Archivio

Archive for maggio 2017

È ufficiale

Barcamena tra la flessione del fare e la modifica all’opera, la prima erra la coordinazione dell’infatti e l’ultima sbilancia la segnalazione di massima, in una parola la versione. È distinguibile la condizione di sconvolgimento che nella tenebra o nel difetto del fatto e nell’incredibile versione, snaturata, smorfiosa imitazione dell’inopinabile, assimila i vantaggi della prassi. Constatato lo sconvolgimento di prassi non ne deriva alcuna propedeutica assistenza tantomeno il propositivo nesso, l’ineguagliabile sotterfugio per svilire la frustrazione presenta il compimento del misfatto eppure anche in tal caso la prassi si posiziona di traverso e esclude la cooperazione, non c’è misfatto senza cooperazione. In ordine all’inclinazione per la flessione del fare omettente la modifica dell’opera, o viceversa, dovuta alle spinte caudali si accentua la spiegazione della replica, la moltiplicazione della denominazione, signornò.

Annunci

Epifenomeno

L’oggetto immaginato non è destinato alla collezione. La libreria, il mobile a scaffali, è stracolma eppure non si accomuna alla confusa oltracotanza. Le fattezze oggettuali rigettano il paradigma alla rinfusa, senz’altro è vanificato ogni ricetto spaziale, ne deriva che l’ulteriore fattezza si adatta alla caccia immateriale. Con la catastrofe dell’orientamento, in altre parole con la scaturigine atterrata della figura d’insieme, il primo scaffale profila un’eccezione, un posto vuoto ridimensionato da una forma stampata, un libro inclinato su una dissimile e versatile formazione dritta in brossura, sia d’acchito che nell’azzardo conclusivo l’obiezione non sta in piedi, al posto vuoto non corrisponde alcuna fattezza oggettuale, alcuna forma stampata tantomeno la duttile formazione. Oltre le dissimili forme stampate e non le forme dissimilmente stampate, la figura d’insieme suscita le miniature delle fattezze oggettuali, l’immagine curiosa stabilisce che una miniatura è in bilico su uno scaffale nello sforzo di reggere il peso di una forma stampata ed evitare che entrambe siano bandite dall’insieme con l’editto del capitombolo, un’altezzosa miniatura ricade tra il divario delle forme stampate come in un sogno della difformità, un’avveduta miniatura è indifferente tanto alla fattezze oggettuali quanto alle forme stampate, ridondanti miniature questionano intorno l’assiomatica anisometrica d’insieme. L’innesto coatto del disordine nella figura d’insieme non attecchisce.

Un saggio

L’epigono che categoricamente obietta con tutta l’impropria alterità alla parenesi delle idee innate, è rianimato da un eccettuativo desiderio, saperne una più del diavolo. Malgrado sprovvisto di un’impronta personale ha avuto accesso alla sedimentazione dell’intelletto, ivi ha consultato la sensibilità dell’esperienza a cui è inconcepibile fare il minimo torto nonché l’apprensione della medesima esperienza che fa tabula rasa degli antefatti, con qualche difficoltà dovuta all’animazione delle esposizioni ha appreso a strati i lineamenti della datazione. Inesaudito si è sistemato agli angoli dell’inalveazione per non muovere osservazioni alle sboccate espressioni dei prestanome cui fan eco gli improperi dei venerabili e versatili proverbi che mai trascendono. Nottetempo nella pensione a cui nulla osta, ha partecipato in qualità di garante, per posposto avallo, alla ratifica della fausta condizione acciocché il contravventore sia alienato dalla bestemmia, faccia emenda dell’oltraggio ontologico.

Un sogno

La molestia ricordata è inesprimibile. Anna è importunata dai souvenirs, gli obiettivi caudatari nonché leccapiedi della madre delle muse. Anna ha versato la fidanza nel presidio ovviabile purtroppo senza il compenso della consolazione, i toccasana mostrano l’inesperienza a frantumare i souvenirs, inesperienza dissimulata dall’obiettiva infrangibilità. La sua occupazione a tempo debito, la lettura, non le presta l’eufemistico aiuto, nella continuità del periodo, in un climax inverecondo i souvenirs sfiorano le articolazioni della prensione, toccano il dorso strumentale, palpano le pieghe e le curve di un corpo giammai detestabile,  si appressano alla bocca senza dire una parola, palpitano per una manipolazione delle tempie. Non appena contrariata dal trillo di un oggetto portavoce della realtà, Anna non ricorda, il momento in cui eccelle lo scombussolamento è tallonato dalla condizione d’impassibilità. Anna non ricorda il sogno.

La trama

Per lo più gli atomisti non credono che l’archè ombra sia in grado di condizionare con le linee direttive dell’opposizione il vuoto macchinoso caratteristico della declinazione naturale. All’uggia dell’essere il manifesto dell’opposizione ignora la versione univoca, senza pàthos se ne può dire l’indole umbratile suggestionato com’è dalle appendici, alla distensione della materia sussistono tante linee guida delle opposizioni quanti sono i versatili tagli delle repliche. Cionondimeno sarebbe utopistico negare che l’archè ombra non specula sulle opacità dei precetti naturali, opacità risorgenti ogniqualvolta la declinazione ovvii all’asseverazione naturale.

Qualcosa di imponderabile avviene nel declino della natura, senza insidie gli increduli atomisti sentono le ragioni di ciò che consideravano un’ennesima diversione dell’opposizione fuorviante i consoni usi dell’asseverazione naturale invece, senza contrarietà, è una stimabile direzione, l’ombra dell’archè.

Un eroe tossico

Ormai la mimesi è inefficace, l’inimmaginabile confutato, la maggioranza dei locali lo addita come figlio degli stupefacenti e senza interdizione ne prende le distanze. È inaudito che egli, espressione della corporazione del bello e del buono, paradigma dell’eccellente partito, seducente le nozze dalla molteplicità degli inviti e immuni dalla pluralità degli effetti, egli così solerte ad estrarre dal dramma la salvaguardia della similitudine in luogo della deferenza, prima ancora della simpatia, sia congiunto alla facondia appiccicosa eppure non aderente, promessa sposa contravvenuta alla magniloquenza. Orbene, a una minoranza dei locali sovviene il ricordo dell’ipostasi, egli era orfano delle accezioni anfiboliche per cui non bisogna affatto meravigliarsi, tutt’al più comprenderlo ma non giustificarlo se al ritorno, alla pretensione adottiva degli stupefacenti abbia risposto presente senza esitazione, non si sia astenuto. Gli autoctoni si radunano nel luogo ove egli, l’eroe ha sfigurato la circolazione del genio, là dove il dettaglio modificabile del concetto attivo non si fa mai sostanza, per compiangere il suo sacrificio, il sacrificio di se stesso.

Vivavoce

Il topos custodito si presenta in uno stato esecrabile: la scorta dei suffissi è stata sottratta. Non sussiste la velleitaria condizione di poter ordinare un’ulteriore produzione e come se non bastasse per un’ignobile deduzione la voce della sottrazione è spansa. L’inopia ha preso il sopravvento, nessun contrappunto topico ne è esente, la pochezza della distinzione in possesso degli inestimabili suffissi astenuti dalla sottrazione per una riserva di prassi è una delazione messa in giro dai sicofanti come cote affinché l’inopia sia eversiva, sia in rivolta. Una disdetta, la distopia bandita dai soggetti dell’argomentazione come fuori luogo nel contesto di una conveniente conservazione è in atto, la sottrazione dei suffissi non fa altro che omologare la vocazione. La defezione del fico, del secondo elemento, non congegna più una frase fatta.

Categorie:Articolo transitivo Tag: