Partita doppia

Nessun dipendente in azienda ha interesse a scorrere i fogli inchiostrati della stampante. La concitazione manda tutto all’aria, i collegamenti a quel paese sono sospesi per le avverse condizioni. L’infausto ragioniere non è in ufficio a patto che i bagni siano interdetti dagli avvisi di caducità, la sala fumatori profumi di una dozzinale essenza, la circostanza avviata al briefing rinneghi la brevità.

A tutti i costi bisogna incolonnare la variabile!

Dove?

Nelle ipostasi dell’essere o nelle ipotesi dell’avere?

Annunci

Ogni riccio un capriccio

Il parruccone ama le improvvisate. A buon esempio, il che non è un dato, appreso dal barbiere della regione temporale la costante negativa dei momenti in funzione di un conoscente di lunga data, non ci pensa due volte a contattare i domestici saturi di domande. Dopo la gratifica che non bada al capello instrada il numero civico e senza disturbi della memoria pigia il campanello dell’interno, in nome della gnosi. Il conoscente tiene la porta a spiraglio e senza ironia, non ne ha la prestanza, non lo riconosce. Il parruccone ripresenta l’argomento del calvo, individuata la mentalità è invitato a entrare. Nel sollazzo dei momenti no il conoscente non farà progressi.

Il parassita

La buona forchetta tace. Disimpegnato il raccoglimento, i veementi cucchiaini incavano la questione con le portate dell’etica, esigono delucidazioni in punta di forchetta più che istruire i comandi. Il coltello ammanicato con le stoviglie impone la fermezza, la tavola cerata fa parola solo dei grandi, inoltre esorta all’educazione, la forchetta si lascerà sfuggire di bocca per lo meno qualche parola. In soggezione per essere divenuta oggetto dell’impronto assaggio in pace, fuori dai rimanenti quattro denti in filza l’etica non è posata.

Il letto geniale

Per nulla preoccupati i due cuscini giacciono licenziosi sulla poltroneria. La coperta si aggroviglia in un rinvenimento della vertigine, abulica con il rimpiattino e del resto mai scoperta, gode sul serio di un ottimo credito. Le lenzuola rimpiazzano il lavoro che non cerca l’occupazione, l’elasticità a buon  rendere è dietro l’angolo. Il materasso ribatte sulla molla a cui proibisce lo scatto in quanto irrimediabile, ambire alla poltrona è conforme a un’illusione, l’impostura non potrebbe riconsiderare il baratto con l’amorino. Le liste scricchiolano alle rassicurazioni che pian piano si espongono alla dimestichezza.

Il pacco

Spedito il vettore personale simula in una parola la giustapposizione dei fonemi, non appena il suono si accorda al sentito dire non tocca certi tasti. Nel dubbio il destino traballa con la vibrazione invertebrata, accondiscende alla riuscita del ricevimento. La necessità vettoriale infirma la genealogia inalberata, in un esercizio della salute invita a tenere in serbo per una decima la fragilità. Fuor di dubbio il destino non mette alla corda le avversità, non aderisce all’insicurezza eppure raccapezzare in senso lato il disimballo riassume la caratterizzazione di uno sballo. Il lavorio di forbici non ammanicato con il coltello attesta come il destino sia un rompiscatole.

Il mattatore

Così è un argomento che taglia la testa al toro, quel che ritiene un omaggio dimostra però l’affronto. L’essere del toro non ama che i corni dicano peste del lemma, osserva conficcate nella proposizione la picca e l’insegna incappate in un’abbreviazione gotica, si accolla il fioretto immemorabile e rinvigorisce la premessa minore.

Eccitato quando in realtà sarebbe tenuto ad affannarsi nella mortificazione, omaggia la separazione di toro. Il letto a due piazze non è ammantato di rose, davanti al rito del voltagabbana l’essere del toro non abbassa il capo.

Esibiti al sole i candidi fazzoletti asciugano la lacrima che non lascia l’alone, sfuggita a chi non c’è più.

Locello

Il piccolo suo va in bizza, stupita dalla vanità dell’estensione fa appello all’estremo ridimensionamento, invola al catalogo della biblioteca il musetto di topo intrappolato nel grattare il corpo alla cicala, nel risalto che si fa in quattro non incallisce nelle peste, allarga le braccia a uno spazio personale, gli zimbelli non sono i soli avvantaggiati, anche il suo corpo non tollera più la voglia, di imperdonabile manica larga e tanto per cambiare tiene il piede in due staffe cosicché non le perda, le sono costate una rotta di collo, acciuffa lo scapolo in stato interessante e trova che non sia granché.

Penati

Lo stato di famiglia torna alla residenza con le sussistenze barattate al mercato assicurato dall’estinzione delle pulci. Posata la fragilità a carico di una persona riconosce dalle querele ferrate l’ubicazione delle chiavi. Accarezza la maggiore per mitigare le asprezze delle collisioni e la introduce nel rifugio serrato. Distribuite le sussistenze sulla tavola ambientata da cui sono banditi gli attrezzi di cucina, pedina le voci di corridoio. È a soqquadro. La composizione soffia un inventario che annuncia la bufera, mancano dei viveri, nello specifico due bottiglie di vino bianco. Lo stato di famiglia non comprende lo scomposto fermento, le avranno bevute i penati.

Barba di gatto

Ancora non è il momento, per giunta scafato sa che per il passatempo ogni cima è valida per attraccare lite. Le esortazioni in adagio sono deleterie, in linea di massima. Le preci a desistere sono rimandate agli smidollati, il bipede contraddice il verme. Non ha nulla da obiettare a che assaggi un po’ di terra.

Ancora in un angolo il lupo di mare ulula alla gobba, promette di rinunciare all’irritata depilazione e di prendere le mosse dal suo vecchio istruttore, in brache per aver impegnato la cintura, che lo tempestava con la presa in giro come invitta offesa per non mettere il muso.