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Archive for maggio 2011

Contrappunto

L’esclamazione di piacere mette fine alla conversazione dei melomani. Se s’interroga il piacere, il piacere in opera, l’esclamazione del piacere non potrà che interrompere l’ascolto. La monodia del piacere è la sola voce in risposta alla domanda di piacere. Il contrappunto risponde alla domanda di piacere con il mi spiace, ma mi piace. Il melomane è l’appassionato del primo ascolto. Al primo ascolto pone la domanda del piacere. Il primo ascolto è condizionato sensibilmente dall’impazienza, il primo ascolto non è concluso dall’ultima nota, è delimitato dalla condizione iniziale del piacere. La risposta del piacere è una risposta fugace, che fugge l’intera composizione, o meglio la composizione nei tempi suggeriti. La risposta del piacere non accetta i suggerimenti, la ricetta dei tempi suggeriti dall’opera del piacere suona quasi come un’omeopatia, e il melomane, tradizionalista e impaziente, pone la domanda alle condizione iniziali, allopatiche. La dissonanza non è un problema, bensì un ulteriore condizionamento della scala diatonica, risolta nell’ascensione della condizione iniziale. In poche parole, in poche note, la condizione iniziale è l’ascensione dell’armonia sulla scala diatonica. La scala diatonica è composta da un piolo retto da due applicazioni del piolo, dette semipioli. Il piolo nell’applicazione diviene sempre un o due semipioli. L’applicazione divide per due l’intero piolo da sostegno, poggiapiedi o poggiamano, la base della verticale, in base alla verticale, in altezza di piedi o di mani. L’implicazione del sostegno dei semi, che siano semipioli o semitoni. La replica del semi per l’interezza del sostegno. L’ascensione per la scala. E la dissonanza diviene consonante alla replica dei semi, i semi assonanti. Il minimalismo e il massimalismo offrono lo spunto al melomane per retorizzare la domanda di piacere. Le condizioni iniziali del primo ascolto assurgono, sulla scala armonica, agli estremi delle condizioni. Le condizioni iniziali nel massimo e nel minimo del primo ascolto impaziente. Il massimo del piacere e il minimo del piacere nel primo ascolto reiterato nell’arco della composizione. Il primo ascolto che si ripete per l’intera durata dell’ascolto. Le note spazientite dal tono del primo ascolto. La composizione minimalista condizionata dall’opera del piacere. In accordo con la didattica dell’ascolto, il melomane autodidatta, prima di essere ordinato melomane e di barrare l’autodidattica, ha ascoltato le composizioni senza il numero ordinale. E nell’ascolto ha espresso il gaudio. Va da sé che il gaudio è un piacere personale. Il piacere fatto ad arte dell’ascoltatore come singolo. Il singolo ascolta la composizione, si dispone ai suggerimenti del tempo e ripone nell’ascolto l’afflato dell’udito. All’ultima nota, all’ultimo accordo non è sull’ultimo gradino della scala armonica, ma con i piedi ben saldi in terra. Paziente quanto un compositore. Se l’afflato si riverbera nel padiglione auricolare le sue mani son pronte a ripetere il ritmo della composizione e a plaudirne il gaudio, che scandisce le battute. Se l’afflato ronza nel padiglione auricolare le mani son pronte a riprendere possesso di un oggetto, un utensile per rientrare nel conflato dei suoni ordinari, i suoni di ogni secondo, il tic tac dell’orologio, la scansione regolare del suono, i suoni che non sorprendono e non sono ripresi nella ripetizione del plauso. Nel caso in cui l’ascolto sia in opera, il gaudio del padiglione auricolare, il gaudio della risonanza si ripete nello zufolio che invita il respiro alla danza, al ronzio compete il fischio che erompe nell’aria viziata. In ogni caso il melomane autodidatta non riconosce il contrappunto, non pronuncia il mi spiace, ma mi piace, nel gaudio non coniuga il piacere. Il melomane ammodo, rincresciuto per il contrappunto, per la formula del contrappunto, non pone la domanda del piacere. Ascolta, si limita all’ascolto. Il garbo dell’ammodo non è un piacere di comodo, un per far piacere. Se il garbo è contrito, l’ammodo si alza, con fare calmo e suggerito dai modi, dalle modalità intonate all’ambiente acustico, e va via. Il viavai dell’ammodo nelle modalità della fuga. Se il garbo è ringraziato le modalità di ascolto amplificano l’acustica dell’ambiente, la cassa di risonanza ove è custodita, al riparo da stonature, l’eufonia accordata all’intonazione, e divengono strumento della composizione, strumento in opera. L’ammodo non si spiace per il mi piace, l’ammodo ascolta la verticale dell’armonia e, nell’orizzonte della melodia, si lascia compenetrare dalla musica. Il divenire orecchio, il corpo diviene un singolo orecchio, un padiglione in cui risuona l’equilibrio della musica sulla verticale di un corpo capovolto in un singolo orecchio sull’orizzonte dell’udito, che da senso, organo di senso, è divenuto sensibile all’organismo, al divenire di un organismo, il divenire orecchio. Il melomane ammodo perde lo stato e il riconoscimento della melomania, della didattica e dell’autodidattica al responso, del privilegio nel porre la domanda di piacere, del contrappunto per divenire ammodo. Non le modalità di una strumentazione dell’ascolto, di un’azione dell’ascolto come strumento accordato alle condizioni iniziali, di un ascolto strumentale al piacere, ma l’ammodo del divenire orecchio. Prende spunto dal contrappunto che mette fine alla conversazione, il mi spiace, ma mi piace, per puntualizzare l’ascolto. Per puntualizzare il divenire orecchio.

Il sincretismo

L’amor sfatato. Pothos è un amante. Ama l’altro Pothos. L’amante nel topos incontra l’altro. L’altro deambula con i passi smarriti e lo sguardo orientato. Svia le indiscrete occhiate degli avventori del topos con una mano atta a massaggiare le tempie pulsanti contro tempo o, con discrezione, terge il sudore di un sole indelicato. Non ricorda la provenienza del percorso, in quanto il corso dei passi moltiplicato per l’orizzonte decentrato, ad oriente del cono visivo, non concorre alla formazione del ricordo. Il corso dei passi ha puntualizzato la base del cono da rivoltare. L’ampia base da raggiungere per voltare il cono. La base capovolta in apice, punto di vista. L’altro attinge a piene mani ad un torrente corrente da un’altezza misurata, il panorama avallato, la sorgente dell’influsso presentita, mentre la foce è risentita per la portata delle correnti, per l’estuario. Controcorrente deambula. L’amante segue il deflusso degli avventori nel topos. Spinto e respinto in una calca di ricorrenti alla precedenza, ambula. Il rischio della spinta, come l’elastico, è nel ritorno alla posizione d’inerzia. Ritorno legato ad una contrazione dell’estensione massima. La precedenza è un’estensione massima del corpo per anticipare, in senso lato, i corpi deformi. La contrazione è il ritorno all’inerzia del corpo conforme alla propria struttura, stricto sensu. Tra estensione massima e contrazione d’inerzia i corpi conformi e deformi si svisano, si sovrastano, si scorporano, stravolti l’uno dall’altro in un’anamorfosi che svela il parapiglia. Memore delle leggi elastiche, della colluttazione, in questo caso sussiste il ricorso al ricordo, l’amante si tira fuori dal deflusso e al suo posto accorre l’amatore, l’attaccabrighe del deflusso. Colui che dall’anamorfosi estrae la morfologia dell’amor cortese, inviso. L’amante, Pothos, rimira il deflusso e l’anamorfosi degli avventori. Diviso, con un senso di stanchezza, ambula. Stanchezza non tanto fisica, ma osservata. Il viso delineato. Con lo sguardo basso, ambula e conta i passi. Conteggio che non riguarda il raggiungimento di un orizzonte, ad oriente del deflusso, ma semplicemente i passi disorientati. Dopo un certo numero alza il capo, allinea lo sguardo all’orizzonte, ad oriente della linea avveduta, e percepisce l’altro. È orientato. A levante del flusso, l’amante, con riguardo, percepisce emotivamente l’altro, ma non lo fissa con l’indiscreto obiettivo di farne suo. Gli avventori guardano per far proprio l’altro, lo tengono d’occhio non senza occhieggiare, per assumere l’altro come centro del campo visivo e per avvicinare lo sguardo indiscreto al tatto distinto, l’amante per disfare il possessivo. L’altro, nell’emotività, sente di essere osservato, essere che non riguarda il possesso, e incrocia il proprio sguardo con quello dell’amante, il volto è rosso e il moto dei passi li pianta in asso. Entrambi sono paralizzati nel centro dell’orizzonte, prima di riprendere l’uno il computo dei passi, l’altro la controcorrente. L’amante non riesce più a tenere la stima dei passi, la numerazione è distratta da un’immagine consolidata sulla retina, un’immagine irretente. L’altro è nel numero dei passi, nella consecuzione dei passi. L’altro, Pothos, è nel pensiero che non si dà pena dell’assenza e, appunto, nell’assenza domina l’attenzione dell’amante. Pensiero che non si limita alle osservazioni sul bello e sul sublime, agli stadi sul cammino della vita o al simposio. È un pensiero che nell’amore inclina al desiderio. Il desiderio d’altro lacera il pensiero con un’immagine non ai margini, un’immagine che non può rimarginare. Il pensiero favoleggia un incontro futuro e una conversazione che corrisponda in pieno al desiderio. Una corrispondenza che sottolinei il desiderio. Una conversazione che annunci il desiderio per converso, nei soggetti dell’enunciazione. Non manca al desiderio l’immagine. Non manca il margine di un incontro contingente. Non manca la pienezza del sentire. Non manca l’argine all’assenza. Non manca il frangiflutti alla deriva dei piaceri. Non manca l’attesa d’intesa con il desiderio. Al contrario il desiderio estirpa dal pieno dell’immagine il bordo su cui mettersi in gioco, il desio. Il desio è il desiderio di mettersi in gioco, di azzardare la totalità del desiderio in un altro desio, un altro nel desio. L’amante, Pothos, nel desio, si mette in gioco come amante del desiderio, per il desio d’altro. Il desiderio impone la corrispondenza per non mancare il declino dopo il culmine del piacere. Il desio non si espone alla corrispondenza. In effetti, a tutti gli effetti, l’amante non è corrisposto dall’altro. L’altro nella controcorrente, rifluisce senza alcuna distrazione d’immagine. L’immagine potrà ricordarla, l’immagine è nel ricordo di un incrocio privo di precedenza, un incrocio che ha paralizzato i sensi e mobilitato la ragione, una dinamica dell’incontro, ma nulla più, per il momento. La controcorrente e il riflusso occupano tutta l’attenzione e la distensione dell’altro. L’amante non è mai stato corrisposto dall’altro. Ha avuto numerosi incroci paralizzanti e mai è stato corrisposto. Non se n’è meno di tanto preoccupato. L’amante è nel desio. Il desiderio d’altro, il desio è l’amore sfatato. Il sincretismo esige che nel gioco del desio la regola di base sia appannaggio dell’amor fati. Per evitare i rischi, l’azzardo del desio, il sincretismo regolamenta l’amor fati. L’amore per il fato, il desiderio del fato. La regola del fato desidera che l’incrocio con l’altro non sia più di tanto paralizzante, ma nel rilancio dia la precedenza alla prima mossa, al primo gesto cui sussegue la congestione della gestualità, la precedenza all’amante o all’altro, rilancio che dall’incrocio conduce all’incontro. La regola del sincretismo assegna al gioco il desiderio realizzato nell’incontro a buon fine oppure sfinito. Un incontro con l’altro, un incontro con l’amore. Che il sincretismo abbia frainteso l’amor fati come concessione regolamentare non ci sono dubbi. Il regolamento prevede e prescrive che il baro venga escluso dall’amor fati. Il baro che nel destino truffa il fato, il broglio beffato. Che l’amor fati possa incrociare l’amor sfatato è tutto da vedere nel gioco dei Pothoi. Di certo, non si farà buon viso a cattivo gioco.

Il padre eterno

Un esempio da seguire. Un modello che sfila alla ribalta delle azioni. In presenza dell’azione, alla presentazione, la dedica al padre è la massima a cui non ci si può sottrarre. Il figlio dell’azione, l’addendo somma l’azione del padre, l’addizione. La dedica della presentazione è l’addizione, l’azione del figlio che apprende la lezione del padre e ne ripete le azioni. La coazione a ripetere, il figlio ripete le azioni del padre. La ribalta delle azioni è il massimo nella scala della ripetizione. L’estremo, il massimo, è la massima con cui la presentazione dura nel tempo. Il padre, nella coazione a ripetere – è un figlio – opera l’insegnamento della massima. Il padre è nella massima della presentazione. Presenta in azione la massima e chiede al figlio di ripeterne l’azione. Il figlio è ligio alla ripetizione e la coazione è nell’addizione che diverrà dizione della massima per i figli del figlio e i nipoti del padre. Se la presentazione oltrepassa la doppia generazione, per i pronipoti il bisnonno sarà l’edizione dell’azione. Edizione limitata all’ante-nato, delimitata dal post-ero. La dizione della massima perdura. Il figlio nel come dell’azione segue le regole dell’addizione. Il primo tratto dell’azione recita la dizione. Il figlio dice e predice il come dell’azione paterna. Come diceva il padre, la massima del padre è l’addendo con cui l’addizione consegue il risultato dell’azione. Come diceva il padre e se nella recita ci si attiene alla buona pronuncia della citazione e all’esecuzione ripetuta dell’azione citata, si può essere certi che il risultato sarà lo stesso ottenuto dal padre, un risultato presente. Come diceva il padre, e il figlio padroneggia l’azione. Padri che citano i padri, figli che incitano i figli e nella concitazione dell’azione, la massima è l’estremo dell’azione. Ma sfugge la reazione. La reazione di un figlio, la reazione di un orfano. Un orfano, stando alla massima della dizione, dovrebbe essere l’anomalia dell’inazione. Insomma una contraddizione. No. Nell’insomma l’orfano è adottato, adotta l’addizione del padre reputato adatto o, nel caso in cui non dovesse compiersi la pratica dell’adozione, l’orfano sarà indetto dalla tradizione del tutore a norma di addizione, la dizione tutelare alle condizioni del tutore. Ci sono tutte le condizioni affinché l’addizione non sfugga alla dizione, finché dura la generazione. La generazione, le generazioni perdurano la durata del padre. Il padre è eterno nel dire del figlio. Come diceva il padre, e il figlio agisce. Alla ribalta dell’azione. Al figlio si ripresenta lo stesso dubbio del padre nell’imminenza di un’azione. Il figlio confida nel come del padre. Il padre, nel come, si è domandato, nel coinvolgimento dell’azione, il come del padre, e nello svolgimento del come ha riportato il risultato dell’azione. Il figlio riporta i come dei padri e nelle generazioni susseguenti perdura l’azione risultata. L’imminenza dell’azione è coinvolta nel perdurare del padre. La generazione, le generazioni perdurano nel tempo dell’azione, dell’azione adatta al tempo dello svolgimento. Svolgere il come dell’azione è coinvolgere il tempo della generazione. È una conferma del tempo nell’azione, una conferma del padre nell’azione imminente, una conferma del padre nell’azione eterna. Ecco come il come eterna il padre, la dizione del padre. Il coinvolgimento della dizione del padre nell’addizione dell’azione è la presentazione dell’eternità. Condizione dell’eternità del padre è la dizione dell’estremo dell’azione, la dizione della massima paterna, come diceva il padre. Il figlio è un padre in eterno. Non ci troviamo in presenza di un’esigenza di editto. L’editto è un dire fuori, fuori dell’azione domestica, è un dire che abbisogna di un pubblico per legalizzare l’azione funzionale. L’azione riconosciuta e risoluta nell’editto è l’azione del funzionario. Il figlio o il padre che agisce nella risoluzione dell’editto è un funzionario dell’azione al di fuori della dizione. L’azione domestica è l’azione della dizione, l’azione ammaestrata, l’azione nell’addizione, protetta nella presentazione in eterno, l’azione nell’estremo della dizione. L’editto non protegge l’azione, ma nel fuori dell’azione ne indice la risoluzione, l’azione è risolta al di fuori dell’addizione, è un’azione edetta. Non vi è traccia della dizione paterna, c’è un labile indizio di un’autorità che vorrebbe inglobare la funzione del padre. L’autorità dell’editto insegue la funzione della generazione per poter proliferare come padre e prolificare una sudditanza di figli riconosciuti, ma tutt’al più è confinata al ruolo di padrino per la cerimonia del battesimo pubblico. E per di più, l’editto non ha nulla a che fare con la presentazione in eterno, è il fuori della dizione temporanea. È il fuori nella perdizione del tempo. Macchia il tempo dell’azione, come un neo sull’epidermide. Come diceva il padre? Ricordati le mie parole figlio, risuoneranno in eterno nell’azione che tu, i tuoi figli, i figli dei tuoi figli e le generazioni filiali ripeteranno nel tempo.

Echologia

Quali sono i tuoi averi? In prima istanza evito la confusione e dichiaro di non possedere nulla. La prima istanza insiste sulla non pluralità dell’avere e di stanza nel singolare, presenta il mio. Il mio avere è il soggetto che richiede l’asilo verbale. Il verbo avere, come ausiliare, accerta che il richiedente, il mio, abbia tutti gli atti in regola e dà avvio alla pratica. Gli atti devono regolarizzare la posizione dell’io, la pratica evasa. L’io è un apostata del clan del destino. L’io è da sempre un affiliato del destino, un rimarcato, privo di bollo, soggetto alla determinazione. Ma il sub-iectum sempre in ritardo nella consegna delle pratiche, attardato nella pratica per la necessità della predestinazione, concilia la propria posizione con la sottoposizione del pronome all’anagrafe e l’impropria posizione con la sovrapposizione del nome all’anonimato. Il sottoposto soggetto all’anagrafe, nel nome si espone al pronome personale, al primo io. Il sovrapposto nome all’anonimato propone il mio, l’improprio, l’impersonale monomio. Il monomio sovrappone all’io anonimo la variabile impersonale, eleva l’anonimato alla potenza dell’improprio, il mio. Il monomio, innominabile nel mio, è estradato. È extra-dato. Predato, gli si consegna il foglio di via, l’esproprio cogente. Sulla sponda del determinismo, il mio pondera la flussione delle correnti, abborda l’inflessione accorrente e risponde alla domanda del nome proprio con il primo pronome. Approda sulla corrispondente proprietà omonima e propone l’omologia. Ma alla richiesta degli atti  necessari alla pratica, il mio si qualifica come improprio. Non ottiene l’asilo verbale. Per tenere fede alle qualità del pronome, il mio invariabile deve tenersi stretto l’io. Per concorrere all’asilo verbale l’avere deve assomigliare al tenere. Il sinonimo, il tenere, costringe l’io nella qualità del pronome. Tenersi stretto l’io è un contenere il pronome nel personale, il primo pronome, il sottoposto soggetto all’anagrafe, esposto, nel vantaggio del nome riconosciuto come richiedente asilo, è verbalizzato come uno dei pronomi, non il primo. Il pronome rifugiato nel verbo. Personalmente ritenuto adatto al verbo, il tenente è l’io pronominale. L’io non più clandestino, l’io da nominare, una volta che ha giurato sul principio d’identità. L’articolo del principio di contraddizione che, nel comma negativo, respinge il nullatenente. Il contrario del tenere, l’avere è un profugo. Estende la fuga dalla pratica. Non la pratica evasa, l’evasione dalla pratica. Il monomio estradato, extradato e il mio impraticabile. Il mio ha la potenza dell’improprio, vaga nelle proprietà del tenente e divaga nei possessi dell’io, si svaga con gli atti pronominali. Ondivago, preso per un nullatenente, è respinto ai margini della solitudine e trattenuto, arrestato o per giocare con le locuzioni, mandato a vedere il sole a scacchi. L’accusa di non possesso, il fermo dell’esproprio cogente si sconta in un centro di recupero del soggetto. L’emarginato recuperato nel soggetto sarà poi reinserito nell’iter della pratica. Ma il più delle volte, il monomio è lasciato a se stesso. Formula poco consona, o meglio consona alla pratica del tenere e non all’impraticabilità dell’avere. Il monomio è lasciato alla potenza dell’improprio. Il monomio rilascia il mio. E improprio, non si lascia cullare dal fluire delle ipotesi: se avessi più spazio allora spazierei nel mondo, se avessi più tempo allora temporeggerei nell’eterno. Il monomio, il mio esula dall’attempato io e dal contenere spazioso. Il monomio espropria, nel mio espropria l’io del pronome personale, io che si ritrova a denunciare l’ignoto dell’essere. La firma della denuncia contro l’ignoto è “Io chi sono?”, il soggetto ignoto che, nell’ignoto, disconosce il soggetto, il sub-iectum. Il mio espropria il tenente della sinonimia, il tenere è contrario dell’avere. Il grado del tenere diserta nel grado zero dell’avere. Non abiura la gradazione, nell’esproprio della sinonimia e del contrario si profila, spunta l’improprio dell’avere. Il mio è attualmente improprio e realizza l’improprio, il tenere è attualmente proprio ma per realizzarsi in proprio non può concedersi distrazioni, l’azione deve sempre essere presente, una qualsiasi azione al futuro lo espropria. Il tenente si ritiene sempre un nullatenente quando osserva l’altro tenente. Il tenente è in relazione al collega. Il contrario dell’avere, il tenere si coniuga agli altri e nella contrapposizione modulante è un nullatenente. Il principio di identità, il comma di contraddizione, è attuale ma difficilmente realizzabile con l’ausilio dei tenenti nullatenenti. Il monomio, il mio è la frontiera dell’ausilio, è sulla frontiera di una nuova logia e anche se impraticabile, per il momento, attualizza e realizza l’improprio. La domanda iniziale: quali sono i tuoi averi, è riformulata con qual è il tuo avere. L’avere del mio è improprio. Un avere non posseduto, un avere improprio non soggetto all’esproprio, non certificato dal nome proprio e non garante delle proprietà. Un avere che non si rifugia nel verbo per consolidare lo stato del soggetto. Alla provvidenza cui si rivolge l’io per condurre a buon fine la pratica, per evadere la pratica, si sostituisce l’improvvido avere, l’evasione del mio dal gioco dell’io. Il mio avere è improvvido, un genitivo improprio che respinge la pratica sulla modulazione dell’impraticabile.

Quanti sono i tuoi averi?

L’epitaffio

Il moribondo dispone il proprio lascito. A dispetto delle conversioni parentali, il lascito non è un’eredità attribuita dalla fede genealogica, ma la scrittura privata del moribondo. Il capezzale è il posto che spetta al titolare nella riunione di famiglia, un po’ come il capotavola nei pranzi domenicali. Con la testa sollevata, il moribondo ha la piena visuale della famiglia riunita, il punto di vista consono alla solennità dell’incontro. Egli si assicura che sia presente il segretario di famiglia, di solito un nipote che professa gli studi scolastici, che sia ligio alla scuola dell’obbligo, e con la paternale del miglior futuro contingente, gli consegna, in busta chiusa, il foglio vergine del verbale. A questo punto, è d’obbligo una panoramica sulla famiglia al capezzale del moribondo. La visione, che in realtà è una previsione, della busta chiusa suscita un’agitazione repressa. I membri della famiglia tengono a freno gli interessi personali sul lascito previsto e sulla ridistribuzione dei beni. La famiglia è legata all’idea della frazione di bene. Il bene frazionato in vita dai genitori in base alle esigenze dei figli, esigenze che si elevano alla potenza della speranza e disperazione dei figli dei figli, i nipoti in odore di scuola dell’obbligo. L’obbligo di istruzione al bene distribuito. La redistribuzione, invece, dal punto di vista del capezzale, dovrebbe tener conto del bilancio e della perequazione di speranza e disperazione per agevolare l’universalità del bene. I membri della famiglia confidano nel moribondo affinché si faccia carico del bene universale. Che il massimo del proprio lascito sia il bene universale, e che i nipoti possano affrontare il futuro contingente con la predestinazione al bene universale. Dalla scuola dell’obbligo, dall’istruzione al bene ipotetico, alla categoria del bene universale, cui bisogna far fronte con una determinata spesa, stornata dal lascito. Ma il punto di vista del capezzale non si equipara ai piani piramidali, al contrario è l’apice, il vertice della piramide. Il segretario, latore del segreto, apre la busta chiusa e ne estrae il foglio vergine. Non crede ai propri occhi, l’educazione familiare all’istruzione tende facilmente dalla frazione alla rifrazione, estende la miopia. Con tanto di occhi mostra il foglio privo di calligrafia ai membri riuniti. Ad occhi bassi apprendono il segreto e si rimettono alle parole, se ne saranno enunciate, del moribondo. L’agitazione repressa ha abbandonato il consesso per lasciare posto alla demoralizzazione. La predestinazione del bene è una dottrina adusa alla demoralizzazione. Il moribondo lancia un’occhiata al segretario con il che il segreto è macchiato sul foglio. La scrittura privata attesta la differenza fra il moribondo e il defunto. Il defunto è dislocato in un lotto, raggruppato in una fila e discriminato da un numero. Il nome e il cognome del defunto sono i riferimenti generici cui relazionarsi con l’informazione cimiteriale, il riferimento particolare è la data di morte. Il moribondo è stanco e nauseato dalle file, dalla processione di estetisti o acconciatori, dipende dall’estrazione di primo pelo, che si pavoneggiano nel pettinare la coda dell’informazione. Non ne vuole più sapere, e men che meno permetterà che la coda spazzoli l’anticamera della sua dimora. Il ricordo, poi, è l’adolescenza dell’informazione, la formazione che dava diritto alla promiscuità dell’informazione. Da adolescente aveva superato con tanto di plauso, il corso di formazione, e al rilascio del certificato era nel pieno della campagna d’informazione. Abile e arruolabile, era informato su quel che lo circondava. Il circondario era l’agenda su cui segnava l’informazione. Informato, aveva passato le informazioni ad una bella informata, e dopo averne garantito la serietà si erano conformati. La conformazione si era, dipoi, accresciuta nella famiglia. Tutto era tenuto a conoscenza. Altri tempi, inoltrati. Da cui, niente fotografie di un tempo inoltrato, niente trasformismi alle informative sul defunto. Il segreto del moribondo è nella scrittura privata. Scrittura privata della data di nascita e della data di morte, l’iscrizione con cui i viventi si cimentano nel calcolo degli anni e nel compatimento se il numero risultato è sotto la media del vissuto o con coinvolgimento appassionato se il numero è oltre la media del vissuto. Il moribondo lascia detto e provvede la scrittura di un epitaffio. Del proprio epitaffio. Il moribondo è colui che provvede al proprio epitaffio in scrittura. Prima detta l’epigramma al segretario, dipoi ne prega la lettura ad alta voce. Incitare e citare. Se soddisfatto dell’epi, ne richiede la copia autenticata nell’epitaffio. Viceversa, se insoddisfatto, cassa il necessario, emenda il superfluo, muta la parola chiave con il chiavistello del sinonimo o con la serratura a doppia mandata del contrario, depenna il superfluo e rettifica il necessario. La modificazione dell’epigramma in epitaffio. Il moribondo è morto, non trapassato.

Assonometria

Asso è impressionato dalla reiezione. Il piano di proiezione, cui Asso volge la faccia, avanza tre linee da sottoscrivere. Asso ne è estasiato, l’entusiasmo di un’attrazione destata, e convoglia il culmine dei suoi desideri verso la triadica sottoscrizione. Purtroppo, ne è esente. Ma Asso da questo lato non ci sente, non per una volontà proscritta dal culmine dei desideri, per un’assenza di assi. Ragion per cui, culmina sempre nel voler inscriversi nel piano di proiezione. E al netto rifiuto, che equivale ad un’impossibilità alla sottoscrizione, Asso se ne fa una ragione, per poi ritornare alla carica con un unico ragionamento. Asso è cresciuto nell’insegnamento che egli è l’asso dei ragionamenti, il primo in ordine di esecuzione della ragione, e anche se a volte è preso per una premessa ad un sillogismo o per una rimessa dell’entimema, ritorna con tutta la portata del primo ragionamento. Portata che non è esente dall’importanza. È esercitato sul come emendare postulati e corollari, scolii e dimostrazioni, sul come e sull’in quanto la definizione sia derivata, l’assioma salvato dalla deriva e assurto a ruolo di salvaguardia del ragionamento, e la tesi stazioni in attesa dell’antitesi per la contesa e la sintesi. Ergo ritorna con l’asso del ragionamento. Ma il piano di proiezione è negativo, nega l’accesso e sbarra l’inscrizione. È un piano che all’avvicinarsi di Asso, muta in piano di deiezione. Non saprei quale di quante volte, ma non importa la sottigliezza ordinale, ad Asso fu risposto che l’unico procedimento che si confacesse alla sua natura sul piano di proiezione era appunto lo sbarramento. Asso non poteva sottoscrivere il triadico proiettato ma solo ascrivere lo sbarramento all’inscrizione, ed egli, in qualità di asso del ragionamento, doveva adeguarsi, anzi anticipare l’esito della risposta. La proiezione dell’asso era possibile solo come unica linea, linea di sbarramento, il che la rendeva impossibilitata alla sottoscrizione. Ma anche questa di quant’altre volte non lo depresse, ben conscio che sarebbe ritornato. Il primo ragionamento torna sempre sul piano della sottoscrizione. Al piano di proiezione faceva un certo effetto rimandare indietro per poi far indietreggiare per poi far arretrare nell’in poi del ritiro, la causa del ritorno ineluttabile. L’impressione che l’Asso potesse non dico cifrare la sottoscrizione, ma copiarsi e ricopiarsi in un plagio del primo ragionamento, era più che vivida, tutt’altro che opaca. Il piano corse ai ripari per non degradare gli angoli delle tre facce e si figurò il decreto con cui Asso venne inquadrato come reietto. Asso non poteva che farsene una ragione, come non poteva non ritornare alla ragione del primo ragionamento. Ma nel cammino intorno al ritorno, attorno al ritorno, il primo ragionamento crebbe e Asso ne seguì la traccia. Torniamo al ragionamento attuale e all’impressione della reiezione. Asso segue la traccia del ragionamento cresciuto in dimensione e, nel ritorno ineluttabile al piano di proiezione, ne esprime l’impressione. S’imprime sul piano come plagio del ragionamento, un ragionamento plagiato in domanda d’inscrizione, obiezione alla domanda d’inscrizione, ovvero trascrizione, e risposta all’obiezione, la sottoscrizione. Il timore del piano di proiezione, l’evanescenza degli angoli, delle rette e delle facce triadiche dei piani paralleli è divenuto realtà, è realizzato. Gli assi plagiati dalla singolarità di Asso. Nonostante i reclami di una prescrizione isometrica mai proiettata. Asso ha plagiato i piani paralleli in un diallele evaso dal primo ragionamento, ragion per cui non è più un reietto ma un proietto del piano di ragione. Asso ha ragione e con lui il piano di proiezione è in ragione del plagio. La sottoscrizione dei piani paralleli ad un piano di proiezione determina un’inversione del ritorno. È il piano di proiezione a ritornare al proietto, alla proiezione dell’Asso, sono le tre facce invertite che ritornano alla prima faccia, la faccia unica della ragione. E nel ritorno invertito si assiste alla descrizione con cui Asso accerta che il piano di proiezione sia circon-referenziale al piano del proietto. Prescrizione della proiezione nell’inscrizione del proietto. L’impressione che getta il ritorno invertito è tutt’altro che univoca. Asso è pressato dalla deiezione.

Apoftegma

L’intensità del suono, il suono della verità equilibra la gelosia. Il rivale veritiero amplifica la risonanza della possessione veridica. L’udito, in ascolto, emula la verità e, con zelo inascoltato, pronuncia il verdetto. Sulla bocca di tutti la verità è golosa, nel padiglione auricolare la verità è gelosa, gelosa del dire la verità che rimbomba nella cavità orale.