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Archive for maggio 2013

Politica e domotica

I politici sono limitrofi, si nutrono del confine. La crescenza, lo sviluppo politico è evidente dalla passeggiata, i piedi scalzi o calzati del politico, dell’aggettivo sostantivato non si stancano, forse sono solleticati dai granelli dello zinzino, la grana è nel calcolare quanti passi compiere prima di raggranellare la porzione, o per essere puntigliosi quanti passi, la curiosità che gli avi, gli arrampicatori urbani, soddisfacevano nel contare i gradini delle scale, nel limite del venti. I rivoluzionari, non soprannominateli antipolitici, fanno risalire il nutrimento dei limiti, la limitrofia, all’icosaedro, i filosofi politici hanno sviluppato più e più teorie inferiori all’angolo giro, la per lo più delle facce congruenti, la sovrappiù del vertice che converge l’ugual numero di facce, la doxa consolatrice del demos e la suppergiù spigolosa.

I domotici si nutrono sul posto, sebbene siano accusati di farsi recapitare a domicilio il nutrimento, il cilio, cultum e celare, abitare e coprire, è sconosciuto, esercitano la tecnica del domus, non utilizzano i sinonimi, casa, abitazione, dimora, residenza, locale per l’annessione e l’abolizione del confine, padroneggiano la formula della contrarietà politica, revocare con la coesione, il sin del nome è pari al con del fine, un nome finito è consentaneo, un condominio inglobato chiamato sincon. Nelle ore digerenti analizzano il percome, in omaggio agli screpolati predecessori di cristo, sofistico, i politici sono equidistanti e anelano a nutrirsi del confine, il pianeta non torna, la sfera e l’ellisse sono refrattarie alla frontiera, la sinonimia politica della soglia è contraria alla frontiera, la sinonimia politica di limite è contraria alla soglia, la sinonimia politica di estremità è contraria al limite e via discorrendo. Un domotico nota con i compagni di merenda come il globo e le sue derivazioni siano intraducibili, parole di una lingua straniera di cui non si comprende l’idioma, citate con la cadenza del luogo sconfinato. I domotici, non atrofizzati, squassano l’angolo di deriva.

Il pensierino tronfio

L’ampolloso, il bipede inglobato, cerca il manufatto con le impressioni della terra straniera, il modello di un territorio dalla frontiera benvenuta, il fatto con la dicitura del dove, dello stato in luogo per l’analisi grammaticale è un complemento d’importazione, al visitatore accollato non sfugge la rivolta del manufatto, da lui chiamato erroneamente o significativamente oggetto, la norma della provenienza concentra il prodotto nel tale luogo o nell’arcipelago, nella base superficiale, la base a contatto con la superficie. L’ampolloso intende le strettoie, il collo come ornamento della visita e memore dei precetti di un’economia aziendale, dell’esuberanza di una scuola secondaria di secondo grado, del porto franco destino, del porto assegnato, promette l’esposizione del vettore, capovolto e non capotorto, sul lato, sul dorso, a vista. La terra straniera è l’impronta, la pronta consegna analogica di un oggetto che dispensa dalla manodopera con il fatto a mano, il manufatto è riconosciuto, dagli appassionati, dai collezionisti e dagli intenditori, per le linee applicate sulla colorazione, sul cromo. La cromestesia del dato è una percezione che riversa dal collo l’opera impettita, un’opera incompiuta e troncata, la metacromotipia è il certificato di garanzia, l’analogia di un’impronta. È un fatto che un dito abbia toccato l’oggetto, il collante della tinta o l’amalgama dei colori, il manufatto è contraddistinto, segreti del mestiere, dall’impazienza del manovale. L’apprendistato è la tecnica di contare, la progressione numerica, in spirale, torcere le cifre del numero finché l’amalgama non sia una mescola coesa, una gradazione del colore aderente al cifrario; la controindicazione non delinea i segmenti, le curve delle unità, né configura la combinazione, la successione, la ripetizione, la progressione e la regressione delle unità figurate, i numeri appuntati sulla curva della spirale si elevano sulla rotazione e benché non ci sia la definizione della cifra invariabile al cifrario e l’infinito sia la peculiarità dell’impazienza, quest’ultima è il termine cifrato che per analogia, non metonimia, impronta il fare, il manufatto. L’ampolloso, il bipede inglobato, è a terra, gli oggetti a vista sono levigati, patinati e la supponenza è la corrispondenza con il visitatore accollato, l’impressione della terra straniera è un alito, un soffio che ristagna nell’aria limitrofa ed è aspirato dal globo tronfio. Il manufatto cercato è il tappo inghiottito, ingurgitato, non ristretto, che occlude il collo del visitatore, il tappo filosofale.

L’annuncio del profeta

In un mondo appallottolato un malsano giorno compare un profeta. Tale mondo è come l’afflato di un poeta annoiato. Egli ha come un barlume di illimitato, verga alcuni versi, si distrae e l’istante ospite è emigrato, anche perché è nel perpetuo movimento dell’esilio. Il poeta allora si maledice, accartoccia il foglio e lo getta esasperato, se non disperato, al suolo. Il suo desiderio è che si apra una voragine in modo che i controversi siano risucchiati e scompaiano dal suo campo percettivo. Trascorre un altro istante. L’istante del rimpianto. Il poeta sente le sue dita fiacche, quasi anchilosate e con sguardo tetro tenta di lenirne l’inelasticità. Dai suoi occhi promana una carezza, una risposta garbata alle fusa delle falangi dispettose. Un sorriso solca il suo volto. L’istante del rimpianto scade, il dominio dell’effimero è incontestabile. Egli scorge alcune macchie di inchiostro che velano le impronte digitali, come un forsennato è assalito dal se … allora di una memoria birichina e tergiversando – spostamento verso il tergo – dona al bulbo oculare il movimento di un pendolo. Le pupille divagano a dritta e a manca. L’iride vagabonda in uno spazio nomade senza contorni, si distribuisce ora in un posto, ora si contrappone, ora di sottopone e poi si pone, anzi s’impone. La cartastraccia è ritrovata. Il poeta la carezza tra le proprie mani e la sostiene così come si rinforza la propria creazione con la trazione della poiesi. Spiega e svolge il foglio maltrattato. Lo rilegge con parsimonioso indugio, brama di soddisfare una malcelata vanità e smania di asciugare le lacrime senza ragione …  poscia afferma con letizia: “Non male … però …”

Per ora, nell’attuale frangente, il rimorso è d’obbligo. I versati nella poesia sono impossibilitati al disfare. Il fatto ad arte, il verso misura il mondo sulla conversione dei monosillabi. La versione di un monosillabo, la congiunzione parastica, perdura nel mondo come quantitativa, la durata di una sillaba, una sillaba lunga è in breve due mondi. La versione di un monosillabo, la soggiunzione olostica, rettifica il mondo, il segnaccento intensifica le sillabe, l’acuto del mondo è un mondo chiuso.

In un mondo di cartastraccia le donne e gli uomini sono coinvolti, i fogli non sono conteggiati, il formato è marchiato da un adesivo bordato, il foglio attaccaticcio, incollato e avvolgente, il corpo è il campo di scrittura del profeta, c’è un che di mellifluo o manierato se si considera la legiferazione sul riciclo della carta e le disposizioni affinché la salvaguardia dell’ambiente rispetti le testimonianza storiche, nel quale l’appunto, il promemoria o il marchio colorato del quadrato, del rettangolo, l’area della figura geometrica piana, il post-it che per gli anglofobi è il post del postero, in effetti per un madrelingua italiano, il terzo escluso, l’affrancamento della terza persona neutra è incomprensibile, il dopo, il post del postero per converso, è non tanto la giustificazione di chi avrà e avrà avuto il privilegio di ascoltare il profeta, bensì l’escatologia di un’ingiunzione interessata, il postero è il moroso del futuro e se l’ultimo post non fosse allocromatico l’asta della profezia, il futuro della storia, il pignoramento del post, dopotutto, dichiarerebbe l’ufficialità della ricorrenza, la rammemorazione del passato o di recente la profezia leggendaria, un post sbiadito che il terzo escluso per il procrastinare della leggenda ha ingurgitato; è la traduzione del post scriptum scollato, se non strappato, un post scriptum appallottolato è il mondano disbrigato. Pertanto il formato del foglio è un corpo di scrittura, i fogli sono incollati, i fogli bianchi, vergini, non scritti, i fogli che un tempo si utilizzavano per il singolo autografo della stella, dell’astro e della cometa e non per gli sciami di meteoriti, un registro linguistico astruso e, per antonomasia, l’asterisco del passato recente, combaciano per il coinvolgimento del corpo, è più chiara l’espressione corpo in folio, il formato del foglio su misura del corpo della donna e dell’uomo, l’immagine del corpo umano come corpo di scrittura è un’illusione, l’immagine del corpo in folio è un preludio.

Nel mondo privo del profeta imperversa la cacofonia più disparata. I parlatòri son luoghi aporetici, la conversazione interna non può visitare la diafasia, rinchiusa com’è nella tetrapiloctomia, la conversazione esterna visita l’afasia senza porsi domande, è accolta come se fosse nel proprio registro linguistico, è esortata a sprofondare nella comodità di linguaggio, ringrazia con la parafasia.

Il profeta girovaga per il mondo, osserva la teoria di donne e uomini scollati, i fogli in ottavo planano il vento o sono valicati dall’aria, un residuo di colla appiccica un formato scagliato, un tegumento della muta in folio, sui baffi. Egli non fa una grinza, è avvezzo al solletico della scrittura, giammai scevro, tuttavia è preoccupato dalle scaglie, un corpo nudo è un corpo sfogliato, un annuncio avverato e una profezia falsa.

Il profeta è riconosciuto dai corpi in folio, gli uomini così come le donne si accalcano, la precedenza cortese è un muto tumulto, le purulenze sono fasciate con garze sterili fibrose, l’anatomia è dissezione dei generi. Su un corpo in folio scrive l’annuncio, è illeggibile, inaudibile e impalpabile.

I corpi in folio respingono l’inchiostro profetico, minacciano le percussioni della calca, esecrano il corpo sfogliato del profeta, dapprima arretrano, i corpi fobici, dipoi, reciprocamente, scrivono la parola xeno, il corpo xenotipo. I corpi in folio, fobici, abbozzano la parola impronunciabile, sono imbozzolati, i corpi xenofobici.

L’annuncio del profeta è proscritto, per l’assenza dei post è adespota, l’asterisco autografo non ha una figura geometrica piana su cui essere apposto.

Dal post scriptum strappato, il profeta è soffocato dalla briga delle parole e l’annuncio è malversato dalla sinossi imboccata, sussunta.

Italiani, ancora uno sforzo per essere reazionari

In opposizione alla sollevazione, la virulenza malleverà la rimostranza con l’appetizione alla contrazione. L’ablazione della reazione sarà la risoluzione alla cosa. L’estensione della dichiarazione ha per oggetto la cosa. Il principio di cosa è una tensione all’astratto, la dinamica della comunicazione ripartisce il campo semantico. Estrarre il sema della significazione nel tropo. Il locutore dà avvio al senso comune con la detrazione della cosa. Prende in oggetto la cosa, ne astrae il significato e, nel senso di cosa, comincia a prendere possesso del campo. Sema consegue a sema, la semantica è contratta. È tempo di isotropia, la tensione della cosa, luogo diviso del sema e luogo condiviso della semantica, intensione di grado zero dell’astrazione, attrae l’attenzione degli interlocutori. In principio era la cosa del locutore, la cosa che diede avvio alla comunicazione, l’interlocutore intensificò la riprensione per obiettare, in linea di principio, alla cosa. L’astrazione, di grado zero, non esautorò il tropo. L’intensione della cosa converse la comunicazione. Locutore e interlocutore, nel campo semantico, riconobbero il senso comune della cosa. Il termine di cosa è un’estensione del concreto. La conversione della comunicazione, nel senso comune, ripone la domanda nella definizione della cosa. Gli interlocutori spiazzati, il locutore in luogo dell’interlocutore e quest’ultimo in luogo del penultimo, si ritraggono dal senso comune. Avvertono che la cosa in questione necessita di un termine. Il campo semantico è arido, abbisogna di un’allotropia. Più che altro di un significato. Un sema che rimetta in questione la semantica. La locuzione significativa. Prima che il discorso abbia fine l’allocutore commisura la cosa ad una parte del campo semantico. L’allocutore tiene la cosa nella giusta misura. La cosa a parte nei confini dell’intero campo. La definizione a parte della cosa non si dispiega sull’intero e entrambi gli allocutori si ritrovano nel dissenso. La conversione al senso comune e la successione, domanda di significazione, ripongono il dubbio dell’insignificante nel discorso degli allocutori. La certezza di senso che comunicava tra locutore e interlocutore, in principio di cosa, diviene insignificante discorso tra allocutori, a termine di cosa. La questione della cosa non ripone la risoluzione in un ulteriore corso di comunicazione, conversione e discorso tra locutori, interlocutori e allocutori, non espone l’intensione e l’estensione, l’isotropia e l’allotropia del campo semantico agli agenti esterni che assolveranno senso comune e significazione nel conferimento della cosa ad una cosa che abbia riguardo del che cosa, che memore del pronome interrogativo, esclamerà il cosa che farà le veci del nome. Nominato in principio e a termine della conversazione come promemoria per il secondo dialogo. La logomachia non segnala il fuori luogo alla distesa, all’intesa della cosa. La logopedia non riabilita la cosa al campo d’azione. L’elocuzione della cosa è inazione alla cosa. Gli avventori della locuzione tendono e pretendono la contrazione della cosa. In reazione alla questione della cosa, riprovevole, esercitano la risoluzione alla cosa. Ancora uno sforzo per essere reazionari.

Atemele

La xenoglossia d’inverno tiene la lingua a freno, tra i denti, non salta a rapide conclusioni, di rimbalzo arricchisce il vocabolario con le parole interiori sulla mucosa, non umetta le labbra, teme che si screpoli la punta della dizione o che i margini laterali, per l’adiacenza dei canini, connotino di cinismo i sintagmi papillari, sul solco mediano sono appuntati i fonemi ceruminosi del padiglione auricolare, l’amara combinazione di acrimonia e nemesi. In primavera segue la linea delle labbra e del mento, si flette o s’inarca, la linguaccia riproduce sull’epitelio la connessione, la ripetizione, l’articolazione, la latenza e la serie allofoniche, i lessemi sono squame. In primavera, la linguaccia  segnala i lessemi squamosi come la mucosa imbevuta di vino, tira fuori la xenofobia.

Geodesia: Anteros e Himeros

La diacronia greca o il culto di una penisola per lo più isola, nella traslitterazione italica una penisola per lo meno con tre isole maggiori.