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Archive for the ‘Articolo festivo’ Category

Lo specchietto di cortesia

A ogni cambio di marcia il guidatore accoppia la prossimità della meta. La riduzione della distanza assume così il carattere di un giro di parole che i passeggeri posteriori si sforzano inutilmente di compitare. Dalla loro comoda posizione il discernimento del tachimetro subisce la migliore delle forme possibili a meno che non facciano capolino nel vano deforme, con la conseguenza di una deviazione imperscrutabile. I passeggeri posteriori propendono per il conforto di un contagiri. Chi è seduto di fianco al guidatore è grato al garbo del parasole in quanto per osservare lo specchietto a lui ignoto, non accoppia al concomitante cambio di marcia la meta inavvicinabile.

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Contrappunto

L’esecuzione degli strumenti del sottosuolo ha riscontrato un’esauriente partecipazione, per di più le ristrettezze della situazione ne hanno intensificato la ricettività.  Reduce dal seguito la nota è insordita. Risentita con lo stato enigmatico che non le accorda le consuete melodie, l’allineamento della nota e del segno, il ritiro del nobile contrassegno, la persistenza di un marchio ispirato dalla risonanza del triangolo, la danza di una tetragona gnosi, decide di accantonare le remore e rivolgersi all’esponente dell’appartamento contiguo. Pur essendo sicura di aver battuto più colpi all’uscio, la nota non distingue le sensazioni auditive. Invitata all’introduzione, prolunga la durata del disincanto. La nota imita punto.

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Augusto

10 settembre 2017 5 commenti

Raccolte le proprie cose in una scatola un tempo destinata ad attutire i contraccolpi della fragile e trasferita realtà, il liberto letargico si congeda dalla padronanza della vigilia. Non gli resta che un’ultima faccenda per troncare la definizione dell’incarico. Scattante divora il battistrada. Una calca di liberti distanzia con una serie involontaria di calci l’ambìto affidamento delle proprie cose. È in oggetto l’assimilazione della cosa sennonché la laboriosità in cattività propende per un condizionamento dei liberti allo sfaccendare. Condizione inaccettabile favorente gli artifici. Fattosi strada nella calca un augusto sottrae senza alcuna destrezza le cose ai liberti per riporle all’interno di una giacca smisuratamente lunga. È singolare che l’augusto non deformi le cose e niente affatto che non sia deformato in oggetto.

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Singolar tenzone

Appiccicato alla pelle sintetica l’epitelio palpa la giostra inopinabile, tra gli alterchi stratificati più che il vellicamento increspa gli attributi asfissianti della rivalità insoffribile. In particolare palpa senza l’attrazione minimizzata, peculiarità del sudore, la pervicacia della soluzione definita nella moderazione, per quanto possibile, delle goffaggini. Gli elementi liquefatti non abbisognano di una scelta argomentativa, sanno che il condizionamento del principio aeriforme è il solo che avvinca il converso ambiente condensato. Muniti di acuminate offese acclimatate gli emuli cadono sotto l’unico colpo dell’efficacia portatile. Non c’è soluzione, le pluralità condizionate a schiera con deferenza per le intimazioni devono combinarsi con la molteplice condensa ambientale, pur stuzzicando la singolarità appartata non si scampa al campo ingombro di gocce assorbite al tornasole e di rivoli inariditi dallo sbandato stillicidio.

Polverino

L’adesione della carta da parati agli intralci della biblioteca colora i segni con il contrasto delle macchie, il sollevamento non è rimandabile dal momento in cui il rampollo degli autorevoli domestici ne rappresenta l’interferenza. L’attività è interrotta al secondo foglio, i brani della carta renitenti alla rimozione ripristinano la formula dell’inchiostro, con l’ausilio di una spatola il rampollo li integra e prima di correre chissà dove raccoglie in un sacchetto le minuzie della materia. L’entusiasmo dell’auspicio diverge dallo stormire dei pennuti, con il capo orientato al cielo terso il rampollo non può sorvolare, il disappunto sarebbe scottante. Nel frangente in cui scombussola il capo per manipolare e accomodare il collo percepisce una pluralità di penne galleggiante sulla superficie marina. D’un fiato rigoroso ad inseguire l’affanno giustappone su uno scoglio la penna gocciolante ai brani della formula e al sacchetto. Finalmente l’entusiasmo può vuotare il sacchetto e inchiostrare i brani.

Il seduttore

Gli uomini non comprendono. Ritengono che possa imbambolare tutte le donne a cui ambiscono non unicamente per la ridda di verbi, la rapida faconda disponente in un citeriore piano la regolarità del cuore, perfino l’aspetto piacevole riformante il corpo con la delineazione della finezza non gli fa difetto. Nondimeno egli lascia incompiuta la relazione, la totale immagine delle donne non è un termine, con una rivalità mediata dal conforto gli uomini verificano l’adagio dell’attitudine smembrata, la vanità dell’atto pervertito dalla penuria del vantaggio. In una conversazione intima gli uomini esercitano l’emulazione della rapida faconda, annegando di continuo nella trascinata approvazione; esagerano la riforma del corpo a cui si relaziona esclusivamente la smorfia. Gli uomini non comprendono, obbligano la seduzione a una trama paradigmatica, così il rapporto riproduce senza esitazione il nodo.

Giubilo

Per far sentire a proprio agio il soggetto, reduce a suo dire da una vicissitudine in cui l’alternativa ha interrotto la correlazione senza un motivo apparente se non uno scimmiottamento soggettivo, un’ulteriore ragione è impensabile, le onomatopee, vale a dire le locatarie dell’ultimo piano sprovvisto di un abbaino e infestato nel fine settimana da una babele sconosciuta ai più, immaginano dapprima di  denotare la parzialità musicale, nondimeno nell’immanenza sfigurano l’immagine in quanto è da un bel pezzo che la musica si espone alla malinconia, indipendentemente dall’esito etico del gusto la contingenza di un soggetto in cui prevale un determinato umore è da evitare, secondo gli estremi dell’ospitalità. Non ancora esperte delle concitazioni linguistiche –  d’altronde come esserlo se l’esperienza è refrattaria al vitto integrale – cavandosi i suoni di bocca in un’oralità vessante la voce eppure udibile, per un inarticolato eccesso è esclusivamente discernibile il replicato dittongo in io.