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Archive for the ‘Articolo transitivo’ Category

Lo zio

Il bambinone scapigliato è fermo all’ingresso dell’esercizio. Alcuna condizione gli vieta di oltrepassare la soglia sennonché il barbiere è identico al ciarlatano che in un esiguo passato tra un pettegolezzo e un vaniloquio, ha leso il suo equilibrio, nello specifico ha punzecchiato con le avvicendate estremità delle lame la superficie del padiglione auricolare sinistro. La guarigione della lesione è stata caratterizzata da un ordinario prurito e da una fastidiosa manipolazione dell’udito che tuttora cruccia il bambinone scapigliato, sente fischiare gli orecchi. Assorbito il contegno ammodo non richiama l’attenzione dello zio, questi, però, ravvede nello scapigliato l’ipotesi di un oltraggio, l’interruzione delle ciarle forzate a cui è stata detta l’impossibilità dell’evasione. Allineati in una passeggiata senza meta, oltre il circondario, sicuro che lo zio non si separi mai dalla banale genealogia, il bambinone scapigliato lo esorta a raccontare una buona volta gli aneddoti del segno, un concepito non troppo lontano, che non ancora terminata la maggiore figura lasciò l’icona, per motivi che lo zio riterrà segreti, sfibrato dal dover incidere sul fatto.

Ante litteram

L’ossidata catena circonda il prisma di basalto, la libreria è aperta al pubblico. Al postutto gli esasperati lettori da salotto, bivaccanti da un paio di minuti, possono dare adito alla limitazione dei volumi. In una scena che è in possesso del titolo – l’impaginazione dello spazio – il lettore da salotto assimila il portamento del tomo. La peculiarità del tomo inerisce la primazia, il tomo non può tollerare di secondare i capricci del lettore da salotto, soprattutto il dileggio dei suoi simili nel caso in cui sia delimitato dal volume, pertanto a perdifiato conviene con l’immagine dei limiti minimizzati. Nel giro di dieci minuti la limitazione dei volumi trasla nella raffigurazione sfilante alla cassa. Nei pressi del prisma di basalto, impudenti giacché non ficcano il naso tra le olenti pagine, i tomi osservano gli esercizi di stampa, un’interminata ripetizione della preposizione ab.

Apologia

Catalizzato dal riparo lo stridio intermittente si defila dimodoché l’udibile continuità accampi la comunicazione a senso unico. L’auricolare ripete l’immutabile messaggio, l’incremento degli enunciati, con difficoltà il supplente salva l’ordine tra le proposizioni né vere né false eppure riversate le une sulle altre non tanto per una transigente precedenza postulante il miglioramento dei principi quanto per una dispersione incidentale. Oltremodo ligio alla funzione il supplente evita lo spargimento dei segni, il messaggio immutabile che agli inizi non lo preoccupava è al momento incalzante, le difficoltà in subordine si fanno irresolubili, con l’incremento degli enunciati la pressione sulle proposizioni diverrà irrefrenabile con la deduzione che l’assoluzione del discorso rovinerà sotto le proposizioni e gli enunciati senza freno. Per quanto funzionale al supplente non resta che allontanarsi silenziosamente dal discorso.

Pseudomenos

Franco, anzidetto il singolare, non omette mai la premessa. Egli piega alla futura dispensa l’attualità del mentire e riduce al silenzio il soggetto. Alla premessa segue una serie di enunciati o un radicale passaparola. Gli interlocutori annoiati dalla premessa ascoltano senza distrazione il radicale passaparola o origliano in tacita confidenza la serie di enunciati. Essi condividono la copiosità delle parole e sollecitano il singolare o a espandere la serie o a determinare l’irripetibile spasso. Essi interrompono chi l’ascolto, chi l’orecchiabile cimelio per discorrere francamente in ordine all’avvicendamento degli enunciati o al dire la propria. Il più delle volte Franco è obbligato a ripiegare sulla futura dispensa e a licenziare gli interlocutori, considerato l’approssimarsi della noia tutt’altro che risentiti.

Parestesia

L’esposizione non ha riscontrato i favori dei concetti, l’esposizione è stata un insuccesso. Sfiduciato dal miraggio, il percetto non snida la risposta alla domanda di successo. In previsione, la cosa del succedere pluralizza il rebus. Adombrato in un interstizio il percetto è approssimato da un sensitivo che non si presenta come tale. Astenendosi dalla declinazione dei concetti e dall’alibi dei pensieri che oberano come formiche gli avanzi dello stigma, il sensitivo muove un’osservazione oltre i bordi della percezione. Irritato dall’assenza di tatto, dall’insufficienza di sensibilità che non si presenta come tale, il percetto è stranito dal debordare, succede che l’eccentrica sensazione di muovere un’osservazione ai bordi della percezione divenga una risposta non replicabile. Il sensitivo percepisce in una tangibile dipendenza dei sensi, sotto il fragrante effetto dei sensi, nel delizioso culmine dei sensi, l’aura dell’esposto. Il sensitivo non occulta la percezione e il percetto non immagina l’impostura, non crede alla giunteria.

Usurpare

Credo che nessuno più ricordi il rapimento che all’epoca fece scalpore per l’omaggio del riscatto, i portavoce del caso sono tutti sprovvisti di corpi, ad essere pignoli decomposti, un lete è esondato a menadito sul piano della fattualità. Nel lascito dell’immaginazione che ha collezionato le mirabilia disparate, si confida su una versione non rivendicata della fiumana, dettata da un manutengolo del rapimento, esonerato dalla millanteria. Indipendente, miscredente e in forma questi sottoscrisse di propria mano le mende, contrariamente a ciò che fluì nell’epoca i rapitori non indossarono costumi, nel frattempo donato alla progettazione del caso e per un obnubilamento delle idee i chiamati in causa conciliarono la revoca dei costumi in quanto aderenti ad uno spreco, nel contempo disposto alla sfinita presentazione sempre del caso i coinvolti si avvidero della selezione efficace, i costumi sarebbero stati una complicazione, un contrattempo, senza tema di smentita avrebbero fatto proprio l’affetto verso l’oggetto del caso, l’uso.

Alessio Sarnataro

Il barbaro

Per una subordinazione degli accessori alla legge, nottetempo la prosodia stipa una determinata quantità in un bagaglio fonico in modo che nell’impiccolimento del tempo possa lasciare senza l’isolamento acustico il topos da cui si sente estranea. Il provvedimento con cui la si esorta ad alzare il tono della voce non le si confà per ragioni che saltabeccano la muta anfibolia e la sorda sciarada. La meta della topica evasione non è coordinabile in un appunto, ciò che è possibile scrivere afferisce ad un territorio non ancora topico. Attraversata la delineazione del confine, senza il tremito del suono la prosodia ottiene ricovero presso uno xenodochio, in attesa di un’analisi linguistica da cui risulti l’impossibilità di un contagio recepisce l’aspirazione di un’articolazione appena dimessa dalla quarantena e nuova al trasferimento. Quantunque l’articolazione sia inaudita la prosodia sente che nel territorio non ancora topico è proibito discernere il suono in più di quaranta eccitazioni, nel caso di una propagazione oltraggiosa la sorgente è trasferita nel brusio topico, non è accessorio leggere come questo sia sgradevole. Nel territorio non ancora topico tanto la prosodia quanto l’articolazione sono forestiere, la prosodia disfa il bagaglio fonico e dal silenzio dell’analisi linguistica, dalla ritrosia in ordine di trasferimento è congetturabile che la determinata quantità non condizioni le quaranta eccitazioni.