominata

Così sono la sporcizia la lordura la corruzione del nome e l’evoluzione dell’innominato/mai nominato

Così sono il mio stesso delirium tremens

Così sono la poesia … […]

[estratto]

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Una notte

Una notte mi svegliai. Credevo fosse insonnia. E invece era il risveglio. Cosa fare. Cosa non fare. Andai in cerca di un contatto. Tutti i sensi eran ridesti, tranne uno. Il tatto. Bussai ai miei vicini. Purtroppo eran distanti. Vestii la mia nudità. Percorsi le scale. Scesi in strada. Desiderai una donna. Solo ninfomani mi offriva il selciato. Io agognai ancor di più la donna. Le piacevoli lussuriose giocavano con l’ambiguità dei sessi. Mai fui più serio di quella notte. Una mano scalzò la mia nudità. Aveva una missione. Manomettere la timidezza e svelare una ginnica penetrazione. Uno. Due. Su. Giù. Posizione e contrappeso. Fui tentato. Avevo però troppo tempo a disposizione. La manomissione richiedeva invece una sveltina per gli infiniti scopi della teoria, in fila, umana. Voltai il mio cinguettio. Resi muto il canto dell’usignolo e urinai il mio disprezzo. Rimembrai la mia donna. Sofia. Tessei il filo. Non avevo un riferimento. Un punto di partenza. Smarrito. Mi rincuorai pensando che lei mi aveva donato il cuore. Io le avevo condonato il mio. Un trapianto all’apice del contatto. Un filo disancorato. Spazzato, esiliato dal vento. Un filo controverso. Sofia irraggiungibile. Sofia evanescente. Le mie mani auspicarono il suo corpo. La mia lingua avrebbe voluto comporsi con la trascendente saliva del suo linguaggio. Il mio canto intonare l’inno al disincanto. Mi fischiarono le orecchie. Un’armonia dissonante. E’ stata l’eco del mio trattato incompiuto. Mi asciugai il rimpianto arido. Si scatenò un acquazzone. Le mie lacrime sversate. Risi come non mai. Camminai irriconoscibile. Mi dolsi. I piedi per il procedere sconfinato. Le mani per le invisibili carezze. I polmoni per l’affanno ispirato. Il cuore per una tachicardia narcotica e emozionata. La mente per sinapsi a lume di candela. Mi rinfrancai. Un respiro sollevante le mani, battente i piedi come un cuore riscaldato e una mente elettrificata. Giunsi al riconoscimento. La soglia dipanante il tessuto di Sofia. Estasi. Una bellezza immarcescibile. Sofia dal difforme fascino. Varcai la soglia. Mi accolse senza fiato. Io, sfiatato. Un incontro mozzafiato. Auscultammo la trascendenza nell’immanenza delle nostre salive. Giacemmo nudi. Disperdemmo il seme. Avvincemmo il sangue in sovrappiù. Sospiri illimitati. Il mio capoverso sul suo petto. Lei, al mio cospetto, le mani sostenenti il mio palpito. Un silenzio angosciante. Un’assenza di battiti. Un rigetto. Una reiezione del trapianto amorale. Fummo decomposti. La dimora del nostro piacere fu un sepolcro. Eravamo morti. I respiri ci giocarono un tiro mancino. Noi entrambi sinistri, fummo colti alla sprovvista. Una desta certezza ci separò. Udimmo le ultime parole. Un al di là vi riunirà. Un domani genererà il vostro discendente.

Un giorno mi addormentai.

Gli elettori

B. : Buongiorno!

C. e A. (asincroni) : Buongiorno!

B. : Collettori, ho letto “Bouvard e Pécuchet” di Flaubert e, devo dirlo, rappresenta l’entusiasmo con cui J e io approcciamo le professioni.

C. : Io ho letto “Una solitudine troppo rumorosa” di Hrabal e, non dovrei dirlo, rappresenta l’ebbrezza che provo nell’accumulare pagine su pagine.

B. e C. (univoci, non equivoci) : e tu C.?

C. : No, non sono eletto.

Guastafeste

Non luogo a precedere, l’infestato è prenotato, inviso. All’entrata del locale il nota bene è il nome nominato e corrispondente alla registrazione sunnominata. Nota bene il nome non fa menzione nell’elenco, è un nome proprio all’accesso. Nel bene subentra al nome il pronome annotato. Passato, il pronome è nella nota del già entrato, il nome dunque, è fuoriuscito nel pro del rientrare. Fa buon viso alla festa provvista. A vista, il segno nell’elenco è espunto. Il nome è nel pro, avanti al nome. Il nome è denotato, il pronome notato, nel luogo a precedere. La festa ha luogo, il nome è tra gli invitati, il pronome è travisato. Il guastafeste, non luogo a procedere.

Improntato

Sei in attesa e la tua sanità è pur sempre mutuata da una vigilia, la vigilia di un evento che, incidentalmente, rendi evenienza per persuaderti di essere pronto; l’evento è improvvido. Nell’evenienza che accada, incidi la tua impronta nell’attesa, esponi il tuo corpo sul piano incline all’attrito, esprimi nel prontuario le resistenze e le adesioni. L’evento slitta il contatto, è inattendibile.

Incensurato

Dialettico, erede della casata Dialettale e subordinato successore della Dinastia Monadica, odia le formalità monarchiche dalle conseguenze monotone; ultimo successore dell’era Divina Logica, ed erede dell’Impero Reale e postero dello Spirito Imperito, nel discorso, si troverà nel giro di qualche millenario istante ad essere reggente di tutto il territorio del sapere con l’annesso attributo di Maestro di Saggezza.

Educato, fin dalla nascita, da istitutori modali, al proprio destino vanaglorioso e protetto in una camera chiusa dalle attrattive dell’ignota curiosità, considerata come la lesione, la dispersione e la pericolosa infezione del suo percorso sistematico, è vissuto, fino alla sua attuale quasi maggiore età, quasi perché, letteralmente, la propria età è stata sempre maggiore in qualità della propria identità sostanziale che condiziona qualsiasi attributo al massimo grado; in un mondo di assoluta sicurezza monotematica – la sicumera – poggiante su fondamenta di pensiero stabili, custodite da soprappensieri concretamente armati di scudi argomentanti il circolo vizioso dell’a ritroso basilare; le vette della concentrazione giustificante …

Privato di un pur minimo svago o gioco intuitivo o invenzione infantile in nome e per conto di una serietà fin troppo definita, la conduzione, l’unica sua compagnia diurna è sempre stato il tedio, amico fin troppo sincero nelle confidenze alimentanti il gusto di visioni possibilmente multiple; dico amico diurno perché la notte, portatrice di giudizio, accoglie i viandanti disperati, i fantasmi pensierosi, le eco di dimensioni ridimensionate, le inquietudini passionali, i gioviali suggeritori, le gaie incognite lussuriose e una risata di fondo che non permette di chiudere occhio e apre i timpani; e il Nostro, non così speciale – non è ancora un’eccezione – da sfuggire a questa radiosa mietitrice di norme disciplinate, ha sempre partecipato a convivi vitali ticchettanti conversazioni – non presunte conservazioni – istantanee, rivelazioni intime, istanze in pena per le ultime prospettive controverse, panoramiche sul meraviglioso ambiente circostante, frammenti di racconti sulle infinitamente incalcolabili possibilità di appunti di vista e letture di dolci favole intonate come nenie accompagnanti il ristoro e il riposo del giovane combattente …

… e così all’insaputa di tutto, il reame, res a me, Dialettico completa la propria istruzione o meglio mette in questione, lacera, ciò che di giorno apprende … altro che scissione duale … altroché rescissione.

Persona ordinale

… meglio fingersi un io, si eviteranno tutti gli strepiti, i rimbrotti della disciplina che rimbombano nelle orecchie di un disordinato, trasparente … in fin dei conti ad un soggetto segue sempre un predicato, anzi una predica!

Parola di parola

Una parola da imparare ripara tutti gli errori, orrori delle colleghe, incallite nel perseverare nel funzionamento comune e comunicativo dei rapporti, contatti costituenti il codice scritturale; respira un’aria ideale al congiungimento da ingiunzione in azione, aggiunta al sopraggiunto appunto raggiunto da compunti, compitati punti chiave di appuntamenti segreti con sospensioni della normalità in ridimensionate pagine scompaginate; compara, talaltro, segni, consegne, assegni, insegni, disegni e segnalazioni in un tiro a segno privo di bersagli – gioco in cui perforare significati, favorendo le metafore e le allegorie danzanti su un piano aconcettuale e gli emblemi di un simbolismo non convenzionale e un’insensata proliferazione di figure retoriche, figuranti, così, in un’oscena rappresentazione del debordare, l’ipersignificazione con un’esplosione o implosione di parole, con fuochi di lettere fatue, con un reiterato riecheggiare allo spasmo, con sottintesi contraddetti e addetti al dettare suddetto, per una tale sensatezza assennata col senno di poi, data l’umana meraviglia per l’eccezionale, la veglia dell’accezione e il rimandare ai posteri un’incomprensione apriori.

La parola di parola è un fatto, affatto astratto, è il tratto più pratico possibile, l’immagine tutt’altro che promessa, si può affermare che sia sempre emessa, ammessa, tra l’altro, come una necessità, un anello in una catena di condizioni letterarie per l’attestazione locutiva, la rappresentazione, la messa in scena mascherata, la sfilata di lettere in successione, in condivisione e in eccezione … senz’altro l’accezione, la percezione della ricezione … peraltro l’eccesso di un’esclamazione … l’azione di parola … parola di parola …

Parola di parola: la parola intavola il banchetto di un linguaggio con tutto l’agio del brindisi, leva in alto i calici dei significati, reciprocamente accostati in sensi vietati, il tintinnio del non senso … il calice infranto del significante, in buona sorte, l’augurio di un fraintendimento dal sorriso lacerante il bozzo convenzionale avviluppante il corso dei discorsi standardizzati per non prorompere in sensi claudicanti … la felicitazione per un’intesa dell’insensato proteso verso il controverso campo dei sensi atleticamente pronti a ospitare parole indisciplinate, copiosamente brandenti il vizio di forma.

Rendez-vous

Gli incontri memorabili, scanditi da una casualità immanente, giostrano, in silenzio, l’evidente presenzialismo – sublimazione palliativa – referente la quasi necessità, tautologica contraddizione, della distratta mostra di una comunione osservante, generale vaccino per i tempi morti, alla matrice di un biglietto o con anglofilia, al ticket per usufruire di prestazioni sanitarie. [l’immenso timore di tutta una vita, durante, attimo dopo istante, dal frammento o genesi della nascita al permanente ultimo vagito esaurente la scansione di una temporalità agghiacciata, dopo virgole e pulsazioni di angoscia e tremore, dall’ultimo minuto secondo al contempo donante il barlume di un’incosciente libertà, al complemento di termine, non argomentato] La sprezzante, spocchiosa, altera, tronfia e veniale esibizione spettacolare della non solitudine, solo nulla – con ciò mostriamo un nulla solo, non una somma o una differenza di nulla che forse annullerebbe il niente, quando mai e poi mai qualcosa diviene tabula rasa – solo l’estrema visibilità sfora nell’invisibilità – epifania del nulla/niente/no …