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Il nume

Assiso su un costrutto suscitato dal piano dilatato, incurvato e applicato sulla pagina esclusiva di un sistema operativo, il non scritto catalizza l’indugio dell’ignoto che, in un ambito nonché raggiro dell’andatura, ne osserva l’albedo. Nell’acme dell’originalità l’ignoto sospende il riserbo, estrae l’estremità della lingua, il termine in parola e blandisce il non scritto con l’ampolla del candore. Per giunta con un registro confidenziale, afferma che l’albedo è tutt’altra che un’apprensione, è sufficiente che il non scritto dica, digiti una parola ed esso rimetterà più di una referenza, niente di paragonabile alla bontà, al suo propizio ospite, il mecenate. L’ignoto è edotto dell’anonimato non scritto, descrive per stringhe il mecenate come un facoltoso che nella dovizia dei nomi è lieto di dispensarne una pluralità non ancora scritta, l’espressione colorita, l’espressione rabbuiata compongono il suo diletto. Grazie all’immobilità dell’osservazione il non scritto fa un cenno.