Catacresi

Tutto è in ordine. I preparativi acciocché la figura del ricevimento sia conosciuta, non sono modificabili. Da tempo le cagioni comparative esortano la parola alla deriva nel presentare in forma solenne il termine della relazione, esse ne han sentito parlare, ne hanno udito la voce relativa eppure credono che l’occasione della raffigurazione sia del tutto improcrastinabile. D’altronde, la parola alla deriva era insensibile alla solennità, da epigona trasgressiva si differenzia in tutto dalle cagioni comparative, generazione traslata, manifestava il rifiuto all’allusione, a riferire al termine della relazione il potenziale ricevimento in figura, finché in un’accezione del presente ne ha accennato e la risposta relativa del termine è stata determinante. Un suono eccita in modalità centripeta il silenzio della sfera semantica ed echeggia in modalità centrifuga la concezione del ricevimento, la relazione della parola alla deriva con il termine è prossima. La cagione comparata frammenta o meglio confuta un numero imprecisato di punti della superficie cosicché la sfera semantica sia schiusa e la relazione invitata alla sterilità della sortita. La parola alla deriva presenta alle cagioni comparative il termine della relazione, tanto la cagione comparata alla confutazione quanto la cagione comparata al contrappunto non hanno distinto il nome però si peritano di chiedere una ripetizione.

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Cadavere cannibale

La salma è esente dal significato diseredato, dal soma. Fuori della terra non è più padrona di una forma connotativa, la salma esumata assimila i requisiti di un sema. La decomposizione del sema appare stralunata, manifesta l’apostema del satellite, tangibile alle lapidi non può integrare le epigrafi, per ablazioni ignote sono frammentate alla lettera. La singolarità delle scaglie non è un episodio neppure riconducibile ad una descrizione incisiva. Le ante svuotate del silenzio sono separate dal disfacimento, toccasana inevitabile dati gli attriti, tutt’altro che sorvegliante volontaria della requie significativa la degenerazione dilapida la terra dissodata, con voracità intacca gli avanzi dell’alterazione. Terrea, si separa dal luogo dell’esenzione, le conseguenze di una predilezione sarebbero perniciose, tra la decomposizione e la dissoluzione svanisce, sfuma la sinonimia, d’altronde la degenerazione non ha un debole per il significato diseredato, non è coinvolta nello scopo del retaggio, non ha un debole per la ricostruzione delle epigrafi inclini alla decomposizione del sema o alla dissoluzione del rema.

Colon

Come ogni periodo il sovrintendente Dell’omeoteleuto, non iniziato alla rotazione, collaziona lo stile presso l’esercizio prospiciente la questura, nondimeno il periodo in questione lo stile è interrotto dall’allocuzione dell’agente. Per un’urgenza consumata nottetempo il sovrintendente Dell’omeoteleuto è invitato a portare con sé la collazione e giovarsi dello stile in questura. Ridotta la traslazione dal topos Dell’omeoteleuto prende visione senza alcuna retrospettiva riflessa della controversia, nottetempo un notevole ed eccezionale numero di segni è trapassato, a quel che riferisce, a citare con cura la composizione legale la causa del trapasso è da attribuire in ogni caso e senza tema di smentita a un’overdose di sillabe. Il sovrintendente fagocita le ultime razioni di stile e prima che la paromoiosi lo chiami per ricordargli l’importanza di non impensierire e di non spaurire l’opinione, intima agli agenti delle locuzioni di interrogare non in topos ogni spacciatore di sillabe, noto ed ignoto.

Il periodo conseguente il periodo in questione il sovrintendete Dell’omeoteleuto ordina dal topos la collazione dello stile, la locuzione agente attende in una soglia qualsiasi la consegna giacché è risaputo che il sovrintende è inabile all’ascolto se non ha dapprima saggiato una razione di stile. La locuzione agente sottolinea l’efficacia ambivalente delle interrogazioni, nottetempo non si è reiterato il notevole ed eccezionale trapasso dei segni, stando al combaciare delle dichiarazioni non sottoscritte dai sicofanti il lotto di sillabe sofisticate è da attribuire ad un unico spacciatore, noto nell’ambito irresponsabile e ignoto alla questura con l’epiteto elleno. Nella collazione indetta il sovrintendente Dell’omeoteleuto sollecita tanto le locuzioni quanto gli agenti a minimizzare le fughe del dattilo, i suggerimenti del giambo, le insinuazioni del trocheo e il sussidio del peone, in altre parole a ridimensionare la partecipazione rimediabile dell’informazione; con una replica della paratassi insegnata in accademia la finalità sarà conclusa senza incidenti, finalità che consta in un’apposizione di una sillaba lunga nel periodo il cui soggetto è l’epiteto elleno, solo una sillaba lunga può dire concluso un periodo.

Permaloso

Il personale è in sciopero; quale operazione caratterizza il personale? Un’opera a cui mal si addice l’attributo del bene. Se il personale è il referente della benedizione –  la sua opera è un bene – non ritira l’umbratile perplessità bensì seleziona l’esilio dell’oltraggio. Affinché la ricognizione non sia fuorviata da disposizioni ed ingiunzioni fiutate sulla scorta dell’indottrinamento reiterato, il personale non adopera la relazione etica, con una sospensiva efficace l’agire si esime dall’insieme etico, più che la pratica della negazione escludente l’etica – il non agire quale miseria dell’etica – il personale strazia nell’insieme i margini senza passare il segno, in altre parole non oltraggiose è inadoperabile. Al personale non si può dir nulla, qualsiasi locuzione, onomatopea, fonema è un male, una moltiplicazione solo in intensità del male, al personale si dica nulla, il nulla che prende in parola l’annichilimento, la promessa etica. Neutrale al campo dell’eccezione intollerabile, il personale passeggia o va a spasso con i prolegomeni dell’estetica: un bel personale, non c’è che dire. Non è raro, tutt’altro, che nello spasso mai in luogo dello svago, nello spasso del disavanzo il personale esorti, solleciti l’estetica ad illustrare i prolegomeni con l’epitesi diminutiva: un bel personalino.

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Senza sapere né leggere né scrivere il piano voleva o doveva accedere alla funzione ostile, dall’incognita della scrittura consegue l’esazione del debito ad opera dell’autorità, dall’incognita della lettura deriva il riscatto benvoluto, in tangibilità entrambe le incognite non possono evocare tantomeno descrivere l’eccezionalità delle pertinenze, l’esclusività delle congiunzioni, le incognite non possono dirsi esaurite. Il piano interpella la parola d’ordine, la modalità con cui ne ha acquistato conoscenza esula dal mistero, nella struttura dei misfatti come nella struttura fuorilegge la parola d’ordine è conosciuta quale ricettatrice, dà ricetto ai verbi espropriati senza distinzione di nome o di transizione, ciononostante essa dà atto della propria imperizia, in effetti la parola d’ordine è sempre stata negata per la funzione ostile, in un modo o nell’altro e non per volere o per dovere al piano occorre un lasciapassare. L’espressione all’uopo, suggerita dalla parola d’ordine come tuttologa nonché come l’ultima principiante, è disposta a venire incontro, a relazionarsi con le inclinazioni del piano purché nell’indubbia significazione del lasciapassare il contenuto sia condiviso, sia inframezzato.

All’uopo i linguacciuti, giustapposti all’analisi, parlano del piano dell’espressione, in conferenza del piano del contenuto, l’uno inimmaginabile, l’altro estorto.

L’uomo che vendette il mondo

La riproduzione della traccia ha una sua durata e in tale frazione la renitente alla citazione è al passo col tempo. Con il supporto di un contumace ascolto apprende il rudimento del mondo, ossia la traccia. La renitente alla citazione vaga senza lasciare tracce, avulsa dal metodo del ritornello, dalla contrarietà in itinere al verso, non segue alcuna direzione, il vagare delinea un’angolazione sedotta, un’angolazione sviante i segugi marginali. Come il tempo è incline al passo così il rudimento, la traccia controlla il mondo, refrattaria alla verifica la corresponsione accerta la scomparsa delle scale, non sussiste più la modalità errante che emenda le differenze e identifica gli errori, il controllo significa un’esposizione e non più una corresponsione. La traccia espone il mondo ad una registrazione in atto e la renitente alla citazione è sul punto di sorridere, stringere la mano e parlare all’incanto quando la durata scade. La riproduzione della traccia ha una sua durata non stimabile, non misurabile dacché la riproduzione non si oppone alla ripetizione, tutt’altro e la renitente alla citazione può sospendere il disappunto di tanto tempo fa.

Medèn agan

Quanta sapienza, esclama Chilone di Sparta all’inaudita ingerenza antinomica all’intervento. La volontà del detto – quanti sapienti – domanda Pizia di Delfi.

Stupefatto, Chilone di Sparta riconosce di non sapere tuttora la praticità interrogativa di Pizia, a cui è legato da un’esperienza nella comune. Raggiante, Pizia di Delfi motteggia di prassi l’interrogativo in vista di un’emendamento e non una delucidazione dell’enunciato esclamativo. Non senza disappunto Chilone è obbligato all’ammissione, al momento non ha compreso la cifra del manuale con cui si additano i segni, è fermo all’opposizione nonché all’indice; dal suo canto Pizia è, non può che essere un passo avanti, si sofferma sul rimedio quale divulgazione del segno in gesto. Chilone non può reiterare l’esclamazione riferibile a Pizia, la sapienza non introduce repliche noverate, nulladimeno constata come non sia bella la volontà del detto, è inestetico che l’interrogativo faccia il verso all’esclamativo. Malinconica e per nulla estatica Pizia attesta che mai alcun supplice l’ha definita a posteriori bella, mai è stata computata tra le ammirate, le vagheggiate al ballo dell’argomentazione estetica, è inadeguata al ritmo; chissà, a conti fatti solo i sapienti sono innumerabili.

Nell’allucinazione che eccede il parlato i sapienti sono sempre di troppo come la sapienza non è mai troppa.

Doxa

Per divenire in sé il soggetto abbisogna di determinati strumenti che si fanno propri allo spaccio dell’autonomia. L’autonomia è una forma di salvaguardia funzionante sul caposaldo esplosivo dell’apprensione, il nome risponde all’inquietudine del soggetto con il credito del sé, a nome di sé. L’inquietudine è condizionata dalle scelleratezze, dalle ignominie della tautologia, avvantaggiandosi delle inefficienti precauzioni messe in atto dal soggetto questa lo aggredisce nei limiti delle proprietà e ne saccheggia le qualità assiologiche. Con la verecondia della spoliazione, laconicità soggettiva, il soggetto querela la tautologia presso l’istituzione delegata all’ordine, l’interpretazione. In seguito alla convalida della querimonia gli interpreti trattengono lo svolgimento tautologico e conducono l’ignominia fin dentro l’asilo topico, ad onta però della fermezza interpretativa alla tautologia non si addice l’asilo per cui le è consentito il requisito fuori di sé. In balia della pseudonimia i soggetti acquisiscono l’autonomia non ancora oggettiva, per ottenere la legittimità dell’oggetto l’autonomia deve essere confermata dall’analisi interpretativa. L’allarme che i più, i soggetti non in sé, segnalano per l’agevolezza con cui l’oggetto è conferito, consiste in una diffusione caotica del divenire in sé che, a dispetto della legittima apprensione, può debordare in un subisso del fuori di sé. Segnalazione che i soggetti nell’autonomia del sé non sottovalutano, infatti a nome di sé esercitano l’autonomia al poligono dell’anisomorfismo.

Anasyrma

La degenerazione delle passioni ha luogo, più che subire il corpo elementare con cui s’intende la delimitazione di una materia assennata, con il senno di poi dei sensi, affabula la concupiscenza. La favola del desiderio propiziante la bontà sul far della notte divulga la giustificazione della violazione, con il senno di poi dei sensi la materia delimitata conforma il desiderare al bramare, la concupiscenza alla lascivia e con un abuso virulento espropria l’assennatezza, la sensualità violata svanisce sotto il peso delle proprietà materiali e le sue querimonie, le sue rimostranze per la compassione ricevono uno sberleffo, la favola della violazione è una fandonia avvalorata dall’assenza di opposizione, una sensualità che non si oppone è dissennata. Negli eccessi dell’assennatezza espropriata sussiste il rischio della degenerazione delle passioni in luogo del dissenso, rischio che è scongiurato dall’anasyrma,  figura ingiustificabile che impetra tanto il desiderio, la favola e il bramare quanto la concupiscenza e la lascivia alla fermezza ricusante l’allusione, che non rinnega mai il gioco.

Eristica

L’ultimo messaggio risale alle ore minuziose e contrariamente all’appellativo, all’epiteto è significativo al punto che la perifrasi darebbe adito all’equivoco, né più né meno prefigura la presenza e la congiunzione all’avvenimento non casuale. Nel futuribile venirsi incontro delle amiche e non colleghe, puntuali e per l’occasione non ubique, condizionate dalla provocazione, in atteggiamento composto si volgono verso il riconoscimento di Eris la sofisticata eppure non è riconducibile. Su due piedi un’amica tutt’altro che singolare propone la separazione ricercata in quanto la possibilità che Eris faccia appello all’alibi senza sostituire l’epiteto è verosimile. Al crocevia ambito le amiche non incrementano la pluralità per cui la preoccupazione che sia accaduto qualcosa a la sofisticata prende sempre più piede. Un’amica immedesimata nient’altro che distinta volontariamente trasgredisce la finalità del messaggio con la revoca della fondatezza, inoltra a Eris la sofisticata la replica in epitesi svanita. Entrambe le amiche ricevono all’unisono le notifiche dell’ultimo messaggio, l’immedesimata nient’altro che distinta sopisce l’inquietudine con il reiterarsi della congiunzione all’avvenimento non casuale, la tutt’altro che singolare ritorna sui propri passi persuasa dall’amplificazione della lettura, l’esortazione all’avvenire non casuale non può fondarsi sull’esempio.