La periferia è negata per il ballo. Contratta in un rimembrare compassato non diverge dallo spasso. La periferia rimembra la corea e la disillusione che l’accompagnò. Accolto l’invito al disincanto collettivo essa si mimetizzò di tutto punto, una solennità: l’ennesima imitazione e la totalità dell’emulazione. Senz’altro la cosmesi periferica fu impalpabile, di un’avvenenza intangibile. I balli si successero in un disordine del senso, nel trasporto periferico gli abbinamenti riverirono i convenevoli e le combinazioni adattarono il portamento. Il culmine del disincanto collettivo riandò al presente della pantomima, la rinomanza declinante nel collettivo preferisce la periferia come ridondanza, questa si defila dalla farandola e in una circonferenza di inseguire, pedinare e agguantare si accentra. La pantomima dell’accentramento in periferia non riporta il coro della provocazione.

Smembrato dal richiamo collettivo il decentrato desidera assimilare l’onore di un ballo eppure la periferia rifiuta la replica dell’accentramento. Tutt’altro che sfigurato il decentrato prolunga la delineazione tangente, la ridda è un ballo che non cadenza il centro. La periferia si delinea quale decentrata.

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4 pensieri su “Una ridda

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