eBook {Prefazione di Alessio Sarnataro}

Assimilazione eBook

Giusto in tempo. Se lo scrivente è nel topos allora il leggente è nel nomos. Il sillogismo del luogo di scrittura ripone il lettore nel territorio scritturato. Il luogo di scrittura, il topos, stampato nei margini di pagine dattilografate e riversato in più copie rimarginate, orienta, con l’ausilio di un indice, la traccia della lettura. Il segnalibro è vigile, alla vigilia della lettura il segno piroetta con la memoria, ha voce in capitolo. Il titolo manovra le dita che sostengono il volume cartaceo e nell’indirizzo medio l’interpretazione riconosce la via da seguire. Ovvia e consegue il senso comune che, da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, il punto fermo del capoverso, cede l’assenso al retto leggere. Il nomos del leggente, corretto, non insegue la macchia tipografica, esegue un esercizio da abbecedario e sfoglia le pagine. I margini esfoliati nella congiunzione del rigo precedente e nell’opposizione del capoverso, subentrano, nel leggente, alla scorsa e la successione di parole forma il senso di marcia, il senso comune, con le note a piè di pagina e privo di appunti. Il leggente è nella successione, nella conseguenza del senso comprovato. Sarebbe riprovevole oltrepassare il limite di velocità e adombrare le parole nel riflesso del morfema primo. Alla prova della lettura, il leggente in luogo dello scrivente, occupa il territorio della scrittura e avoca la figura di scritturato. Lo scritturato non sottintende, dalla prova della lettura risulta la scrittura comprovata. Consulta le note a piè di pagina e, dal senso comune riscontrato, si delinea in qualità di scritturato. La riga di scrittura segnata con il dito delinea il contrassegno dello scritturato. Il topos fa posto al nomos. Il topos agisce, nella modalità della composizione, e il nomos reagisce, con l’attributo del posto spettante, del posto che rispetta il senso comune, l’assegnazione di un consenso. Il topos insegna il nomos. Il nomos è riposto nell’azione della scrittura. Un’azione che non può divenire altro, nel topos dello scrivente, che scritturazione. Il nomos è scritturato. Il nomos designa il topos. Il suddetto aderirebbe al già scritto se non trascurasse una premessa, l’entimema scritturato non esegue il sillogismo, difetta di una premessa: la scrittura è fuori luogo. Nel suddetto, lo scrivente è lo scrittore e il leggente è il lettore, il senso comune risulta dalla composizione delle ore, dal morfema terminale – il senso della misura – e nell’inequivocabile interpretazione – il senso critico – la voce, sottovoce, del lettore perequa l’invocazione, sottintesa, dello scrittore. Il senso è compiuto, lo scrittore ha evocato il lettore, il lettore ha vocalizzato lo scrittore e l’invocazione orienta, orizzonta, elegge il lettore a eletto, lo scrittore a descrittore. Il senso comune convoca il senso del dovere. L’eletto e il descrittore non hanno tempo da perdere, l’imposizione del tempo dà alla scrittura la forma di un’azione – a tempo perso. A questo punto dovrei riporre a piè pagina una nota ove concettualizzare l’azione, ma la prefazione inerisce all’opera di Adamo di Compagnia e sarebbe intraluogo, esoluogo, evadere al margine del fuori luogo. Giusto in tempo. Lo scrivente mette in opera, opera la scrittura. Disconosce l’azione dello scrivere e opera la scrittura. Giusto in tempo non è la puntualità ad un appuntamento. Il descrittore e l’eletto potrebbero nell’assenza di una premessa, appuntare l’ora e il luogo del punto di ritrovo e comporre il topos con il nomos nella scritturazione che, dipoi, connoterebbero come scritturata. Lo scrivente opera l’incontro. La scrittura è in ritardo sulla lettura così come l’interpretazione è in anticipo sul plagio. La scrittura incontra il leggente nella eco del nomos. Prendendo in prestito una sensazionale locuzione dello scrivente – Adamo di Compagnia, il leggente opera l’eco-nomos. Nel fuori luogo della scrittura, il leggente riverbera il nome oltre l’anonimato, è nell’eco-nomos. Dall’omonimia del lettore nell’evocazione dell’eletto, secondo il rito prescritto dall’interpretazione, all’anonimato nella eco, il riverbero del nomos nella eco, disorientante. La scrittura incontra lo scrivente nella distopia. L’azione del descrittore espone l’opera della scrittura, lo scrivente, al futuro inimmaginabile, nell’immagine in dispregio dell’allucinazione, dell’allucinazione che riprende la percezione in introcezione nauseante, vomitevole in esterocezione. L’utopia della scritturazione mirante il fuori luogo della scrittura è irrealizzabile, è un pleonasmo. La distopia è il fuori luogo che non guarda al futuro per oltrepassare i margini della pagina, è il fuori luogo all’interno della pagina vergine, il fuori luogo che dà adito ai margini come exo-luogo, lo scrivente macchierebbe il dito con un fuori mano. La distopia dello scrivente è fuori luogo nell’azione della scrittura, l’eco-nomos è fuori luogo nella vocazione dell’eletto. Aduso ad Adamo di Compagnia sarebbe l’estemporaneo. Disdire l’appuntamento e adire l’incontro, disfare la scritturazione e addire l’opera, la scrittura di Adamo di Compagnia addice, mostra l’opera. Gli articoli non ingiungono l’ordine di lettura. Un articolo determinativo è la ricognizione nella petizione di lettura, un articolo indeterminativo è la cognizione della ripetizione della lettura. Lettura non articolata, non congiunta al titolo attestato, non la competizione dell’aver digià letto, o non ancor letto, la lettura che fa testo, con l’indice legato al dito, lettori che si leccano le dita. Giusto in tempo, come leggente ho incontrato l’opera di Adamo di Compagnia, per comodità di linguaggio abuso del di partitivo e genitivo, l’opera non è sottoscritta; ho incontrato l’opera. Giusto in tempo posso dire innanzi l’opera, che la scrittura è inazione, che la scrittura è anonima. Giusto in tempo potrò rileggere la prefazione, in un futuro distopico e con un’evocazione echeggiante l’anonimato.

Alessio Sarnataro

  1. gelsobianco
    28 luglio 2016 alle 1:20 pm

    Da leggere, sì.
    La Prefazione invoglia.
    Appena riesco.
    Grazie.
    gb

    • 28 luglio 2016 alle 2:45 pm

      Un ringraziamento speculativo. All’epoca, al prefatore piacque ritrovarsi in una corrispondenza e articolò l’innesco sul resoconto per converso della tradotta giustapposizione joyciana: leccalingueggiante.

      • gelsobianco
        28 luglio 2016 alle 10:52 pm

        Un sorriso
        gb

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