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Posts Tagged ‘Vuoto’

Il contenuto

Imperiose, le prode dell’apparato urinario ostentano le grinze della disgregazione. Il periglio di un deflusso modificante le abitudini tanto intime quanto tradizionali spregia la funzione del ritardo. L’emblema della modifica contrae l’emarginazione il cui avvenire è determinato. Punto compassato e a testa alta il vacanziere non distingue l’odore del simulacro eppure il miasma è incondizionato. Distante dal sollievo riduce le dimensioni della superficie mediante dozzinali risalti, sciaguratamente vani. Ipotizza l’ebbrezza, è inasprito dal non incanalare l’effluvio del simulacro. In qualità di diversivo corre con gli incentivi delle connessioni all’opuscolo del luogo che circoscrive il soggiorno come un salto nel vuoto. Inconfutabilmente, in primo luogo non c’è traccia del simulacro di vespasiano, in secondo luogo il vuoto è inorganico. Con un deflusso instradato il vacanziere non fa il vuoto intorno al sé, si sente al pari di un senza fissa dimora quale uno specchio dell’affluenza.

I disertori

Gli epigoni della scolastica non hanno voglia di riprendere la disputa degli universali, ragione in più se non si esclude l’interrogazione nominale. Reduci da una discontinuità del vuoto che a dispetto delle intese non si è dimostrata fatua essi si accordano, realmente in prelazione, per seguitare se non posporre la forma del risaputo. Giunti in porto, gli epigoni non oltrepassano ma si defilano lateralmente, uno ad uno, dai varchi dell’edificio riformato. Radunati in uno spiano, in uno slargo cui fa da sfondo la prospettiva della riforma, ricambiano i convenevoli senza vuotare la forma. Raccontare l’esperienza del vuoto è tutt’altro che impossibile eppure gli epigoni non sono sfiorati dalla continuità pensierosa del mettersi a parte. Mettere a parte l’epigono sulla ricorrenza del vuoto può dar adito a conformità che nello slargo, nello spiano non è il caso di cimentare, il fuori luogo è dietro l’angolo. L’immagine del tedio non abbaglia gli epigoni, edotti sull’insostituibilità disputabile non mettono in discussione il surrogato della singolarità, essi sono decisi nel fare deserto. Alla domanda cosa fare in assenza della scolastica la risposta univoca è fare deserto, un fare a cui non si annoda la forma del vuoto, un fare da cui si districa senza intralci l’informe definito quale lo snodabile.

La madrelingua

Dal giorno dell’epifania smetterò di parlare la lingua di mia madre. Dipano l’analogia  in apparizione o in contrarietà alla sparizione della generazione cognita, sebbene possegga i requisiti dell’attrazione empatica nel mio caso non dissimula un nodo artefatto. La madrelingua è una dedica alla ciclicità delle vacanze o in traduzione alle ricorrenze. Senza giustapporre il piano del contenuto e il piano dell’espressione la madre ne appiana le controversie, ella prende in parola l’etimologia delle circostanze e l’affetta con il vezzo affine del parà. I dialoghi e le conversazioni con la madre fuorviano la consonanza e l’assonanza in una sorpresa ad ogni modo inequivocabile. Gestire il rapporto è una funzione che non fa appello alla tradizione, colma di sensualità non obietta alle esplicazioni dei degenerati. In parole tutt’altro che addomesticate la madrelingua dilunga, differisce i termini della vacanza, è a proprio agio persino con la comodità di linguaggio, a un di presso dal vuoto predilige l’appetizione.

Alessio Sarnataro

I Dozzinale

Entro gli argini del sapere si raccontano le innumerevoli bizzarrie della famiglia Dozzinale. Ad essere obiettivi, l’accostamento non osa il soccorso dell’oggetto alla deriva nel vortice dell’essere, più che una famiglia i Dozzinale sono una categoria. La bizzarria che assolve da spauracchio alla curiosità dei saputelli consiste in una notizia. I Dozzinale sono una pluralità distinta.

La quintessenza, traslocata in ultimo entro gli argini del sapere, stremata dall’ordine del gioco, il gioco dello strapazzo con i saputelli, svuotata dall’essere oggetto dei rimproveri irrequieti dei sapienti, abbandona i margini della riserva di divertimento, senza licenziarsi. Nel defluire della dimora dei Dozzinale, la quintessenza riposa, si distende nel varco. Avverte gli elementi della categoria, si succedono, si avvicendano, si alternano, transitano, sfuggono, si snodano, trapassano, eppure, con sorpresa, la quintessenza è incapace di numerarli, non è in grado di asserire la distinta dell’ultimo numero.

La quintessenza confuta il numero dei Dozzinale.

Egida

Con il cielo terso l’uomo dell’ovvio cadenza, la pausa è un’attività del giorno. L’ufficio è un’incombenza e il servizio all’aperto, il fuori servizio, diviene una prerogativa del vuoto. Il primato dell’ovvio, l’uomo egioco svuotato dai cumuli-nembi e dai nembostrati, tiene con la mano sinistra il recipiente da riconsegnare al dettaglio, il dare e l’avere sono salvaguardati, il dono è guadato, la credibilità è arginata. Una giornata di sole deterge il vuoto dell’uomo. Il diurno va incontro, ovvia il primato, l’alba n’è l’autentica. Il rogatario è ad occidente del rogante. L’uomo all’aperto è egioco, osserva il vuoto e non è scosso.