Il personale

La circolare diffusa dalla direzione intima al personale l’applicazione all’uniforme del nome proprio. Quel che ad una scorsa, condizionato dal discernimento del contrassegno, potrebbe sembrare un accoglimento delle esigenze appropriate, un certame che il personale con la delega dell’autonomia espande nell’interminato, per converso è una tutela che le alte sfere, distanti anni luce dalla mobilità dei cieli aristotelici, riconoscono contro gli esposti per i difetti relativi. In effetti e con il toccasana della precisazione, la circolare notifica come il personale abbinato sia tenuto con il suscetto dell’esonero in caso di contrarietà, ad applicare l’uniformità del nome proprio nell’apposito tropo; il personale congiunto è costretto ad uniformarsi in una diatesi del pronome, assoggettabile alla redarguizione grammaticale in caso di disgiunzione; al personale accoppiato è ingiunto il combaciare del limite privato indistinguibile, in caso di designazioni intime espropriate si assegnerà l’omonimia. Al personale singolare è vietata categoricamente l’applicazione del nome proprio, ineluttabilmente.

La gratifica della circolare prossima esporrà i nomi del personale accomunato.

L’ironia avvince la circolare laddove la singolarità è anonima, ad ogni modo il personale è meno di uno.

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La città analfabeta

L’immagine indistinta di città, menzionata per toponimia, è scritturata nell’omonimia delle insegne, dalla sinonimia delle frasi murate, la meronimia dei manifesti pubblicitari, delle targhe automobilistiche. Il residenziale decentrato conosce un suvvia della città, non il suburbio, in cui la scrittura non sorprende il piede: l’ovvia combinazione di lettere sui muri non sussiste, è fuori via, il manifesto è velato dalla consunzione, l’automobile è sotto sequestro, la denuncia riscontra l’ignoto. Il contrariato avanza un posto, nel suvvia della città; la città analfabeta non torna subito, fa posto al contrariato.