Posdomani

Oggi non è giornata. La proposizione attesa dai multipli, che segna la deposizione degli arrotondamenti non è ancora stata scritta. I lettori esfoliano il quotidiano in un’approssimazione del leggo e non leggo tuttavia la divulgazione mondata in luogo del mondo non ne reca denunce. Nell’avamposto si arguisce come i lettori ne abbiano abbastanza dell’arrotondamento segnico, dell’approssimazione segnata. I multipli del lettore ricorrono al thesaurus e alla descrizione della proposizione in un successo del giorno; in armonia e poiché un giorno vale l’altro riferiscono di un oggidì quale esordio e attendono le duplici conseguenze del successo proposizionale. Terminata l’attesa ovvero concluse le conseguenze duplicate, la proposizione è parzialmente un fallimento. I multipli del lettore s’interrogano sulla prossimità del domani l’altro con il giorno riferibile alla corrispondenza in altro, si rassegnano all’arrotondamento.

Oggi non è giornata. Se ne riparlerà domani. Le solenni consultazioni all’indomani dell’odierno non si sottraggono dal sancire l’aggiornamento della proposizione per enne e non peraltro.

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L’alterco

L’altero, vale a dire l’alterazione dell’altro, in distinte parole che non è altro da sé, è sensibile all’ascolto della traduzione rimbaudeana, io è un altro; se poi la traduzione non è altro che la citazione se non l’imprecazione in madrelingua, “Je est un autre”, la sensibilità muta in ostilità. L’altero si sente vivamente oltraggiato da un’intonazione che fa il verso all’enunciato, per cui non può esimere la replica. Il paradigma che rabbonisce il diverbio si scompone nell’elementare e liminare risonanza della concitazione, l’uno della controparte, il verboso convalescente stabilente la terapia delle parole sminuite non rinuncia, appunto, alla citazione. Prima della replica che come si evince dal suddetto è ineludibile, è opportuno non preterire come la controparte non si rivolga direttamente all’altero, d’altronde una citazione contesta in massima parte il riferimento ad una nozione d’identità. L’assecondato dal diverbio, l’altero replica all’oltraggio con una copiosità di parole – per un garbo imperturbabile ne è interdetta la citazione –  riassumibile in un aggettivo animato.

Gli Esposito

Le assistenti sistematiche spuntano sul modulo spiegato la voce del fallimento, tanto il soggetto con i predicati pedagogici quanto la totalità in ogni luogo sono impossibilitate a dilatare l’accettazione. L’uno occupato con le contezze rinnegate, il tutto occupato con le incognite non sono in grado, peraltro, di acconsentire all’altro.  A capo chino, le assistenti sistematiche riconoscono come l’inclinazione del principio possa strutturare il precedente a cui corrisponderà, indubbiamente, una trasgressione, un rombo della legge. Per cui devono deformare un espediente e in effetti, ad un’identità dell’assistenza sistematica sovviene il rischio dell’affermazione, essa suscita la relazione nelle assimilate, la cauzione dell’anaptissi. Dapprima le assimilate sistematiche scuotono il capo reclino, non possono ascoltare l’inaudito, il proferimento dell’inserzione, eppure in quanto i rischi di una trasgressione, di un rombo della legge sono maggiori dell’allusione all’anaptissi convengono con l’identità. Consegnare l’altro alla ruota degli esposti, ove tanto l’inizio quanto la fine s’immedesimano nel puntiglio sembra la soluzione adatta alle circostanze, appunto. Talaltro nell’assegnamento che gli Esposito non siano sciolti da un inserto.

Eccitazione

Nella citazione chiamo a me il sé del qualcuno, l’indefinita aggettivazione dell’uno. Il sé nel me mi richiama nel pronome indefinito. Nella citazione chiama a sé il me del qualcun altro, l’indefinita aggettivazione dell’altro. Il me nel sé si richiama nell’indeterminazione dell’un l’altro.

Nell’eccitazione sono fuori di me, fuori dal sé del qualcuno; è fuori di sé, fuori dal me del qualcun altro.