Tecnologia

Al dipartimento di filosofia un tecnico non chiude la finestra che spunta dalla barra delle applicazioni. Sono giorni che i pollici dello schermo sono ridotti, una corrente di aria asciuga il sudore obtorto collo, il fazzoletto il cui uso è limitato alla detersione conserva le pieghe da stiratura, a piombo nella tasca interna della giacca. Con il petto gonfio il tecnico decide di selezionare la finestra, non l’incognita, di dare avvio all’installazione del nuovo sistema operativo. All’avanti segue l’ingresso del praticante, si discute del positivo e del negativo, della sorpresa di quest’ultimo alla preferenza performativa accordata al sistema operativo defenestrato e non al più diffuso in ambito accademico sistema a protezione della natura. Il tecnico sensibile dimostra come la portabilità della memoria correlata alla diffusione della ludopatia ovvero alle camere dove la memoria condivisa è in gioco, sia giocoforza un postulato del sistema operativo defenestrato. In parole altere l’appassionato di gioco condiviso nella rete in contemporanea e non nei nodi limitati alla concorrenza degli estremi, si attiene al postulato defenestrato dimostrato da uno schermo intero. Al praticante sovviene la lezione del tecnico sulle monadi leibniziane e l’assenza di finestre ma non fa in tempo a replicare che il tecnico maledice la memoria portabile, l’installazione richiede l’identità alfanumerica ossia la definizione del sistema operativo defenestrato, accidenti è costretto a capovolgere il calcolo della memoria portatile.

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L’amato che non poté reincarnarsi in una bottiglia di Taurasi

Al convegno neurologico sulla prosopopea, nuovi confini di una patologia tutt’altro che retorica, il genero Sacchi e il cognato Oliviero piangono l’anniversario della morte. Tra un singhiozzo e una pacca sulla spalla entrambi non si capacitano del lastrico economico e della dipendenza da alcool della vedova. Ella risiede, ormai in pianta stabile, a Taurasi, un comune in provincia di Avellino, dove ha rilevato, dando fondo ai risparmi, la proprietà di una rinomata cantina locale. Da quel che testimoniano fratelli e figlie, il lastrico è dovuto al maggior consumo personale che non distribuzione sul territorio nazionale o internazionale del prodotto. Mai dimentica della presentazione dell’amato, della galeotta conoscenza avviluppatasi all’acquisizione di un’ultima bottiglia di Taurasi sullo scaffale di un’enoteca, ella ad ogni stappo di bottiglia sente la parola dell’amato, essi lasciano immaginare quanti stappi siano necessari per la compiutezza della proposizione. Alla riprensione delle figlie e dei fratelli, la vedova risponde con il lancio delle bottiglie contro la parete principale della camera da letto, il dialogo tra il genero Sacchi e il cognato Oliviero è interrotto dal dirompente intervento della vedova incentrato sulla proposizione indiretta: giù le mani dalla retorica senza la quale il mio amato non avrebbe voce.

Ex professo

Nel corso della vita suppuri gli espedienti ricompensati. Cosa intendo con questo enunciato? Riscrivo la domanda opportuna. Quel che è sulla bocca del prossimo, la risposta all’occupazione temporanea. Le labbra del successo incarnano l’articolazione della faccenda. Potrei ricorrere alla flessibilità del labiolettore, ma sono certo sul perché sia provato in antifrasi dalla scrittura di compagnia. Mi sono ripromesso di non divagare, di mostrarmi ostile all’opera adamitica. Dunque, tentavo di sporgere le labbra per la sicurezza della pendenza, la lieve contrazione delle labbra concentra l’attenzione. La faccenda appaga la curiosità approssimativa. Chi è repellente alla suppurazione merita una distilla, sono formato alla toponomastica di Brichot, in luogo dell’appurare, della purezza che, citando il di Compagnia, smacchia, rimargina l’inchiostro datosi alla macchia, seleziono ciò che è sotto il marcio, disotto la corruzione inchiostrata si espande la menzogna dello sforzo, i limiti dell’arra sono dilatati ma il saldo resta inesatto. Sotto il marcio s’infiamma l’espediente, copioso amplia i propri limiti in linea con l’esperienza. L’articolo impone dei limiti caratteriali, altrimenti il compenso va in fumo, tocco l’imprimatur; al centro per l’impiego l’individuazione di un curriculum vitae è propedeutica all’iscrizione. Disilludere l’opinione amicale mi comporta un malessere, la posologia della doxa mi indica ai conoscenti, gli amici m’indicano alle nuove conoscenze, come una persona doppia. Giacché l’avvertimento è coscienzioso ho presentato due curricul-um/a (a voi la scelta accademica) l’uno con l’esperienza sbiancata, il due con l’esperienza descritta. Non nego come la disillusione abbia semplificato il mio dubbio: avendo occupato la serie temporanea della scrittura avrei dovuto rivolgere l’espediente dell’auto, di una scrittura che ha esperito la scrittura, le cui conseguenze sono uno: la scrittura che si priva dei requisiti con l’espediente dll’auto, due: la scrittura che annulla l’esperienza con i requisiti in bianco.

Quinconce Dozzinale

Rec.

Figurarsi un qualsiasi spazio vacante nell’ambito del disimpegno, l’oggetto non è garanzia dell’immagine. Il credito sul posto è il colmo per l’imposizione dell’immagine spaziata. Figurarsela un’immagine incoerente, allentata ma non incongruente al tavolo da gioco, al ridotto della sala di prova, al filtraggio varchi dello stadio, all’auto, alla filiale tributi, allo sportello ritiro referti, al tavolino del caffè, al desco imbandito, alla scogliera frangiflutti lungomare, alla prominenza panoramica tramontata, all’antistante vana lettura, alla pesta in esercizio, al divano strumentale di comodo, al trasporto pubblico giusto in tempo, al museo alloctono per gli autoctoni in arte, all’abduzione della retta nell’aula magna, alla sovrimpressione di una torsione voluminosa, all’appuntamento mancato indesiderabile, al fuori luogo in quanto area di ospitalità. Raffigurare in immagine lessicale il dialogo tra l’idolopeo e l’imaginifico, in cui quest’ultimo come interiezione abroga la parola adatta. L’emissione della delibera è accompagnata da un balbettio reboante, al che non è impronto per converso dall’idolopeo dissuadere l’imaginifico per un praticabile abracadabra.

Malleveria

Mi concederesti la mano? – avrà chiesto il pergolato al rampicante. Il corrispondente comprenderà il rivolgimento e non senza sottilizzare, articolerà una reazione sostenuta. Introdursi in un dedalo dove le svolte avranno contrassegnato la botanica pensile o addirittura l’enologia sfalsata distruggerà il lettore sempreverde, la memoria del ripercorso avrà ritenuto i petali appassiti. Nessun’altra immagine sarà meno lussata, il petalo appassito indifferente all’approssimazione in n sarà una persistenza della corolla dai petali numerati a seconda della contraddizione. Dal che non s’indurrà il fiore appassito, benché la memoria manipoli i termini della schiusa. Il padiglione da cui si amplificherà la labirintite avrà distrutto tanto l’aferesi del lettore quanto divelto la corolla, i petali saranno innumerati per l’appassimento del percorso. Un petalo avrà oppugnato la ricolta, naturalmente la lamina sarà seccata al punto da sfaldarsi al contatto manuale, per cui il dedalo sarà stato il luogo pasciuto degli ecatonchiri. Torneremo sul passo citato in proprio, alla reazione sostenuta del rampicante, egli avrà paventato la congiura della spirale, nulla d’intrigante, solo il ravvolgimento del pergolato nelle circostanze rampicanti, la spirale avrà evidenziato la tortuosità di ambo gli elementi in questione. Saranno nel torto, non potranno arrampicarsi lungo i montanti della ragione, le spirali si svolgeranno quali volute e la formula della questione sarà circonvoluta, non c’è via di fuga. Il pergolato intrepido avrà pungolato il rampicante, lo avrà costretto alla percezione circostanziale, non ci sarà stata alcuna possibilità di svignarsela. Quest’ultimo alla proposizione in questione avrà corrisposto una voluta spergiurata.

Fragile

Finora, in composizione temporale, l’ultimo testo dell’anisomorfia consegnato in redazione porta, sull’involucro per lettera, la dicitura fragile. Il personale assegnato alla prima lettura nel contesto sineddochico, non attua il consueto protocollo spedito, è fuori causa pertanto goffo. Scartare il lembo che attacca ai simulacra il sigillo potrebbe comportare il disastro. L’impiego del tagliacarte ai bordi è da scartare per l’inopinabile lacerazione irreparabile. La pratica dell’esalazione soffia sulla porpora delle possibilità remote, le lettere sono permeabili. L’iniziativa che caratterizza l’assunzione del personale, propende per l’avveduta separazione del lembo circoscritta alla speranza autoadesiva. Il lembo autoadesivo non esclude l’intera disgiunzione previa la continuità del sollievo. Appunto, la speranza prestabilisce l’esito. L’ultimo testo è scartato, il personale non incartato esamina il supporto delle lettere, ad una scorsa l’inchiostro non è maculato, l’impermeabilità testuale tutelata. D’acchito la forma spiegata non reca righe della rigidità personale. In seconda battuta il piano d’iscrizione infranto per una sinestesia della materia affrange il personale. L’impiegato con dei trascorsi è chiamato con urgenza all’ufficio personale. Si presenta un grattacapo asintomatico, la goffaggine dell’inconsistenza fuori causa ha dislocato la composizione. I trascorsi dilagano, l’impiegato annota come il lembo scartato abbia slogato, disarticolato e forse distorto il testo. Un’immagine del testo è stata diffusa ai mezzi d’informazione, probabilmente da un tipico personale. Sul foglio dell’ultimo testo è impressa una serie di errori ripetuti in colonna, quel che ferisce l’opinione è il vagheggiare dell’accento.

L’errore ripetuto in vagheggiar di accento: smorfia.

Bis dat qui cito dat

La locataria sprona lo sconosciuto a prestare il dipendente. Il comune in luogo dell’ente dispone per la giornata odierna l’affissione dei numeri civici al suvvia. Nel contratto di locazione la clausola immobile dispone la sperequazione corretta nella decina che ripete l’unità. Lo sconosciuto non figura nel contratto, sopraffatto dalla lettera prestata, fa tutt’uno con l’immobile. Censura. La locataria disconosce lo sconosciuto, purtroppo la pendenza complica l’essere in grado sfrattato dal condominio ontico. Emendazione. Innanzi tutto la locataria non è in grado di atterrare lo sconosciuto, per lo più lo solleva di braccia non senza prestanza. Lo sconosciuto prestato alla dipendenza non ritarda l’affissione. “Il tempo è tutta un’altra storia”, locuzione che condiziona sul posto. La locataria osserva con l’abiezione dell’insuccesso il numero civico, 45. Pertanto non ripete il numero contratto, 44, nonché è in ritardo sul trattato indebito, per lo meno dimora nell’altro versante del suvvia.

Ricognizione

A Grazia viene concessa la precedenza, ella disconosce il piglio espansivo dell’impetrare, si defila, in genere disdegna l’interiezione che ridonda di opzioni. In senso relato preterisce la creanza di genere ma nell’imprevisto accaduto inchina un sorriso per la generale ipseità. Rasente i precetti della coincidenza la congettura nell’insegna è empita. Grazia è sfinita, per sottrarsi al logoramento della posizione di stallo si avventa nella corrente, interrompe la preoccupazione della riconoscenza. L’empio sgombra l’insegna, l’incidenza della congettura è un accidente per ogni sorta, casuale. Grazia considera l’empio, in effetti non s’è incomodato per niente, la sua posizione non è di comodo. Il ritmo è più accidentato, mille meraviglie interferiscono con la proibizione ovviata, la convergenza debilita l’esornazione. Grazia è disfatta, un peccato. Ha impiegato la cosmesi della facoltà intellettiva per non truccare la magia della volontà imitativa. Scossa dai mille riverberi si sorprende ad intercettare l’ammirazione, è incorsa in un fuori luogo, nel bel mezzo della sorpresa le ritorna l’evocazione di verbigrazia, pur non desiderando recedere dalla formula affabile è incantata dal ritornello del ringraziamento. La situazione l’avvince all’insito, è impossibilitata all’ovvio, ovvero all’interiezione. D’un tratto è in bilico, l’evocazione di verbigrazia è sospesa, la deferenza addita l’archetipo silenzioso. Il sollievo dispensa Grazia dal verbigrazia, propinqua alla deferenza definisce la petizione di principio in luogo dell’allotropia. L’archetipo è additato. Grazia reitera la definizione, l’archetipo è additato. Grazia ridefinisce la ripetizione di principio nel luogo dell’isotropia. L’archetipo non addita la direzione del silenzio, invoca l’interiezione: prego.

Pazienza

I medici condotti sono intolleranti all’assistenza della famiglia. La riproduzione degli assistiti collide con la rigenerazione del medicamento. Il prontuario riconduce il medico alla visita cortese e non alla villana assistenza. L’obiezione condotta all’assistenza articola la corruzione della riproduzione, la rigenerazione della lacerazione coagula con l’applicazione spalmata della resistenza, invece l’infezione assistita rapprende come un’infiammazione della contusione. Il portamento degli oratori al convegno è in linea alla proposizione di cartello: “Il paziente non deve essere contrariato”. All’ingresso, accompagnatori e accompagnatrici insofferenti distribuiscono ai partecipanti una bibliografia inerente al páthos e alla contrarietà in filosofia. Il medico condotto M. ospita al proprio fianco il paziente Y., ne allenta la restrizione dei costumi, lo esorta giù per una china a mostrare al consesso dei dotti la localizzazione della cataclasi o, come da lui denominata, morphé del corpo. Il medico condotto N. al fianco del paziente W. soprassiede con un cenno all’intimidazione, ne allinea i costumi al proprio giro vita, in punta di dita a sostenere il mento per l’espressione a testa alta, comprime lo schema del corpo o catapessia. Il medico condotto Q. sostiene per i fianchi il paziente J., dà le spalle al consesso dei dotti, gli suggerisce di sollevare i talloni, di rivolgere i costumi, provoca i dotti colleghi a distinguere sul verso del corpo l’epicrisi o èidos. Il medico condotto S. precede la torma dei pazienti X., i costumi sono sfilati, con uno sguardo d’analisi all’intero emiciclo, il consesso, presenta la plasia. I dotti riconoscono l’inquietudine di un paziente X., egli si defila dalla plasia, rimprovera il consesso di prestare attenzione al millantatore S., si presenta quale suo assistente, denuncia il plagio che il suo improbabile mentore ha compiuto, muove in contrappunto la proforma dei condotti precedenti. La plasia dei pazienti X. non è altro che la precipua patologia sintomatica dell’assistente X, dai medici di famiglia diagnosticata quale morfea.

Divorzio in breve

Alla funzione sono presenti i volubili e i mutabili, non chiedetemi quali siano invitati dall’amante e quali dalla diligente. Come officiante, facente il verso, il velo posso riprodurre senza minimizzare i discorsi, il consenso traslato di ambedue le schiere. Gli uni, i mutabili, plaudono all’enfasi dell’oratore, la verità generata quale tesi di un rapporto; applaudono al categorico buontempone che, sempre opportuno, racconta come il desiderio non contraccambi la passione. Nello specifico, anche se non ricordo chi, se l’amante o la diligente, si doleva con il suddetto temporale sul come l’altra non cambiasse nonostante l’intimità separata, la natura del rapporto era in discussione, oltremodo la comunione d’intenti. La risposta compassionevole di colui che non riconosce né ricompense né pene dal tempo, del giusto in tempo, verté su una spudorata proporzione di ricambio. Tento di citarla, l’amante o la diligente non doveva pretendere che l’altra cambiasse, come soggetto della passione le doveva riconoscenza, solo nelle condizioni di questa modalità poteva essere certa che l’altra fosse quella giusta per la comunione. Il desiderio che contraccambia la passione, il patire, per la categoria giusto in tempo è una massima propria delle dissolute. Tutto questo dovere mi costringe al luogo deputato all’igiene del corpo. Prima di richiudere la porta alle incardinate spalle vi partecipo il risalto dei volubili, essi sono schierati. Dapprima di ritmare l’urto impalmato richiedono lo schieramento del magniloquente, se non fuoriesce dal medesimo giro è passibile di cambiamento senonché desideroso a schiera, il monito dell’altruismo: l’una o l’altra non fa differenza. La porta è preoccupata del piedritto, irrequieta, mi volto e sobbalzo come una pietra alla malia della speculazione, tra sinonimi non dovrebbero riconoscersi?