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Archive for febbraio 2014

Giustizia

Per isonomia, in nome della legge, diciamo che l’interpretatio è vettoriale e la consuetudo scalare, modalità del dire in grande; il dire accomodato che risponde a un invito del dire di sistema, è in ergonomia, quantunque non sappia dire se la rettifica sia un’inclinazione o una dipendenza. Ciò detto, il dire di sistema non fa comodo al dire in modo, da cui il modo di dire: l’addetto non è ammodo.

Ripiego

Di bene in meglio compara il più del sebbene, la relazione con il paradigma della crasi e nella congiunzione della sincrasi, espone il sovrappiù alla bell’e meglio.

Inorganico circonvoluto

Un cervello drogato. Un cervello assuefatto alla disfatta organica. Un cervello astinente da tutte le crisi d’identità. Nel seminterrato privato, adibito a laboratorio narcotico e officina eccitante, continua l’opera districante il filo attorcigliato da un maldestro manoscritto. In una prospettiva sinistra, mescola in una sacrilega commistione, lo stupefacente con lo spleen, un alcaloide con la chimica omeopatica. L’oblio e l’illusione di svelare ciò che si manifesta all’ombra del mondo, l’evidenza che offusca le capacità intellettive con l’astensione da una ricerca spregiudicata e la percezione onirica impropria ad un narcotico condannano la droga alla tossicità da overdose di chiacchiere, il discorso adombrato. Il sopore di parole pronunciate da chi non ha mai sperimentato l’ebbrezza del paradiso artificiale o dei fuochi d’artificio di un inferno oltremisura, un inferno panteista domiciliato nel pandemonio scaduto per la profondità di un dissestante astrolabio. Un orizzonte astruso superficiale e non più alto nei dieci cieli livellati, un coito tra l’azzurro del cielo e le verdi acque salmastre con un orgasmo che spalanca i gorghi di un maelstrom sfociante nel sottosuolo, un sospiro lussurioso, un rumore infernale. Un cervello produce e assume lo stupefacente, dedica a un poi onirico: l’oppio. Se un cervello è blasfemo come può esprimere il credo di un avello onirico? L’anatema di una radura incantata in cui piantare il seme di un incubo che sconvolgerà tutti gli auguri di un sogno d’oro. L’età dell’oro sognante è l’illusione di insonnie che rispecchino le esperienze diurne cambiandone gli strali con una venatura di desiderio realizzato che immagina la felicità come la schiuma di un’onda che non si rifrange sugli scogli e che a metà del suo cammino si riunifica alla corrente in prossimità della spiaggia. Un’ardente bisogno di spensieratezza che non riesce in prossimità di ostacoli cui far corrispondere l’esaudirsi di una preghiera, il riconoscimento di una letizia prima della meta in modo che un attimo prima della conclusione si possa manifestare la pienezza di una soddisfazione, tutto è andato così come l’abbiamo immaginato, l’abbiamo atteso, il desio si riunisce al progetto della cupidigia che l’ha creato. Cosa rende la droga il ristoro del piacere? L’essere la residenza latitante, nomade dopo la fuga da un mondo ritenuto immondo e spaventante gli auspici di libertà che contraddistinguono l’ombra di un essere organico? No. La droga è il prodotto di un cervello inorganico, la riproduzione di un organo circostanziale. Dappoi un cervello è sregolato sia essa la tenebra ricorrente di ciò che non si vuol scorgere. Se l’immagine di un cervello sotto vuoto come immagine conservata in un alambicco dell’anima è nauseante, non si può vezzeggiare il motto di un veleno che decompone il corpo in un’autopsia per risalire alle cause di morte. Un cervello in sé e per sé, a sé dinamico è il senso vietato di questo sinistro manoscritto, o perlomeno della prima particolarità di un linguaggio in cui non si sovrappone nulla e si espongono gli esperimenti di un cervello il cui rovello è non poter ascoltare l’inaudibile … quanto più il circonvoluto presenta il numero tanto più l’acroparestesia accompagnerà il plauso del circonvolubile.

Tacito

Un’occhiataccia e il titolo è messo a giorno, il sommario è la dilazione in soggiorno.

Truglio

5 febbraio 2014 2 commenti

Un indizio sconta la pena, una prova è l’aferesi dell’emendare, una menda. In ambedue i casi, il giudizio è un’ammenda all’avvenire, una contravvenzione.

Inorganico

Un cervello lambicca. In uno studio privato, tra cimeli di testi profani e attestati di un’incorruttibile materia indisciplinata, dipana le proprie ricerche. Indagini innaturali, non se ne comprende lo stile, non si riconosce il metodo, la percezione del fine non accenna a spiccare nell’oscurità. E’ il gioco perverso, dalle molteplici diramazioni, dalle multiple rette di vista e dalle plurali sviste proprie degli sregolati. Una parola polisillabica impronunciabile. Un cervello arrovella gli alambicchi, celebra la commistione degli elementi. Un’immagine si chiarifica: volteggia sui fili stesi all’aria aperta come reggenti la sfera dell’avvento, l’invenzione della sfera planetaria elevata al cubo, il dado della cosmogonia, un astragalo. Siamo lettori allertati e latori di una testimonianza, con il fiato in gola o quasi senza fiato, a perdifiato attendiamo, con parossismo, la forza di gravità, solo essa può concedere il responso. Lasciar giacere il dado, concedergli una copula, congiungersi nel piacere del gioco senza fine. Un coito ininterrotto con sospiri incomprensibili dalla conturbante eufonia. L’eiaculazione incessante come gli zampilli di una fonte, il vagito di una generazione incorrotta. Il parto di una faccia neonata imbrattata di umori equilibrati. Quale sarà l’elemento riconosciuto come principio? Il principe reale? Scommesse crivellano l’azzardo in modo che sia prevedibile statisticamente, le probabilità approfittano di un regno anarchico e cercano di persuadere circa il proprio potere perfetto privo di refusi, non si può sfuggire al calcolo. Si quota il fuoco come abitudine ignifuga di uno spirito proiettante il dominio dell’assoluto. L’aliquota della terra è inferiore ai desideri dei giocatori che con coscienza l’associano al giaciglio di un corpo decomposto. Il luogo comune dell’assuefazione è sempre prevalente, il pensiero unico la fa da padrone come un decreto vitale, solo pochi viziosi rimembrano che la terra è contraddittoria: seme di composizione e insieme di decomposizione. La frazione dell’acqua è oceanica, annega in un rischio da panico, è cassata frequentemente, sfocia nell’incalcolabile. Grondano sudori freddi dalle fronti degli appassionati non per passatempo. Le probabilità si ritirano vergognose, rifiutano di stringere qualsiasi contatto, hanno le mani liquide, un sudore emozionale al limite della crisi di turba con un richiamo di allarme le ha rese spugnose e refrattarie al tatto. Si è in balia delle correnti, alla deriva. Si è sospinti verso la terraferma, solo che il fermo immagine alle onde è un guasto ai terminali, inguaribili nostalgici della quota fissa. Imporre il montepremi come immota emersione di una stabilità sia superstiziosa sia familiare è un evento disinteressato, la scommessa rileva la puntata di una seriale vincita sommata al debito contratto. Il tratto della perdita dei valori e il rapporto saturo di aspettative ritornano nei propri confini. Le onde inquiete, però, oscillano e riflettono le variabili numeriche nello specchio d’acqua, naufragio delle quote, esondazione della posta in palio e un dissenso di spaesamento. E’ oceanica la quota dell’acqua, quasi una quota di ammortamento. La quota dell’aria è naturalmente invisibile. E’ segnata da una quiete propria di chi guarda l’intera posta dall’alto in basso. E’ la quota ad alta quota, una meta quota. I riflessi in palio sono tutto dire, un’affermazione sensitiva, previsione preannunciata e pregustata di un’estrazione propizia e scontata. La prova cosmogonica del principio aereo. Dalla sua possiede il notevole vantaggio che il gioco sia effettuato sul suo territorio anche se la gravità … della situazione non consente spergiuri. I possibili risultanti reclamano i propri diritti e rovesci, l’inviso converso, di un gioco dalle quattro facce. In fondo ognuno possiede un lato del territorio, sono collaterali al latifondo. Proprietari di una quota di partecipazione da lasciar fruttare a tempo debito. E’ giunta l’ora di colmare la sfera dell’avvento. Di nuovo l’aria con la propria necessità: è mia l’ora d’aria. Strepiti e rimostranze. La fonte della vita, l’albero della conoscenza, la fiamma purificatrice, no l’acqua purificatrice. Una cacofonia: la terra fertile, il fuoco come l’aridità dell’arcinemico, l’acqua come nemico del suo nemico, rimbrotta i combustibili e sperpera i raccolti con un abuso da eccesso di zelo, terremoti in analogia al moto rivoluzionario di elementi, in fondo, in piena esuberanza da pubertà, infatti alcun giocatore si è informato circa il tempo. Una lacuna incontrovertibile dovuta al limite dei quattro elementi, delle quattro facce dell’astragalo. Un soqquadro di tradimenti. Il tempo non è ancora estratto. Siamo punto e a capo. La laboriosa immagine svanisce invano tra le circonvoluzioni cerebrali, si oscura tra le zone d’ombra di sinapsi giunte a lume di candela. Il nervosismo malcelato di effettori suscettibili di uno stato periferico in cui gli impulsi giungono fuori sincro e di recettori che non riescono a intervallare l’istante, il ventaglio di potenzialità di un frammento temporale, reagenti sempre ad una contemporaneità stimolata che funge da dissipatore dell’ubiquità. Troppo attenti a determinate condizioni spaziotemporali, non ospitano e anzi, consegnano alla clandestinità l’istante ubiquo.