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Archive for settembre 2016

Allotropia

Non si lascia mai sfuggire un’occasione per ragionare. L’accalappiare dottrinale svolge il compito a cui è preposto ma non desunto con uno zelo che non è mai il caso di mettere in discussione. Esso risponde alle segnalazioni decidue correlate ad un’occasione randagia con una prontezza dell’intervento che genera invidia nel cappio e nel laccio annodati al corsoio. Un evento non corrisponde ad una segnalazione, fuorviato l’accalappiare s’imbatte in un’occasione che a tutta prima non modifica la nozione randagia, sul punto di sollevarla per il ciuffo della ragione si accorge dell’errore, qualcosa non torna così come l’ignoto ramingo allenta la nota randagia. L’occasione presenta il crisma del malessere, il viatico della patologia, patentemente l’accalappiare non sa cosa fare, la nescienza dell’atto ottenebra l’affinità giudiziosa, è a disagio tanto con l’ontologia quanto con l’affezione, il corso superato a pieni voti con l’emissione di un’attestazione come ricompensa ha rilevato più e più volte il repentaglio dell’affetto e la smoderatezza ontologica. Senza improvvisazione e senza dilatare i propri comodi, l’accalappiare ragiona a un dipresso dell’occasione, essa non è più randagia quanto cagionevole, un postumo lo immobilizza, lo irrigidisce prima di sezionarlo. L’occasione cagionevole potrebbe essere causa della sua estinzione ragionevole.

Emblema

Nella turba, la cosa inserita nell’oggetto è un rebus. Il paradigma si distribuisce con l’aprassia non degradante il tenente. Nell’aposiopesi della gradualità il tenente ingiunge il dato di trasferire in prossimità la cosa. Il dato, che non riconosce l’approssimazione, si sposta nella certezza della direzione e nella designazione della situazione. Posto che la cosa sia codificata in un rapporto spaziale, il dato raggiunge in azione sistematica, perviene alla sistemazione e con l’inserzione torna alla tenenza. Il tenente osserva l’oggetto trasferito, un’espressione di riprensione distorce l’introduzione all’ordine, non aveva richiesto l’oggetto, la difformità presente, quanto la cosa. Benché desolato il dato non disperde la certezza, la cosa congiunta del tenente è appunto l’oggetto, non comprende le sue rimostranze ma esclude che nel trasporto la cosa sia degradata. Il tenente congeda il dato non senza informarlo di un’irrimediabile rassegna dell’insubordinazione.

Lo scrittore fantasma

Lo scrittore traduce l’immagine con il fantasma. Nell’insensatezza di una lingua la fonesi non è consegnabile alla parola, l’inquietudine concede la prelazione all’irrequietezza, l’urgenza della sinonimia svanisce senza avversione. La varianza fonetica dell’oggetto, della funzione, del significato e del senso non rumoreggia nel silenzio della conduzione, persino l’onomatopea non prospera nella ricognizione omografica. Lo scrittore sente nella traduzione un incerto malcelato spauracchio, senza incomodare l’alibi dei topoi e il cambiavalute qualificato nei talenti, rievoca la forma della fantasmagoria e la forma dell’immaginario eppure per quanto ne abbia sentito parlare non ne riconosce l’eco dell’eccentricità. Anche se si appella ai precetti dell’imperturbabilità e distacca il fantasma dall’allegoria non fa mostra di consolazione. Nel linguaggio in cui sosta il crittogramma è canonica l’infestazione, alla grammatica intestataria in sede ne sono giunte al sentire voci sgolate, delle due l’una non le resta che ridurre lo stile del canone oppure supporre di contraggenio l’intrapresa di disinfestazione. Non senza semplicità, la grammatica propende per la seconda differenza. Nel linguaggio, i dislocati anziché detti disinfestatori in luogo di guastafeste omologano la presenza del fantasma e dai segni soppesati nel progresso di un metodo esclusivo per inventiva, un metodo infallibile e inefficace se localizzato dalle parti, ossia il locatario e il locatore, inconfutabilmente inferiscono che il fantasma non è altri se non uno scrittore.

Il blasone

Un sintagma cristallizzato è enunciato in occasione dell’insieme performativo. Se l’esibizione non compete all’esposizione, se la prestazione non appetisce la coazione a ripetere, se l’improvvisazione non infirma la petizione dell’esarazione è ancipite, non fa differenza che l’espressione sia allocutiva o che la repressione sia perlocutiva, l’enunciato non rinuncia all’anisotropia. Allora un turista, non appena attraccato il leuto al porto franco si dirige in considerazione della rettitudine e con sprezzo della franchigia, all’interno dell’esilio, chiede ai rimpatriati quale sia la conduzione appartata. La madrelingua dei rimpatriati si articola in funzione di uno o più stereotipi, dunque essi non sentono, non ribattono la duttilità del senso, più che rispondere all’indirizzo del turista accennano ad un gesto che non equivoca la sintonia, ossia il gesto non eguaglia il blasone dell’esilio eppure corrisponde la conduzione dello stereotipo.

Seduzione

Alessio, il riserbo non seconda la coda del nome, non riesce a discriminare l’esperito che ha segnato l’avanzo della sagoma, l’icona allinea più che connotare il suo corpo all’espressione del galeotto. La sentenza emana dagli argini affettivi, rimbalza sui lembi emotivi, si accorpa agli orli passionali, in guisa cagionevole è appurata l’attitudine immutabile con cui il galeotto non si è abbandonato alle amanti. Il monito si contrae tra il vagheggiare e la relazione astorica, nell’istantanea della fatua attrazione Alessio vaga con la malia del principiante, invoglia o sollecita il rimirare di colei che non è oggetto del suo riguardo bensì erranza dei sentimenti. Il vagabondare rivolge la donna nell’inclinazione dell’amante, disorientata, scombussolata ella trasloca da una certanza in una combinazione relativa. Ivi si compie il misfatto, nel combaciare dell’amante con Alessio o in accordo al puntualizzare, in seguito al combaciare un termine della relazione diviene effimero, il galeotto dissolve il giorno e l’amante sul far della notte nasconde l’estetica delle tenebre in un luccicone che non s’inganna con il rimpianto – sul ciglio inumidito traccia ghirigori la lucciola inestinta – la relazione non è storia, la relazione è astorica.

Alessio rimedia agli errori del disavanzo, il combaciare rispunta nel quotidiano performativo, nel quotidiano in-differente cosicché la relazione, inconfutabilmente astorica, diviene un rapporto determinato, un rapporto in cui i termini sono irriferibili tanto alla mozione di veglia quanto alla lanterna della nottambula. Gli appassionati desiderano raccontare l’aneddoto galeotto: il nottambulo a mo’ di novello Diogene, munito di lanterna rintraccia l’amante.

Il luogotenente

In luogo dell’attinenza lo slargo estende in nome dello spiazzo. La delega contiene una consonante non letterale in sovrappiù. Lo slargo che opera nell’appropriazione del nome, invece che nel soprannome quale intesa del ridimensionare, chiama a raccolta gli invertiti affinché sia risoluta la pertinacia consonante. Per prevenire il vigore dei sinistri e la deformazione del granchio, gli invertiti sono consunti dalla responsabilità previa verifica dell’anagramma, il succedaneo attestante alla lettera il ricambio nominale, la cauzione di un’efficienza, di una funzione a cui è preclusa la disfatta. Tuttavia l’inversione delle lettere, i vocalizzi del nome ricercato e le consonanze della denominazione non rinvengono, non ritrovano, non scovano, non stanano, non snidano il tradimento del sovrappiù, un più che non si consegna al sopra. In luogo dell’attinenza lo slargo è sollevato dalla delega nominante lo spiazzo, le ultime scorse della consonante non letterale in sovrappiù allogano la zeta nello spazio.

L’orbe

24 settembre 2016 2 commenti

Un cerchio è logorato dall’essere al centro dell’interesse, la concentrazione con i cui le circonferenze eguagliano i suoi elogi per descrivere in assonometria l’irraggiare del beneplacito e figurarsi quali supplenti, l’essere in debito di un posto, è divenuta insostenibile quasi quanto il detestare. Con l’abbrivo dei principianti un cerchio si appropinqua alla geodetica, dopo aver atteso l’inarcare del turno richiede in esfoliazione millimetrata il decentramento. L’esizio geodetico, l’angolo, assegnato ai rapporti cerchiati, sfoglia il millimetro e senza commuoversi all’appunto del cerchio asserisce che il trasbordo del decentramento è stracolmo, ragione per cui la richiesta è respinta. Il cerchio non ottempera la supponenza esiziale, non ci sta, si ostina, s’impunta con gli aculei affinché l’istanza non sia scartata. L’angolo non contrassegna che l’incurvarsi dell’epilogo, coda che conclude l’assegnazione, compreso che un cerchio non trasloca dal punto e non avendo intenzione di prolungare l’orbita del segno lo esorta a stendere l’esemplare del defigurare, paradigma con cui le alte sfere largiscono, una volta tanto, l’elisione della figura. Un cerchio non ne vuole sapere del dono o del perdono sferico, pretende nient’altro che il decentramento così come compete per divergenza. L’assegnazione raffigura ciò che più differisce la risoluzione, l’esizio geodetico prorompe con la detonazione che le richieste stravaganti, esorbitanti del cerchio e dei suoi eguali non avranno mai fine e nell’insieme ragionevole non è in errore, non ha torto giacché in un cerchio inizio e fine coincidono.