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L’estimo del nulla

1. L’appagamento del bene s’infrange nella disfatta dell’involto.

1.1. Il difetto del bene presuppone l’inquietudine del fatto.

1.2. La restituzione integra la disfatta con l’adesione alle condizioni custodite.

1.3. La nota del trasporto dispensa dall’origine per un citeriore e insostituibile appagamento.

1.3.1. Il rintracciabile trasporto arresta il bene per uno sciopero avulso dalla retribuzione.

1.3.1.1. La manifestazione non compensa l’immaginazione.

1.4. Il destino del bene rimuove le aderenze e sminuisce, contiene il difetto.

1.4.1. È ineluttabile che l’appagamento sia risarcito fin dall’origine.

1.5. Nell’ambivalenza della resa e dell’anomalia il destino del bene opta per la prima.

1.5.1. Il destino, del resto, è adiaforo al ritorno.

1.6. L’oltraggio segue ad un’incollatura il difetto, l’etichetta consiglia che l’annullamento del bene sia pareggiato dall’appagamento del destino.

Che cos’è la fantasofia

Nell’aposopiesi di genere dello spazio, con l’assoluzione dello spazio dal giudizio generale l’alieno non supera il confronto con i connotati dell’origine. Non più sosia di una sistemazione fuori categoria, della categoria extra, l’alieno si defila dalla derisione dei mondi. Nell’inosservanza dell’equivoco è tutt’altro che proclive all’invasione e all’assoggettamento delle categorie, intelligente al punto da non essere giustappone il senso alla terra e ne percepisce l’alterazione o la catastrofe del transeunte, non è il finimondo se quest’ultimo si estingue, in realtà non è mai riuscito a mettere in pratica il furto dell’eterno, il furto della sussistenza. Sensibile al punto da non immaginare decentra il desiderio dagli astri, nottetempo gli emulatori causano l’interruzione elettrica, l’oscuramento urbano eppure la ricaduta nel vizio della coscienza è ancora presente.

La traspirazione

Boccheggiante in una dislocazione di ardore seccante, tutt’altro che acclimatata all’uzzolo inconciliabile con la perseveranza del mozzafiato, ferma nell’esproprio dei propositi si assicura che nel lustro della scorporo gli umori non combinino la noia e il danno, ad esempio il declino e il successivo difetto di un oggetto. Le è interdetto l’oblio della riprensione procurata dall’accidente flemmatico, in uno scorporo omeopatico della negghienza la flemma abbandona o dispensa  dietro di sé lotti di talento, ciò che in un assunto è analogo ad una traccia spassosa per converso è un’affermazione della deduzione. L’accidente non ritorna con la flemma. A dispetto della perspicua ispirazione dai reperimenti incontrovertibili, lo smarrimento del talento è persistente. La verseggiatrice non s’intestardisce più con la subornazione degli umori.

Il contenuto

Imperiose, le prode dell’apparato urinario ostentano le grinze della disgregazione. Il periglio di un deflusso modificante le abitudini tanto intime quanto tradizionali spregia la funzione del ritardo. L’emblema della modifica contrae l’emarginazione il cui avvenire è determinato. Punto compassato e a testa alta il vacanziere non distingue l’odore del simulacro eppure il miasma è incondizionato. Distante dal sollievo riduce le dimensioni della superficie mediante dozzinali risalti, sciaguratamente vani. Ipotizza l’ebbrezza, è inasprito dal non incanalare l’effluvio del simulacro. In qualità di diversivo corre con gli incentivi delle connessioni all’opuscolo del luogo che circoscrive il soggiorno come un salto nel vuoto. Inconfutabilmente, in primo luogo non c’è traccia del simulacro di vespasiano, in secondo luogo il vuoto è inorganico. Con un deflusso instradato il vacanziere non fa il vuoto intorno al sé, si sente al pari di un senza fissa dimora quale uno specchio dell’affluenza.

Il suffragio

Nei limiti territoriali del comune amministrato fino alle proposizioni insidiose dall’omologia, le nomine secretate ossia gli strambi che non declinano l’incarico adducendo l’imprevisto della distorsione, rompono l’incognita delle preferenze. Su un registro che non trova posto in alcun ufficio, custodito in un locale mai destinato a magazzino tantomeno a deposito, decifrano le condivisioni delle propensioni restie alle affermazioni e alle negazioni. I fogli finali del registro giammai bendisposto riportano l’irripetibile cognizione in bianco, la cognizione irriferibile. Un notevole numero di frammenti spigolosi semplifica la giustificazione, la cognizione della preferenza designa la preponderanza dell’essere fuori del comune. L’impensabile amministrazione eletta dalla cognizione è refrattaria all’annullamento.

Il nume

Assiso su un costrutto suscitato dal piano dilatato, incurvato e applicato sulla pagina esclusiva di un sistema operativo, il non scritto catalizza l’indugio dell’ignoto che, in un ambito nonché raggiro dell’andatura, ne osserva l’albedo. Nell’acme dell’originalità l’ignoto sospende il riserbo, estrae l’estremità della lingua, il termine in parola e blandisce il non scritto con l’ampolla del candore. Per giunta con un registro confidenziale, afferma che l’albedo è tutt’altra che un’apprensione, è sufficiente che il non scritto dica, digiti una parola ed esso rimetterà più di una referenza, niente di paragonabile alla bontà, al suo propizio ospite, il mecenate. L’ignoto è edotto dell’anonimato non scritto, descrive per stringhe il mecenate come un facoltoso che nella dovizia dei nomi è lieto di dispensarne una pluralità non ancora scritta, l’espressione colorita, l’espressione rabbuiata compongono il suo diletto. Grazie all’immobilità dell’osservazione il non scritto fa un cenno.

Cartapesta

In un vano oscurato dalla situazione debitoria verso il servizio elettrico a tutela, il carattere si riposa per più di un istante dall’attività non ancora sistemata. Sprovvisto di immaginazione il carattere vacilla per i corsi in cui sono delimitati i tratti di strada, attento a non calpestare la carta immaginifera, nel trasporto dell’evitazione considerata alla stregua della cartaccia. Talune volte accade che egli cada negli scherzi, nelle illusioni della riflessione e con un ritorno sul passo constata che non c’è nulla di peggio di una supposizione immaginata, per cui aderente all’atto calpesta la carta che alla peggio separa l’affisso, la libra dal corso, la frammenta. Moltiplicato un numero indeterminato di frammenti il carattere affranca la sostanza adesiva e ne impregna i frammenti in aderenza a un colmo. Il colmo per un carattere? Non fare presa su una carta riciclata.