Il paranormale

Gli informatori iscritti all’ordine della rappresentazione ingombrano l’unica via di fuga, unica in quanto assorbe l’ingresso, alla permanenza. Un fatto di una responsabilità inaudita è verificabile e i disgiunti ne devono essere edotti altrimenti la condizione longinqua, ossia le insorgenze collaterali della contrarietà saranno esiziali. Comprensibilmente gli informatori non sentono ragioni di spazio, si permeano a vicenda. Sul chi va là dell’intervista che non esclude la dichiarazione ostacolano l’inerzia del vicino il quale non è rabbuiato né cade della nuvole. La domanda che si ripercuote nello spazio permeabile inerisce il sentore vicino all’accadimento. La responsabilità è un fatto normale.

Nella succursale dell’ordine della rappresentanza un iscritto sottoscrive il titolo di sospensione, deduzione di un occultamento non passibile di disdetta. Per svago egli ha parlato per conto di un longinquo, testimoniando gli abusi della normalità dimostra nella sua megalomania che né il fatto né i vicini e tantomeno l’interessato sono caratterizzati dalla normalità, la sola modalità conforme al fatto concerne il paranormale.

Annunci

L’asilo, in tutto e per tutto indefinibile

Nel locale pubblico sotto casa le asseverazioni impersonali commentano la notizia bandita dalla clausola impensata. Scemato dalle minuzie, il noto non ritratta il tributo in elargizione sottratta esatto dal nomade per il notturno asilo del vagabondo. Attenuato in uno sciabordio l’effetto di incredulità, le asseverazioni impersonali non convengono con l’imprevisto. La certezza di un’incognita è indiscutibile, alcuna inflessibilità imprime l’immagine di un nomade che espropria l’elargizione a un vagabondo tuttavia dall’incognita quale punto fermo si sbrogliano le solenni sicurezze. A pensarle tutte si disattiva l’indefinito, s’interrompe il resoconto all’argine invulnerabile dell’indefinito; la legittimità del nomade rinvia ad un’assenza di proprietà, enunciato per cui non sono interdette possibili, d’ora in poi, revisioni dell’esproprio; la legittimità del vagabondo è in ogni caso impropria, alcuna dichiarazione è in grado di far mutare posizione all’asseverazione impersonale, al vagabondo sono proibite le proprietà dell’affermazione.

Una svirgola

Se avessi un decimo della tua integrità sarei un periodo. Senza tema di smentita, dalla digià letta proposizione scaturì il parapiglia. Infine, nel riguardo della ripetizione, è contingente tacere le premesse: il foglio deformato del brogliaccio presumibilmente accartocciato e dispiegato senonché spiegazzato, in penultima impressione appare indecifrabile. Dal momento che la trasmissione dello iato è indifferibile per motivi che sfuggono alle pause, più che sollecitata l’interposizione del puntiglioso s’ingiunge. Come l’intimazione non tocca il vocativo così la parentesi impallidisce. Dopo l’adesione all’etichetta che ad una sommaria precisazione addita la pantomima delle cifre, il puntiglioso sovrascrive su un colorito vezzo di un foglio abbordato un palinsesto. Poco manca a che al frasario, mai in disparte, venga un colpo, l’etichetta e soprattutto l’aderente giulebbe ha tratto la linea che rinforza i punti del gancio, per cui la sfoglia è allentata. Tra precisazioni non richieste e imprecisione negli interventi, tra un coinvolgimento neutrale e un’allusione impertinente, all’estrazione occasionale dal frasario, la digià letta proposizione, il puntiglioso corrisponde in antiperiodo, ossia dal suo impuntarsi irripetibile, una svirgola. Sfortunatamente e senza complicazioni la svirgola non si sottrae alla replica.

La smania

La porta urta contro gli stipiti accompagnata da un suono di soprassalto, l’agente tira giù la maniglia e sbircia con fare irresponsabile l’interno, il caso dispone che il sovrintendente non sia propenso a dare risalto al suono con il riverbero dell’ennesimo rimprovero. Confortato dal silenzio del repentaglio, questa volta l’agente segue di soppiatto il combaciare della porta e degli stipiti; nel corridoio che non si limita al prospiciente poiché rivolto anche indietro, l’assistente al quale non è sfuggita l’integrità della manovra, scuote il capo. Nell’interno che a tutta prima sembra ovattato e parzialmente cadenzato, il sovrintendente Dell’omeoteleuto non si raccapezza, scorre incessantemente la trascrizione delle segnalazioni eppure è incerto su quale reputare estranea al gioco. Nel senno della propria posizione che non manda di qua e di là la sicurtà dell’ectopia non può mettere in gioco alcuna segnalazione, per quanto indeterminata. Catastroficamente, le desinenze non lo aiutano, sono distinte e i subordinati topici sono due, l’assistente e l’agente, dunque non resterebbe altro da fare che inviare l’uno o l’altro di qua e il talaltro di là autorizzando così, in poche parole, data l’opportunità sguarnita, il contrassegno dei mitomani. No. Il sovrintendente Dell’omeoteleuto riassegna al contermine la trascrizione delle segnalazioni e rivolge la propria smania alla porta affinché la sua apertura coincida con l’introduzione all’insegna della similarità senza mezzi termini.

Il comma della sentenza

Prego di sgombrare il corpo del testo dalle controversie. Lo specializzando in filosofia è un bonaccione, si sofferma o si sistema nella bonaccia senza esserne scombussolato. Privo non solo delle occorrenze dottrinali, persino dell’orologio, è nesciente circa la puntualità dell’appunto. La segretaria competente nel sigillare il foro non gli dà l’agio della comodità e nel mentre della visione lo esorta all’ufficialità. Di traforo e su due piedi dal verso scoperto dello scrittoio ascolta senza necessità di attenzione il differimento dell’udienza. Di ritorno percepisce l’assenza della segretaria nel presupposto di passaggio, il bonaccione non sventa la conduzione dell’itinerario, si dice la proibizione a che la causa non sia persa, nell’esiziale ipotesi di un divenire dimostrativo rischierebbe senza riserva la deduzione degli effetti, il che per uno specializzando in filosofia privo di correnti significa la fattispecie del disadattato. La fiducia inaudita nei differimenti dell’udienza quali prolegomena ad una sentenza inarrivabile non lo solleva tantomeno lo consola, l’idea della sentenza che non significa il colon non è una novella.

Dialogo del personaggio e della persona

Personaggio: nel terzultimo periodo sono incorso più di quanto desiderassi in un’espressione, al primo accorrere ne ho esaminato gli elementi caricaturali ma agli ennesimi ricorsi non ho potuto zittire l’amplificazione rivoltante.

Persona: mi ritengo abbastanza in forma per non risentire le conseguenze di una rivolta; qual è l’espressione?

P.aggio: a un esame che introduce la sollecitudine l’espressione non si riporta mai al termine: “la persona dietro il personaggio“.

P.a: la deriva di un avanzo di lingua che parla in nome mio ma non per conto improprio.

P.aggio: sii prudente con le parole, ne potrebbero risultare riflessi sgradevoli. Tuttavia l’amplificazione rivoltante non si riferisce tanto alla tua parafrasi della perifrasi quanto ad un incitamento pernicioso.

P.a: comprendo la tua soggezione eppure se per una frazione ne interrompi la tacita complicazione allora puoi osservare come l’espressione o ciò che hai moderato in perifrasi, non sia altro che una provocazione: una modalità di fuoriuscita della voce.

P.aggio: ti sono grato, nonostante il disdegno della parafrasi sei riuscito nella consolazione, ho temuto di dovermi guardare le spalle dall’evocazione.

P.a: semmai dall’invocazione!

Posdomani

Oggi non è giornata. La proposizione attesa dai multipli, che segna la deposizione degli arrotondamenti non è ancora stata scritta. I lettori esfoliano il quotidiano in un’approssimazione del leggo e non leggo tuttavia la divulgazione mondata in luogo del mondo non ne reca denunce. Nell’avamposto si arguisce come i lettori ne abbiano abbastanza dell’arrotondamento segnico, dell’approssimazione segnata. I multipli del lettore ricorrono al thesaurus e alla descrizione della proposizione in un successo del giorno; in armonia e poiché un giorno vale l’altro riferiscono di un oggidì quale esordio e attendono le duplici conseguenze del successo proposizionale. Terminata l’attesa ovvero concluse le conseguenze duplicate, la proposizione è parzialmente un fallimento. I multipli del lettore s’interrogano sulla prossimità del domani l’altro con il giorno riferibile alla corrispondenza in altro, si rassegnano all’arrotondamento.

Oggi non è giornata. Se ne riparlerà domani. Le solenni consultazioni all’indomani dell’odierno non si sottraggono dal sancire l’aggiornamento della proposizione per enne e non peraltro.

La pezza

Spesso e di buon grado i giusti hanno a che fare con gli imbrogli. Per eludere la relazione con l’essere imbrogliati, con la passività degli snodi, i giusti tramano affinché il seguito del fare non debordi in usura il grattacapo sul far dell’atto. Con un ordinativo mai eccedente attorcigliano il giustificare che li rassicura dal riverbero, dalla riflessione della versatilità. Eppure in linea di massima dal fare dei giusti, dal giustificare residua l’inefficace mappina, finora e non per molto inane poiché è propinqua la diffusa inaugurazione della sua praticità nell’applicazione dei complotti. La tema della giustificazione si profonde nell’escogitazione di una strategia atta a scongiurare, a prevenire la voce che potrebbe rimpiazzare il fare dei giusti con il fare delle mappine.

Non adusa all’integrità delle mappine che senza giustificazione la usano quale ritratto di un tempo o paradigma dell’adattamento, la pezza si defila quale eccesso d’ordine o abuso dei fatti.

Cosa fare di una pezza eccessiva se non  assegnarla ad una soddisfazione imprecisabile!?

Il sonaglio

La pallina che non fa da contorno alle espressioni figurate afferma il fuorviare. Lo slancio con cui la dimensione espone l’estensione è affievolito dal transito della pallina impassibile. Indisposta eppure non alterata la dimensione angola l’istanza di avviamento, impone la domanda in luogo della responsabilità: è insito l’avvio della pallina? Tuttavia l’impassibile non lascia traccia, non c’è modo di ripercorrere il movimento a ritroso, la dimensione è al corrente della ritrosia movimentata, della scontrosità movimentabile. Nel caso in cui il movimento dovesse ritornare sul tragitto sarebbe inesorabile lo scontro con il trasporto, il ritorno del moto è scontroso nonostante il trasporto ridimensionato si ingegni per dimostrarne l’alterazione da contraccolpo. Alla dimensione non resta altro che scivolare sulla superficie e sulle inclinazioni della pallina in un inseguimento che a sua speme terminerà in una trasposizione. Vana prospettiva, la pallina non dipende dal piano accodato né dalla china della disposizione, è inarrestabile, rasenta le perpetue deviazioni e gli inerti deragliamenti. Le conseguenze dell’inseguimento non si sottraggono alla sfinimento, sdrucciolano sulla figura superficiale. La dimensione sfinita si ripromette di ingabbiare in un modo o nell’altro la pallina tuttavia reitera l’errore, tralascia il tratto del movimento, l’inalterabilità. L’agitazione della dimensione è insensibile alla risonanza dell’errare.

Un ricordo smembrato

La tautologia delle espressioni sofferte non inerisce gli affetti. A ragione essi ricordano il come percettivo dell’ectopia, in che modo non hanno esitato il piantare in asso, circonflesso sia in diatesi attiva che passiva. Rimembrano la semantica del batticuore che non lascia campo libero alle pulsioni, la commisurazione della tachicardia all’all’erta delle emozioni, la scomposizione del cardiopalmo in sentimenti dettagliati irrigiditi dalla mostruosità sgolata dell’appetizione, la bradicardia sminuente la ripetitività delle circostanze possedute dall’erotismo. Si dirada l’affetto avente a cuore l’affezione poggiando un’estremità in luogo dell’inaudito, l’immagine di un affetto respirante il capo estremo sulla gabbia dell’affezione, immagine evasiva all’auscultazione. Esaminata ossia non rincuorata la figurazione di un passato non irragionevole ne deriva che gli affetti dimenticano le espressioni sofferte di una relazione accorata.

L’uomo di cuore è convocato in sede, è ben lieto di rispondere con immediatezza, giammai si sottrae ad una manifestazione sempre memorabile. L’uomo affettivo, indubbiamente immemore, è all’oscuro circa l’alea sfacciata della sede per cui non è raro che in itinere vi capiti. Una volta sul posto dimentica la fuoriuscita. Egli è condotto dai subalterni che prendono a cuore chiunque sovvenga nei limiti dell’incontro. Ivi, l’uomo di cuore tosto senza ragioni di circostanza, dona la circolarità del passo all’uomo affettivo, la circolare del ricordo. In divenire, l’ulteriore uomo affettivo indescrivibilmente smembrato, che non si ritaglia un pezzo di distensione, sempre ricondotto dai subalterni che prendono a cuore chiunque sovvenga, scorge in un ambito protetto un uomo che circola ininterrottamente alla frequenza liminare, un uomo che ripercorre ritmicamente i limiti, l’impressione che quest’uomo sia un uomo ridotto è intensiva in lui tanto quanto l’espressione di una rimembranza. L’ulteriore uomo affettivo sebbene immemore non può sottrarsi alla stretta.