Archivio

Archive for giugno 2013

La statua

Al museo delle cere disciolte, sala del ci sarà una volta in cui il ricordo sarà avventato come la rivelazione della profezia di un’esperienza vissuta conservata nella memoria, è esposta la statua della rappresentazione. Essa è esente da visite, lo sguardo di occhi indiscreti potrebbe smembrarla, il riguardo di un occhio discreto desidererebbe svelarla con il drappo del visibilio, la mortale Medusa, con le spire di un canto intessuto di note scapigliate, ammansirebbe l’odio in amore e l’ammaliata statua volgendo le proprie pupille alla Gorgone, una e trina, una della trinità, rischierebbe la pietrificazione, l’azione di una pietra sbriciolante il monumento personale. La statua della rappresentazione è l’immagine percepita di un essere sconvolto dalla preponderanza del mondo sul panorama solipsista, il solo e unico ex-essere, l’essere intimo, l’intimità ausiliaria, vagabondando tra deserti oceanici e terre desolate sotto l’assolato cielo di mezz’estate, lo stato di una primavera incondizionata come prima verità, giunse ai confini del mondo, sporgendosi dalla piatta e bianca scogliera limitata approfondì l’approdo del prode spirito, l’assoluta infinità del mondo percepito, egli abbrancò l’immondo e ne fu sconvolto al punto che il proprio volto s’irrigidì in uno spasimo di gioia e con lo struggimento del terrore ottuso, da maschera impersonale divenne la maschera del ceruleo cielo e delle sempreverdi acque, il calco costumato di un universo tenebroso e imperscrutabile, la siderea oscurità di un’origine dell’afflizione, la genesi di un ineluttabile irraggiungibile e incorrotto dalla brama di sapere. Esso, in estasi e con l’inquietudine di un tremore che annuncia il morbo del movimento perpetuo, sentì le proprie estremità divenire un aggregato di minerali, percepì questa mutazione come l’avvento del sepolcro e ringraziò il proprio tumulo del dono dell’apprensione megalitica, una cosa, però, lo straniva, aveva sempre sentito dire che la morte fosse accompagnata dal torpore coscienzioso, la propria coscienza, invece, era tutt’altro che in letargo, allora desiderò oltrepassare questo movimento d’animo e ripose tutto il proprio indugio verso l’analisi della situazione instabile, abbandonato a se stesso,  rinfrancato, indi, da ciò che era attributo della propria dottrina, si accorse che la pietrificazione era proclive all’ascendente, il bacino sembrava scolpito da un maestro dell’anche, la dottrina antitetica, dell’altrove, un altro era in opera. Il tempo sembrava annientato, lo spazio inconcludente e l’ex-essere si ritrovò il torace ghiacciato come l’erosione superficiale che ottenebra le profondità anatomiche, capì l’espressione essere in possesso di un cuore di pietra, un silenzio percuoteva la volta celeste e l’archetipo sublunare, l’ineffabile adduceva il rumore come giustificazione all’assenza di un qualsiasi verbo, il proprio battito era inascoltato, un cuore inascoltabile. Un’eclissi sconvolse la perturbazione ragionevole, scintille elettriche calcavano il capo dell’ex-essere, la congiunzione tra gli effettori nervosi era giunta al parossismo, lo stato di follia era divenuto movimento anarchico, quasi un elogio della pazzia, un’elegia all’io dissolto e un’egloga al solipsismo naufragato – scansante, però l’ausilio illusorio dell’oggettivismo – il nostro aveva raggiunto l’auspicio dell’essere superiore, l’essere immortale vivente come statua dell’essere. Esso conduceva la propria preferita esistenza al limite, sulla soglia della scogliera, da allora divenne l’essere in bilico, l’essere squilibrato, secondo il mito lo spirito di contraddizione, più semplicemente l’ex-essere evoluto in essere … sta a voi sventagliare, poi gli attributi propizi sono la matrice dell’avviso.

L’ontologia non pone tregua, in effetti nei fatti l’armistizio intarsiato nella pietra non durò a lungo, una spedizione punitiva – i punti di vista sul mondo sono molteplici, alcuni arabescati, altri barocchi come il barcollio del grottesco, taluni normativi e punenti gli attentati alla pacificazione ragionevolmente umana – composta da collezionisti del sapere disconoscente, non nesciente, archeologi dell’ermeneutica mineraria, filologi specializzati nell’esegesi della sacra veduta, filosofi della morte imbalsamata, fisici dell’impenetrabile immobilità e astronomi dal capostorno miranti l’universo, senza mai rintracciarne l’unico verso o il senso unico, provenienti da ogni parte del mondo, un’olimpiade di nullafacenti infettanti la vegetazione calpestata, una meteoropatia di nullatenenti contagiati dal rebus della res sottratta, l’aria respirata e smossa con la propria accidia con tanto di spirito celebrativo, giunse ai piedi della pallida scogliera. Grande fu lo stupore che ne nacque, lacrime apatiche, gocce negghienti alla soluzione salina e stille indolenti alla continuità dell’umore rigavano le effigi di cotali uomini, davano l’impressione superficiale di una percezione esteriore rintanata all’interno di organi malati, quasi esangui; un miracolo, nonostante tutto, si attuò, essi cominciarono ad azionarsi e brandendo le braccia, attenzione, munite di mani, come dei forsennati, la rivelazione di una nascita probabilmente esistita, sollevarono la statua caricandone il peso specifico su un supporto manuale, la guida alla sopportazione della vita e i suggerimenti per scansare il tremendo incontro con la morte. Gli organi cancerogeni d’informazione diedero grande risalto alla notizia del ritrovamento munifico, alcuni esperti cominciarono a frastagliare leggende, i matematici sviluppavano proporzioni con il Colosso di Rodi, artisti dipinsero i modelli della meraviglie del mondo, intagliatori rappresero le prospettive, il giubilo dell’umanità era incommensurabile, l’uomo si sentiva, per l’ennesima volta, padrone magnificente del proprio destino, toccava l’apice del progresso senza escoriazioni, la scalata all’evoluzione raggiunse la meta dell’autoconoscenza, l’apocalisse si tramutò in escatologia, tutti erano pronti a sedere al cospetto di Dio, come dei novelli Dei erano pronti ad accogliere la rinascita nell’eterno, ben inteso senza incontrare la maculata morte. Un virus, nondimeno, replicò il giubilo e cominciò a diffondersi in maniera innaturale, la definizione medico scientifica che tutti gli annali di controinformazione riportano con l’orrore dell’impossibile errore è: idiozia. Il vertice della stupidità regredì, ben presto in base di una monotonia svogliata, lo scorrere indifferenziato del quotidiano pigro e ridotto all’accidia del pensiero, lo sforzo di pensare un bel niente, riprese il proprio dominio, temporaneamente abdicato, i luoghi comuni desiderano che l’etimologia della novità sia conclusa in un lasso ristretto di significati relativi al qui ed ora, ove mai la nuova bizzarria debba oltrepassare, valicare il perimetro dell’oramai e protrarsi nel quasi permanente addivenire subentra l’antropofagia, il rituale di assorbire le eccezioni al conformismo, nonché all’anticonformismo, nel ripiano della normalità, è normale che sia così, non potrebbe essere altrimenti (l’esclamazione perché non altrimenti è stata prima resa desueta poi con la pretesa della salvaguardia, della sopravvivenza del quieto vivere si è arresa al consueto vuoto improvviso di memoria; l’oblivione amnestico) ripieno di un bieco malessere nell’attesa che la vita scorra e riempia i propri affluenti di successori che possano colmare le nostre riposte ambizioni e soddisfare la sete di un successo vitale da noi non suffragato dai fatti, peccato che gli eredi siano nostri frutti acerbi che maturando, diventano simulacri dei nostri insuccessi, l’abnormità della prima persona plurale. A quando una riflessione sulle maniere, sulle modalità del vivere? Divago, in poche parole così come l’evento della statua salì agli onori della cronaca con una velocità da far rimaner esterrefatto qualsiasi olimpionico atleta per il corso e concorso delle evenienze favorevoli all’ottenimento della gloria umana, il situazionismo eventuale, l’eventuale obnubilamento della vergognosa munificenza disumana fu sepolto tra gli strati impervi, concavi di un pericolo da alta tensione, convessi all’inflessibile rischio di vertigini da forza di gravità irrefrenabile, in poche parole la statua fu sepolta viva nel cosiddetto inconscio. Cosa è l’inconscio? Non un rebus, la soluzione ai vostri problemi, ogniqualvolta si presenti una questione etico/ontologica … il tacito ontico.

L’io, primo singolare, naufrago nel maelström del pensiero violento, sfrontato e irruento nel divagare tra le scogliere arginanti la vita e messe ai margini della vis vitalis, estese e insuperbite con la materia più preziosa disponibile al mondo, crollano come un castello di carte non plastificate, l’intensità del mio pensiero, l’intensiva potenza del mio deambulare si esprime nella distruzione assoluta. Discepolo della fallibilità, abilità nel considerare i riverberi e le eco degli errori, errante come un pusillanime della disciplina, esanime come una disamina per aporie contraddittorie e metodologicamente inquieto alle tautologie antitetiche, disanimato poiché la sua anima non ha mai voluto combinarsi con il pronome possessivo mio. Pirata all’assalto delle caravelle del dato, che non ha mai avuto scrupoli nel professare la dottrina dell’ignoto, esempio di una maniera, modalità di esistenza scevra dell’evitare la vita per l’orrore della morte, ha mostrato l’altrove di un’esistenza vissuta, di un’esperienza vitale oltre la soglie della schiavitù avvitata sul medesimo aspetto di una corretta sussistenza tra nascita e morte: avrà agito correttamente o nell’inclinazione? E se no, sarà corretto con la cancellazione dei miei atti e la direzione delle inclinazioni? Le sue azioni annullate sanciranno l’abolizione del esistente?

Io come cogito di un io dissolto, scepsi di un’identità assoggettata, frammento di un io rivoltoso e innominato come un intercalare, oi, l’emozione di una gioia, oi, la commozione per un dolore, oi, un noi cassato della enne, oi, un io depennato, oi, un io riflettente la medesima modalità di un altro io, oi, un io rispecchiante la doppia immagine del super-io ad es. l’io empio, oi un io e un oi, un oi o un io …

Oi. Come espressione della sublime curiosità, evento meravigliante l’eventualità, mi addentro tra le rivelate segrete del museo di cera, mausoleo di una cura divenuta premura per se stessi, l’accento è sul medesimo, i miei occhi disabituati alla luce e non più abituati al brancolare nelle tenebre, ottenebrati, percepiscono le voci rabbuiate, gli interstizi e gli intermezzi dell’oscurità, sarò divenuto, forse, l’uomo nero? Mi approssimo alla statua, straordinario racconto di un’ontologia, di un’etica puramente pratiche, applicate al vissuto, al vivente … assistente … consistente … desistente … insistente … resistente … sussistente … una sospensione delle parole scritte, ontica, le prossime parole saranno non iscritte tra e su i margini di queste pagine sverginate da un inchiostro indelebile e ancora vergini perché non deflorate né profanate da sguardi indiscreti, abbiate un po’ di riguardo per la pudicizia di una scrittura disegnata, espressa con il  sangue dell’imene.

 Sono divenuto statua

Un corpo rimembrato,

senza membrana.

Annunci

Ob-vero-sia

“L’intimazione alla poesia dell’anaptissi, la poiesi. La definizione non mette la parola fine alla poesia, è una sincope dell’intensivare, del de intensivo.”

Alessio Sarnataro

http://www.ebay.it/itm/Adamo-di-Compagnia-Ossia-la-poesia-dattiloscritto-/300924520134?pt=Collezionismo_Cartaceo&hash=item46107fc6c6

L’oppio e il flogisto

Claudia legge i frammenti di Eraclito nell’ordine Diels-Kranz.

Suppone l’indugio sul fuoco, è ex citata.

Accelera l’appello di storia della filosofia antica, il mutualismo di Aristotele e Teofrasto, nonché la dossografia di Diogene Laerzio.

È infiammata, la sua anima arde per il pio accelerante.

Il corpo reagisce, è il pio purulento, il πύον.

Dal fuoco al flogisto, dal pius al pio, Claudia, la nostra eroina, ripete l’addizione dei frammenti.

Sarà lodata come la lantopina eccepita.

Alessio, un’allonimia

L’adolescenza dell’io diacritico è elisa dal suffisso dell’adulto, andro.

Salute bilanciata

Dalle locuzioni prescrittive del medico, non condotto, alle locuzioni ingiuntive della ragioneria dello stato, disposizione dello stato legato in fisica.

Simpaticomimetico

Il simpaticotropo stimola la periferia del significato con l’adiacenza dell’insignificante. L’ortosimpatico, la dilatazione della denotazione, la pressione delle connotazioni con l’acronimo del bar, il bis e le apocopi di barys, βαρύς, la costrizione della significazione con il significativo e la frequenza del climax, è la mimesi del pathos. Il sin, σύν, con la leggerezza del rab, il fluire nel medio, giammai il confluire, trasmette la nozione segnata nel ganglio, γάγγλιον, il decentramento del bistondo nell’arco delle configurazioni, i paradigmi del sema stellato e del sema ovale, il segno nient’affatto duplicato. La metasincrisi del fare ignoto inarca l’insignificante, incolonnare non è un sinonimo al pari della reduplicazione del vica pervica, né un antonimo dell’impari stilobate simmetrico al doma eserto.