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Archive for the ‘Articolo festivo’ Category

Singolar tenzone

Appiccicato alla pelle sintetica l’epitelio palpa la giostra inopinabile, tra gli alterchi stratificati più che il vellicamento increspa gli attributi asfissianti della rivalità insoffribile. In particolare palpa senza l’attrazione minimizzata, peculiarità del sudore, la pervicacia della soluzione definita nella moderazione, per quanto possibile, delle goffaggini. Gli elementi liquefatti non abbisognano di una scelta argomentativa, sanno che il condizionamento del principio aeriforme è il solo che avvinca il converso ambiente condensato. Muniti di acuminate offese acclimatate gli emuli cadono sotto l’unico colpo dell’efficacia portatile. Non c’è soluzione, le pluralità condizionate a schiera con deferenza per le intimazioni devono combinarsi con la molteplice condensa ambientale, pur stuzzicando la singolarità appartata non si scampa al campo ingombro di gocce assorbite al tornasole e di rivoli inariditi dallo sbandato stillicidio.

Polverino

L’adesione della carta da parati agli intralci della biblioteca colora i segni con il contrasto delle macchie, il sollevamento non è rimandabile dal momento in cui il rampollo degli autorevoli domestici ne rappresenta l’interferenza. L’attività è interrotta al secondo foglio, i brani della carta renitenti alla rimozione ripristinano la formula dell’inchiostro, con l’ausilio di una spatola il rampollo li integra e prima di correre chissà dove raccoglie in un sacchetto le minuzie della materia. L’entusiasmo dell’auspicio diverge dallo stormire dei pennuti, con il capo orientato al cielo terso il rampollo non può sorvolare, il disappunto sarebbe scottante. Nel frangente in cui scombussola il capo per manipolare e accomodare il collo percepisce una pluralità di penne galleggiante sulla superficie marina. D’un fiato rigoroso ad inseguire l’affanno giustappone su uno scoglio la penna gocciolante ai brani della formula e al sacchetto. Finalmente l’entusiasmo può vuotare il sacchetto e inchiostrare i brani.

Il seduttore

Gli uomini non comprendono. Ritengono che possa imbambolare tutte le donne a cui ambiscono non unicamente per la ridda di verbi, la rapida faconda disponente in un citeriore piano la regolarità del cuore, perfino l’aspetto piacevole riformante il corpo con la delineazione della finezza non gli fa difetto. Nondimeno egli lascia incompiuta la relazione, la totale immagine delle donne non è un termine, con una rivalità mediata dal conforto gli uomini verificano l’adagio dell’attitudine smembrata, la vanità dell’atto pervertito dalla penuria del vantaggio. In una conversazione intima gli uomini esercitano l’emulazione della rapida faconda, annegando di continuo nella trascinata approvazione; esagerano la riforma del corpo a cui si relaziona esclusivamente la smorfia. Gli uomini non comprendono, obbligano la seduzione a una trama paradigmatica, così il rapporto riproduce senza esitazione il nodo.

Giubilo

Per far sentire a proprio agio il soggetto, reduce a suo dire da una vicissitudine in cui l’alternativa ha interrotto la correlazione senza un motivo apparente se non uno scimmiottamento soggettivo, un’ulteriore ragione è impensabile, le onomatopee, vale a dire le locatarie dell’ultimo piano sprovvisto di un abbaino e infestato nel fine settimana da una babele sconosciuta ai più, immaginano dapprima di  denotare la parzialità musicale, nondimeno nell’immanenza sfigurano l’immagine in quanto è da un bel pezzo che la musica si espone alla malinconia, indipendentemente dall’esito etico del gusto la contingenza di un soggetto in cui prevale un determinato umore è da evitare, secondo gli estremi dell’ospitalità. Non ancora esperte delle concitazioni linguistiche –  d’altronde come esserlo se l’esperienza è refrattaria al vitto integrale – cavandosi i suoni di bocca in un’oralità vessante la voce eppure udibile, per un inarticolato eccesso è esclusivamente discernibile il replicato dittongo in io.

Il nume

Assiso su un costrutto suscitato dal piano dilatato, incurvato e applicato sulla pagina esclusiva di un sistema operativo, il non scritto catalizza l’indugio dell’ignoto che, in un ambito nonché raggiro dell’andatura, ne osserva l’albedo. Nell’acme dell’originalità l’ignoto sospende il riserbo, estrae l’estremità della lingua, il termine in parola e blandisce il non scritto con l’ampolla del candore. Per giunta con un registro confidenziale, afferma che l’albedo è tutt’altra che un’apprensione, è sufficiente che il non scritto dica, digiti una parola ed esso rimetterà più di una referenza, niente di paragonabile alla bontà, al suo propizio ospite, il mecenate. L’ignoto è edotto dell’anonimato non scritto, descrive per stringhe il mecenate come un facoltoso che nella dovizia dei nomi è lieto di dispensarne una pluralità non ancora scritta, l’espressione colorita, l’espressione rabbuiata compongono il suo diletto. Grazie all’immobilità dell’osservazione il non scritto fa un cenno.

Il sindacato

L’esecuzione è agli atti. La traduzione della pratica avviene seguendo le proposizioni protocollari, alla confutazione le deviazioni sono inopinabili. Di stanza nel senso comune il sindaco emette l’esclamazione in avanti da cui la rappresentazione sente la semplicità dell’accesso. Congedata la rappresentazione in un’istantanea della sortita che non fuorvia l’ingresso, il sindaco osserva la praticabile sottigliezza, anche se avverso all’espediente infirmato del prendere visione non si esime dalle prerogative interessate, la pratica esclude i paralogismi. Impegnato in un’abbiente raffigurazione del comune non del tutto sensato, il sindaco solca la continuità e non la parzialità del senso, in sfregio dell’escogitata circolarità egli è turbato, vorrebbe richiamare le proposizioni protocollari eppure muta pensiero. Terminata senza forzatura e senza mai uscire dal solco l’armoniosa circospezione, delibera di disfarsi della pratica, l’unica via di fuga quantunque è una norma e non un abuso che l’unità sia impraticabile. La relazione i cui termini né conferiscono né sostituiscono la delega della franca riunione, la giustizia è alterata dalla promiscuità dell’atto e dell’esecuzione, il fatto che la pratica sia tradotta all’attenzione del resoconto comporta che essa è fuori controllo.

Catacresi

Tutto è in ordine. I preparativi acciocché la figura del ricevimento sia conosciuta, non sono modificabili. Da tempo le cagioni comparative esortano la parola alla deriva nel presentare in forma solenne il termine della relazione, esse ne han sentito parlare, ne hanno udito la voce relativa eppure credono che l’occasione della raffigurazione sia del tutto improcrastinabile. D’altronde, la parola alla deriva era insensibile alla solennità, da epigona trasgressiva si differenzia in tutto dalle cagioni comparative, generazione traslata, manifestava il rifiuto all’allusione, a riferire al termine della relazione il potenziale ricevimento in figura, finché in un’accezione del presente ne ha accennato e la risposta relativa del termine è stata determinante. Un suono eccita in modalità centripeta il silenzio della sfera semantica ed echeggia in modalità centrifuga la concezione del ricevimento, la relazione della parola alla deriva con il termine è prossima. La cagione comparata frammenta o meglio confuta un numero imprecisato di punti della superficie cosicché la sfera semantica sia schiusa e la relazione invitata alla sterilità della sortita. La parola alla deriva presenta alle cagioni comparative il termine della relazione, tanto la cagione comparata alla confutazione quanto la cagione comparata al contrappunto non hanno distinto il nome però si peritano di chiedere una ripetizione.