Un ipotetico soggetto, fantasioso … (anastasi)

Un viticultore vitaminia il divenire invitevole della vittima, in generale, massima vaga, gradazione rituale del sacrificio incidentalmente esposto agli occhi di chi aspira l’osservanza all’uccisione d’io, offrendole vitto e vivacità, vivaddio, nel proprio vivaio, viziato ambiente ove si propaga la cultura della vivisezione, sperimentazione vocal bolare organica di un lessico mortale per la più che mai riferita coniugazione presente dell’infinita percezione indicativa di una partecipazione imperfetta congiuntiva il trapassato condizionato al futuro, alle modalità della voce del verbo, invero è tempo che il paradigma sia ripreso in parola non senza sacramentare il viatico della parola in azione. La cheilofagia da inazione del significato, l’eucaristia della trazione di senso: tutto ciò se fossi risorto … acino espiatorio.

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Un ipotetico soggetto, fantasioso … (perché)

Se io fossi un perché sarei alla continua rincorsa di un principio slanciato cui sospendermi con impeto, per omogeneizzare le motivazioni ammalianti le azioni. Sono stanco della mia identità di alfiere della mobilitazione, come essere razionale mi si concede il privilegio della creazione di un atto adatto alle conseguenze progettuali, solo che ricreo, in serie, le sensazionali fotocopie del fatto, confezionato come strenna natalizia tutt’altro che neonata, perennemente incapsulata in un lasso di tempo (il tempo necessario al perché si compia), vittima di un salasso da abuso di validità, prostituito secondo un’uguaglianza/isomorfismo utensile. Il perché è monogeneo – tutti gli uomini davanti al perché di un fatto, propria risoluzione, sono sostituibili ovvero sottintesi – il soggetto usucapisce l’azione dal perché. Sono stato dipinto anche come un perverso, sia orgiastico in quanto in relazione con le molteplicità unizzate di causa/effetto/scopo/motivo e per giunta pedagogo, giacché disciplinante i singoli percorsi vitali verso una convergenza coatta di punti di vista;  un’unica sagoma esercitata, citata, il riflesso di più ombre ordinate, ammaestrate ad un equilibrismo figurato, spettacolo esemplare simulante, campione di un’imitazione domata, guidante con l’addestramento contraffatto … contro-effettuato …

Ho parlato troppo sfiorando la logorrea e quasi logorando la vostra impazienza, ma devo sfogare la rabbia per lo spaccio strumentale del mio soprannome. Come traspare su, l’uso giustificativo è ciò che più mi rende intrattabile, data l’accozzaglia di meschinità attutite in questo calderone giustapposto …

Un ipotetico soggetto, fantasioso … (luogo)

Se io fossi un luogo spazierei in ogni dove, potrei essere sia qui che là, un alibi ubiquo per l’accusa di tentata confusione dell’orientamento – oltre i confini del reale latifondo – ha avuto luogo la percezione panoramica del sopralluogo – il mio diretto caposaldo superiore affine al manrovescio di un infermo, a capofitto il capoluogo ha proibito l’espansione ennedimensionale … io ho preso il mio bagaglio – un indice e la curiosità deviata – e sono scomparso tra i risvolti, le pieghe dell’abito di Atlante … dispiegato in luogo di ripiegato in luogo d’altro.

Un ipotetico soggetto, fantasioso … (immagine)

Se io fossi un’immagine, talaltro sicuramente intermittente, peraltro destinata alla fulminazione, sfocherei il mio contorno con bagliori allucinanti, riverberanti ciò che istantaneamente è impresso con i riflessi del caso in questione, quale?, la questione della forma tra i formati delle ombre e i diritti alla personale della propria sagoma … frattanto, sono il reale aspetto del percepito al cospetto dell’immaginazione … invisibilio …

Un ipotetico soggetto, fantasioso … (identità)

Se io fossi il diavolo mi identificherei a tal punto con qualcheduno e/o qualchedun altro (ideale di perfezione finita), tale è la mia noia da immortalità, da partorire qualsiasi indefinito in lascito. La mia disperazione post travaglio investe l’impotenza del non riconoscere l’eredità in attività – mio figlio – percepisco soltanto; solo?; qualsivoglia incognita – incognite, talaltro in incognito. Purtroppo il mio patrimonio di celati poteri invidiosi non può essere donato in beneficenza, un capitale trasgredito, altrimenti anticiperemmo l’apocalisse con i virtuosismi di un mondo vendicativo e squilibrato; devo assolutamente scovare il mio marmocchio prodigo, può essere il mio prodigio. In mio soccorso un barlume di conoscenza divina, provvidenzialmente mi offre una possibilità: affidarmi all’amore paterno; un’opera distruttiva di ogni, purché sia noto, battito vitale, l’istante in cui il coinvolgimento emotivo del sentore di morte tra le eruzioni sanguinarie, strariperà nel mio senso di ribellione vitale, rovesciandolo in un brivido di colpevole assassinio, equivarrà all’incontro filiale. Ecco esposta, finalmente, ai miei sensi disabili, la bellezza dell’infante infernale nella propria magniloquente pratica catastrofica, mostrante in rima, la versatile parola agente, il mio ammortamento ovvero l’avvento immortalato dell’amore vitale. Per quanto il ruolo di padre, non ho ancora risolto (?) le problematiche scoscese dell’identità, ora più che mai o forse ancor di più o già meno che più, più che meno, poiché il mio principino le ha offuscate di una penombra dalle ascese consensualmente convergenti … insensate … il principio di identità del qualcheduno non può essere del qualchedun altro quantunque l’addizione dell’indefinito …

Un ipotetico soggetto, fantasioso … (caso)

Se io fossi un caso accuserei gli inefficienti finali, perfino testimonianti l’originale, non differirei, rimetterei il mandato escatologico; per caso (imprecativo) incide, causa del collasso effettivo degli affetti, infetti dall’apatia di un’analisi motivazionale. Sensazionale azione del senza nulla per il coattivo tutto casuale, casistica in letargo fra le polveriere strategiche e le registrazioni obliose. Breviario del lieto fine e plagio della provvidenza.

Un ipotetico soggetto, fantasioso …

Un io, frastagliato frammento, forgiato con duttilità convenevole, di un’avvenente proiezione delle attese trascendenti, non che ambito soppalco esistenziale, clonante le sussiegose richieste di liberi angoli residenziali, con vista su l’esercizio dell’arbitrio tra le contorte accortezze al buon gusto, benedette formule di rimpianto maldicente, per l’andato tempo, i sensitivi auspici di ribellione reazionaria, straordinario cumulo di azioni retrodatanti il retrogrado divenire del progresso intenzionale con valori costruenti un’intensiva partecipazione all’omicidio sensoriale, pari ad un grado zero meno la coazione a ripetere le petizioni del consenso; pretesto tanto meno per una presunzione obbligante il gioco delle credenze in opere ovvie ad un’infedele tracotanza del suvvia così va la vita, tanto più che la vista di una redenta prospettiva deride la galvanizzata dimensione responsabile, premiata con esemplari privazioni vessanti la curiosità sorridente e perdente le sovversive conversioni facenti e soddisfacenti il verso ad un’apostasia del contesto, limante le possibili invenzioni dalle invettive del nullaosta regolarizzante l’immigrazione di pensieri senza permesso di soggiorno; dà l’addio … . … [1] al clan del destino.


[1] il mio codice crittografico, la mia tiratura limitata è Dio, oddio !

Vizi di forma

Immaginate un essere trasparente, attraverso cui è possibile ammirare un mondo immondo … osservate con gli occhi attraverso gli occhi i bordi dell’infinito … ascoltate l’ineffabile nel rifinire … la generosità della morte … le lacerazioni di un corpo che valica i confini della trascendenza per sfiorare l’immanenza … l’ipso facto … la gioia espansa in cerchi concentrici, esautorante una ricerca di felicità talvolta finalizzata … immaginate … non riducetevi a proiezioni di un immaginario omologate al brevetto di un ideale distante e dal potere fideistico … non limitatevi ad un effimero controllo del desiderio vitale … spalancate e dischiudetevi come una percezione violata … un’azione proibita … una carezza in rima … ospitate i riverberi dei pensieri in attesa di poter essere accolti a braccia conserte … talvolta la loro potenza è aggressiva, sapete non sono copie … rovesciano tutte le copie … rovesciano anche tutti i modelli … una forza distruttiva, sì … probabile … il peccato di Dio è la propria impotenza nel poter distruggere un mondo divenutogli odioso …

La manifestazione della gioia è nel creare … (non più valichi … identità contraddizioni spettacoli pantomime et similia …)

È un esule dal mondo della disciplina … una variabile folle tra i corrimano accompagnanti l’uomo verso la costante forma di Dio, il sostegno alla vita …

È no una persona? Egli che sono no una persona … forse una trasparenza … mah!, chi lo sa! Chicchessia! Certamente no lui … no desidera saperlo …

Egli (non immaginate come odii questo pronome) è le sue (non parliamo, poi, dei possessivi) parole, è la sua vita … la vita singolare … sussurri all’ennesimo grido …

… meglio fingersi un io, si eviteranno tutti gli strepiti, i rimbrotti della disciplina che rimbombano nelle orecchie di un disordinato, trasparente … in fin dei conti ad un soggetto segue sempre un predicato, anzi una predica!

Il senza nome

Qui sto seduto e attendo, vecchie tavole spezzate intorno a me e anche tavole nuove, scritte solo a metà. Quando verrà la mia ora ?

–          l’ora del mio declino, tramonto : giacché per una volta ancora voglio andare agli uomini.

… … … Per intanto parlo come uno che ha tempo, parlo a me stesso. Nessuno mi racconta cose nuove : e allora io mi racconto a me stesso”[1]

 

Io non sono colui che non sono. I delatori mi tacciano di pretensione. Essi han richiesto con maliziosa cortesia il mio nome. Io, da persona rispettosa del garbo, ossequiosa delle buone maniere e amante dei modi con cui si manifesta l’umano comportamento, ho accondisceso al loro malcelato desiderio e ho risposto. Cosa pretendevano che uscisse dalla mia bocca? Il salamelecco della ragione? L’adulazione del biasimo? La copia ciclostilata dell’identità? L’anagrafia? Il pentimento di non aver un nome con il quale confessare un battesimo mai avvenuto? I negazionisti pretendono che io sia colui che non è. Mi spiego meglio, esigono che io pronunci: io sono colui che non sono. Perché mai? Mi concedono, dopo conclavi in piedi, innumerevoli sedute di pediluvi e una sofferta decisione che ha richiesto il torpore di un tempo incommensurabile, l’uso univoco e una volta per tutte, del negativo. A piè pari e a mani giunte, il doppio negativo è una blasfemia, un anatema e un’eresia. Sono scomunicato e soprannominato l’apostata: colui che una volta non era e che ora è. A me sembra di non aver mai richiesto e compilati i moduli di adesione al circolo virtuoso dei negazionisti. Mah! Potenza dell’immaginazione e impotenza dell’amnesia! Io non sono colui che non sono, ciò posso affermare con sincerità, in aderenza al concetto di verità e oltre non posso dire. Di più non posso affermare, secondo l’identità che il principio al principio sarà sempre principio. La mendacità non occorre in simile occasione, non concorre all’ineffabile.

Tra i miei effluvi gaudenti e i miei beati sollazzi, prorompenti come un’esondazione di gioia frammista a passatempi spassosi, urla la mia eco, distorce la mia solitudine, silenziosa mi parla: “Sei dissueto, il tuo vezzo è stato quello di abbandonare gli uomini, gli anni ci han salutato, l’ardore con cui hai tentato di varcare i confini del noto, fin troppo notabile!, ti ha incoronato libero, hai posto il suggello alla tua vita, la dottrina della vita, sussurrata dal tuo maestro Zarathustra, ha avvinto l’ignoto, il tuo peregrinare tra le soglie, il tuo svago, lo spasso ostensivo, l’inclinazione a espandere i punti di vista, le prospettive, non con un’ottica gradatamente più ampia, con una diversità prospettica da mozzare il fiato, una previsione precipitata nel baratro dell’altrove, ti ha reso vivo, ti ha donato la vitalità, l’attività, la vita in atto … Mio caro amico, sei un privilegiato, hai accolto l’orrore del niun luogo, dell’altra modalità esperiente[2], l’angoscia dell’impossibile, che poi tanto impossibile non è, è dietro l’angolo, talvolta tra i capelli … Sei pronto ora! Su! Su! Vai, è tempo di andare, di parlare agli uomini! E’ tempo oramai … chi non evita la vita è condannato alla diffusione della vivacità … devi mostrare il tuo essere vitale … Addita le estremità della vita! Vai ovunque!”

Ti ringrazio, mia ammaliatrice … il sapere ha invaso il mio corpo ed è prossimo il vespero, il preludio alla notte abissale di pensieri baluginanti tra le putride, fracide nozze di un’umanità invalida con l’utopia del sopravvivere nel benessere …

Il mio nome porta il proprio grande destino, un destino che non fu ancora di alcun altro tra gli uomini: Adamo di Compagnia, il primo della mia specie, il primo condottiero della vita ignota, dell’agire in incognito, del pensiero violento, violante qualsiasi corpo gli si pari dinanzi, l’evaso dal carcere del calcolo utilitaristico, della causa finale, per non parlare dell’eudemonia (la sola parola mi fa venire i brividi) e l’artefice della generosità … Sì, sì, è il peso e la grazia del mio nome, la variabile impazzita, l’incognita in incognito, sono il primo uomo di compagnia …! Beninteso che non sono venuto per svagarvi, intrattenervi con la mia compagnia che non sarà mai stabile, non attendetevi spettacolini che vi guariscano dalle vostre virtù e dai vostri vizi con la terapia del riso, men che meno tragedie che vi riconcilino con voi stessi; la mia immaginazione: vi sento dire “Vedi, vedi! Ciò che abbiamo fatto, noi, l’ha già compiuto il nostro eroe!”. Il mio maestro Zarathustra, l’ha preannunciato: “Finora egli si è sentito bene sulla terra soprattutto assistendo a tragedie, corride e crocifissioni; e quando si inventò l’inferno, ecco che ciò divenne il suo paradiso in terra.”[3] No, la mia compagnia insegna l’anelito della vita ignota, l’anelito alla vita … Non vorrei tener compagnia al deserto!

Ah ! Ah ! Sono impassibile … sono l’impossibile !

Sgolato; ho il cuore in gola e abituato all’apnea delle parole soffoco immerso nei flutti viscosi del sangue … i grumi immuni di un anti-corpo …


[1] Friedrich W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra (Di antiche tavole e nuove), Adelphi, Milano 1968, p.231

[2] Esperiente, da non confondersi con espediente … il potere letterale, una lettera d per r, e tutto si è fermato …

[3] Friedrich W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra (Il convalescente), Adelphi, Milano 1968, p.256