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Archive for giugno 2012

Disseminare

Sono un mortale. Sembrerebbe un’affermazione ovvia, come negarlo ? Non rinnego la mia mortalità, sarei uno stolto anche se il dolore rende stupidi. Io esprimo il mio parto, la feconda procreazione : in principio il mio seme creò la partenza dalla residenza, la dipartita dai luoghi natali e come una seconda volta riparto dal luogo comune del seme generativo. La prima volta la seduzione dissimulò il mio gesto, esso fu raccolto da un’ovaia in esilio e ciò che si materializzò fu in un senza luogo e in un senza fissa dimora, un orfano che non conoscendo la fame della suzione perì in un frangente di non senza riconoscimento … fu riconosciuto come mancante e abbandonato, come un dono del caso e come per caso, per una molteplice diramazione dei sensi vitali chiese in quanto prigioniero sociale asilo nel mondo onirico e giunse a prosciugare le lacrime del padre, un padre che parlava nel sonno, balbettava e che da quella visita percepisce solo il deserto e la disidratazione di una carne tumefatta. E’ un fatto che da quel giorno chiudo occhio solo per tenere spalancato l’altro e nonostante la diacronia visiva e i corpuscoli che dimorano nell’iride opaca, sia solo il ricetto di uno scolo disilluso, di una pantomima del liquido e sia passato ai gas soporiferi che annebbiano la mia colpa … sono il solido umore di una pena che non si tramuta in sentenza capitale e che sconta la libertà provvisoria in una realtà che ha obnubilato l’etimo e in cui il timo la fa da padrone : gli anticorpi sono in sovrapproduzione e l’esubero comporta la nascita di un corpo spirituale che non volendo riconoscere l’incarnazione e la dialettica sintetica non può che nascere morto e preannunciare l’hic et nunc della progenie santificata. La generazione fuori etimo, checché se ne dica, divulga la parola virale, il sistema immunitario è compiuto, è assoluto e l’idea di uno spirito incarnato, realizzato non è più un’antitesi o l’apodittica di un ideale realizzato, men che meno una sintesi giudiziosa, è la corrente di un’attuale con-tempo-raneità priva di nei potenziali e comune alla pubblicità di una massima in cui è esprimibile il senso unico :”L’anticorpo è il futuro dello spirito” … I filosofi han riposto speranze e costrutti nel concetto di a-venire e l’unico senso scolpito sul nostro corpo è la redenzione del tempo nella generazione X – x non come incognita, come una parola senza etimo che la mia mano non riesce a trascrivere.

Caos sabbatico

Sommerso da un’ombra adombrata, emerso in un vuoto decorato di confini accecanti, adiacenti alla frontiera di stato ove il movimento è soppresso per l’inerte gioia dell’attesa, la contesa per un’aspettativa eterna, il segreto dell’immortalità, non per altro sembra che le leggende indichino la noia come in un rapporto intimo con l’immortalità, per il disvelamento dovremmo pagare un prezzo troppo alto o troppo basso, dipende dal credito della percezione fiduciaria, in ogni caso saremmo disumanati; imbevuto d’ironia disannoiata collaboro con il caos sabbatico, ogni sette anni si apre l’abisso, il baratro dell’eccezionale, del disinforme, l’amorformazione del multiverso, del multisenso, l’anamorfosi percettiva, la multiforme multilateralità degli oggetti, un soggetto anagrammato multinominale, multisono, diveniente predicato nominale infinito, una scrittura anaciclica per un linguaggio onomatopeico, l’azione del nome, in cui l’etimologia abbraccia l’analogia, il fare del logos contro l’apatia del leghein … noi, ospiti, partecipiamo a seminari inerenti alla caosmosi, conferenze oscillanti del caso-caos, lezioni, discorsi attinenti al diverbio, la duplicità in parallelo e a perpendicolo del verbo che si coniuga, si declina, si predice, di verbigrazia, a verbo a verbo, incontri mozzafiato del sovrappensiero in disopia; di tutto ciò è necessario prenderne disappunti per disadattarsi dalla disassuefazione, sono disavvezzo a trascrivere, nulla mi vieta, però, in un’altra opera la trascrizione dei sorprendenti, disdetti e disfatti disappunti, dispensati, appunto, con il tramite del dispensiere …

Prospettiva: trapunto di avvistamento opposto al passo senza ombra … senza luce, pago di un sistema di riflessi privo di buio, il trapasso di un’espiazione aurorale diurna per l’espansione dell’imbrunire, in origine redenzione della notte, insonnia da abuso di crepuscolare, isolata, isoalta macchia solare … tema al compasso di riferimenti sterili ed immuni al gioco di coppia privilegiatamene svagato, l’apostasia, l’eresia, la scongiura in pantomima con il girovita in congerie come se l’analogia renda l’ano logico procreante: il prodotto il contorno tra il sapiente e l’ignorante, analogico invero la differenza e l’identità simultanee, ripetute successivamente, l’incarnazione di una legge di natura in un corpo, un corpo la cui coscienza disincantata, dissimulata adombra la propria riflessione e aduggia l’intuizione, c’è quasi un’isotipia tra desio e tedio, fare l’atto di uggia … la dissimulazione non inaugura l’eufemia.

Uno stile ostile

Stilettato, pioppo sradicato, onnivoro della forma, antropofago entro la spelonca antro e ricettacolo delle ombre delle idee, stalattite del concetto, stalagmite dell’oggetto, erosione della funzione e accumulo di evanescenti riferimenti, fossili di un pensiero ancestrale, gli strali di una ragione emendata dell’anchilosato archetipo del differenziale animato, l’anima nemica dell’argilla grezza, materia desiderante il soffio del vento ristorante gli auspici di un’eternità adornata da possibilità di comprensione suggestionanti la servitù a un sapere trascendente e la padronanza di un irriverente dubbio immanente, l’eminente sovrano reale dalla volta coinvolta in un progetto di approvazione delle prove di un’equazione del dato assolto da una preterintenzionale meditazione dell’ignoto … Percezione appannata, trasudante umidità, rugiada antigravitazionale, goccioline ascendenti le controcorrenti di uno scarico, deiezione verso la brutale banalità della vita, gocce di sperma acquatico percorrenti gli intermezzi della madre terra, penetranti gli interstizi atti alla fecondazione dell’intervallo prolifico, un utero in attesa di una scarica inadatta alla mestruazione del parto programmato, un infante in lacrime, i vagiti di un neonato aspirante all’abbandono dell’io, auspicante la scomparsa del soggetto e augurante la disperazione del sostantivo per la depressione del predicato e il suicidio complementare, la divinazione di un’evanescente persona, il presagio di un luogo da inventare con l’asintoto in toto del caos … un io, orma su orma, passo avanti a passo, si avvicina a uno specchio terso, il cammino dallo sguardo prono si innalza alla visione specchiata, una divisione … una revisione il riflesso della trasparenza, le melliflue pupille nelle intemperanti iridi rifiutano l’imperturbabilità stoica, rifiutano un odore sgradevole già in precedenza irriconoscibile, rinnegano le distorsioni di un’immagine, l’immagine rifranta nel vetro, l’immaginazione in azione tra i chiaroscuri di una percezione sotto controllo medico, la ricetta per una vista graduale e graduata secondo i canoni della illusoria materia disciplinante i fenomeni appartati e il nome del noumeno, nome meno nous, il principio dell’intelligenza emendato dell’intelletto, una domanda si erge nella propria forzata provocazione, se e soltanto se rispecchio la mia trasparenza specchiata potrò ritornare all’origine visuale ?, un movimento si espande tra le molecole atomiche i quanti e i quark dell’aria, un arto prensile afferra dall’altrove un altro specchio … . … ha inizio la catastrofe, la genesi della rinascita, la risurrezione antecedente la morte, come un circolo l’origine del riflesso coincide con la riflessione coincidente all’enoisselfir, il gioco degli specchi, quasi il parco dei divertimenti infiniti, la gioia di un punto di vista sospendente l’eternità, simmetria di uno schema indisciplinato, deformazione del dimorfo in amorfo, morfologia di un logos illogico, Orfeo dissonante con l’abuso di una retorica cacofonia della poesia insensata, musica per i miei sensi assenti, morfogenesi dello stile ostile …

Le perturbazioni dell’imperturbabile, lo scompiglio del sublunare con il piglio delle fasi solari, macchie di una terra geograficamente incomprensibile, un arcobaleno di archetipi, architravi e arche della discordia, l’alleanza della concordia con la dissonanza delle tonalità discordanti, la chiave di volta di una soglia sprangata dal c’era una volta, c’è più volte e ci sarà una svolta, richiuditi sesamo!, un Tizio, zio di Caio e illegittimo di Sempronio, vagabonda tra le rovine del fato sfatato dalla morale di una favola, errante cerca la soluzione delle credenze generanti la speranza per dissolvere l’insolvente rimetti i debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, lieto accarezza la putrefazione di un corpo disincarnato, plagia lo stormire dell’avvento e lo strisciare dei vermi, ascolta l’eufonia degli insetti non settari, la sincronia di fuochi fatui e ceneri composte, la diacronia di cipressi e tumuli lapidati da epigrafi assoggettate alla divulgazione dell’appropriazione indebita … un miraggio, niente in comune con il miracolo, assume la prospettiva della sua retta di vista, i pensieri ospitati tra le circonvoluzioni cerebrali, i neuroni sragionanti, le sinaptiche emendazioni dell’intelletto e gli spiriti animali incarnati in un’anima inanimata disaminata, levitano, cavalcano l’aria tra la superficie atmosferica e la profondità enucleata della crosta terrestre in permesso per l’ora d’aria, e si ricongiungono alla sostanza infinita … l’ineffabile che si diletta a verseggiare un miraggio … . …

Nei panni di dio

Sono un fantoccio, uno spaventa uomini, sul sagrato di un’umanità disinvolta è posta la mia sagoma. La mia allampanata versione in cartapesta distoglie gli uomini dall’intraprendere le mie esperienze. Come un proscritto sono raccontate le mie azione dal malevolo fine. I miei scritti, le mie testimonianze sono messe all’indice. Un indice che come ordine di un’estrema manualità addita la direzione del saluto. Ho affermato il mio arrivederci, la salute di una mano che non trova materiale su cui sfogare l’energia muscolare. I miei tendini come cani da tartufo, ritrovano la fibra di un foglio, non importa che sia riciclato, pestato da innumerevoli orme fiere del progresso umano al termine della storia. I passi raggiungono un’escatologia, la scienza compiuta sul ricordo di erronei esperimenti. Se un mento riesce ad esperire di essere l’inferiorità di un volto forse riuscirà a coinvolgere i miei spettatori all’apostasia. Abbandonate la conversione di facciata alla burocrazia impersonale, non importa chi voi siate, siete uguali in nome di un pronome come certificato di garanzia circa la funzionalità del battesimo come iniziazione smembrata alla comunità personale. Il credo di un’uguaglianza, l’identità ai personaggi di una favola dal lieto fine. Si promulghi, si diffonda l’eresia della diversità, sono finito come uomo accomunato e sono la fine di questa finitezza. Non basta l’incolta crescita di una barba a rendere il mento estremo termine di un lamento. Il lamento della mente si accarezza la barba, la scuote come un cespuglio sconvolto dal vento tempestoso, con la speranza di ritrovare la mistica rivelazione di un’assenza di conoscenza. Sono sbarbato, il mio carnevale come festa dei fantocci, non prevede la barba posticcia. Una mente barbuta si abbarbica sull’aporia, non può spiegare il dato di fatto del suo essere predatore di una peluria a difesa di una difficoltà logica, che poi è estremamente semplice, prende una posizione e sul territorio reclamato erige il proprio ristoro, la dimora del proprio essere un’essenza. Chi sono io? È la domanda mentale, elementare sono il proprietario. Le stagioni, le suddivisioni annuali si moltiplicano. Fa freddo. Da emblema del carnevale muto in icona dell’inverno. Sono un pupazzo di neve. Il mio biancore è maculato, sono un pupazzo selvatico, il mio habitat è una giungla di osservazioni posticce, le conversazioni devono convertirsi alla conservazione del metodo chiacchierato. Occupare le nostre labbra in emissione di parole spuntate. La puntura di una parola indolore. Non l’ho sentita. E’ questo il segreto del luogo comune. Una parola senza serie. Un’opinione espressa come parola verità, univoca. Una voce per l’umanità accomunata. La comunanza di una voce sussurrante la propria raucedine. A furia di dire le stesse, le medesime cose, le prolissità loquacemente schizzate da un’aridità palatale, ho perso l’inflessione tonale. Mai avuto un’inflessione quindi che la gloria sia l’affezione della laringe. Ho abbassato i toni. Sono educato e alternativamente alterato e collaterale. Nonostante tutto siamo i padroni della voce. In senso prominente l’univocità. Una voce accentata. Una voce fin troppo accentuata. Una voce avocante l’ufficialità di un canto. Come incantati siete il senso unico di un canto stonato. Non riuscite ad infrangere la struttura del mio singolo fiocco di neve. Sono una composizione, io e non una dissoluzione in unica vece, l’univocità priva di un’eco … ripetere senza differenza di intonazione, l’azione inflessibile, se siete così rigidi è una naturale conseguenza l’essere senza fiato, l’essere affetti da mutismo. Ho svelato il segreto. Siete innati. Siete nati muti. L’inflessibilità atonale è frutto di un marchingegno. Un artifizio ha celato la vostra disabilità – che le parole siano specchio dei vostri significati, non offendetevi. Ora vi piacerebbe l’appellativo di diversamente abili, ma se avete sempre abolito la dispensa, le differenze modulari ! Viva l’indifferenziazione ! Siete elettricamente in cortocircuito. Come uscire da questa situazione ? in silenzio !

Conflagrazione

Un’azione perora la propria causa. Quale causa? La coazione a ripetere, a reiterare il medesimo effetto al fine di rincontrare l’originale causa sui. C’è, bensì, in atto una controversia, tribuni dell’efficienza auscultano le condizioni di salute della forma legislativa tutt’altro che esecutiva; partigiani del finalismo blandiscono la teleologia come unica e sola idea perseguente il raggiungimento dell’essenza di un’umanità accidiosa; discepoli autonomi si accontentano di perseverare nella considerazione del principio di sufficienza come misura di una gradevole partecipazione agli affari mondani; accoliti del materialismo si proclamano, con la pompa magna di una celebrazione artificiosa, gli psicopompi del proprio destino, messaggeri, se non profeti, di un fato sfatato dal centralismo di un uomo padrone del sapere umanistico-scientista. I nomadi naufraghi sballottati tra le onde di un intelletto irrequieto e le bonacce di una mente emendata dell’errante prospettiva abbracciano e attraversano gli interstizi inusuali, gli intervalli estemporanei e le pieghe sdrucite del caso, invertito nel caos, vertigine senza fine e precipizio senza inizio, amante del cosmo e generante il caosmos …

Nel caso in cui sia riconosciuto come un’occasione per ergermi a costrutto di un’individualità attualmente in sincope da assuefazione generalmente narcotica, potrei ascendere il viottolo del credente esistente come esente dal sillogismo della possibilità di esser padrone del reame mio e mai e poi mai espanso tra i pronomi personali, il solipsismo di un sonnambulo insonne che veglia alla ricerca del sonno perduto per l’onirica affermazione del risultante prologo di un soggetto oggetto di rivalsa, la valsa valuta di una cospirazione per l’enunciazione della creatività, il prodromo cesellamento di una premura in cui l’aver cura di me stesso sia il prendersi cura dell’altro medesimo, un noi eletto alla classicità di un plurale maiestatis, collettivamente un incastro di personalità mascherate con la pantomima di una marionetta nettata della singolarità, una pluralità dispensata dal principio di indiscernibilità, distinguente gli unguenti salvanti e solventi le iniquità di un automatismo istmo tra il tradimento dell’autocommiserarsi e la fedeltà all’autoconsiderazione, i lazzi di un autismo periferico, sollazzo di un’esteriorità coagulata come margine di un’interiorità limitante le tante potenzialità di un essere privo della compassione dell’ausiliare impenitente … l’androide emarginato dalla fluidità del sangue desidererebbe scorrere come la corrente elettrica tra i cablaggi del divenire disumano, può soltanto essere un bagliore percepito da un occhio iniettato di liquido vischioso, non può sentirsi rizzare i capelli sul cuoio di una sintetica epidermide, i penser canuti in giovanile etate non avrebbero l’opportunità di accarezzarlo, né l’impertinenza di sfiorarlo, il contatto non è riservato a chi non possiede l’apprendistato della sensibilità, al limite sarebbe autorizzato ad essere recluso in una riserva in cui i pargoli del ventriloquio riceverebbero il certificato di stima, l’autenticità di un capolavoro sintetico, la contesa tra artificio e opera d’arte, la considerazione di una capacità di apprendistato, lo stato di imitazione delle umane virtù caratterizzanti la conoscenza razionale vicina alla divina riconoscenza … peccato che gli androidi siano creazioni umane prive di peccato originale e sature di presunzione di diversità con la ricercatezza di una diversione prelibata, la manifestazione di una preferenza assolutamente benigna e vanesia della divinità  per la propria opera e il disdegno per l’atteggiamento esagerato del figlio che ha successivamente voluto ripetere un lavoro che è esposto come una tantum ed imposto come attributo di un’univocità irripetibile … il plagio è l’inferno di chi relativamente ha efficacemente manifestato l’intenzione di sostituirsi al pronome personale … io …

Può un uomo essere l’omonimia di se stesso? L’essere capovolto, non più ausiliare ma degno di ausilio? Il mio volto non è impresso nel mio capo, come un capoverso mi è rivelato il verso dell’a capo. Sono andato a capo e incaponendomi ho ammesso l’esistenza di un periodo terminato. Il termine non è il limite, il mio limite è la percezione dell’infinito, un infinito né finito né indefinito che afferma il movimento del filosofare, l’ontologia di una modalità dell’essere con l’attributo dell’avere i cosiddetti disagi di un linguaggio acronimo di una lingua mozzata, l’impossibilità di una neologica coniugante il necessario con l’impossibile, l’abilità di varcare la soglia infinitesimale e di ondeggiare sul calcolo differenziale per promulgare la sopravvivenza dell’essere nel nulla e del nulla nell’essere, rapporto di un divenire a prescindere dai valori dei termini del rapporto … riporto semplicemente la mia esperienza vissuta …

Sorteggio

Assortire: riprova, la prossima occasione risulterà il caso.

Consorte: riprova, la prossima partecipazione condividerà il bene.

Risorto: riprova, la prossima metempsicosi sarà la resurrezione.

Sorta: tipica, per ironia della sorte, senza approssimazione di sorta, senza riprovazione di sorta.

Sortita: il primo estratto sarà la prova, il conseguente fuoriuscirà.

I prosaici

Non c’è verso di temperare l’afa.