Il cenobio

Alcmena ha le regole. I conoscenti della superstizione, presentati dagli affini in schiatta, ritirano i dissapori dovuti a una disorganizzata antropofagia. Applicano le labbra alle sue guance. Gioviale come una dea li guida alla sala da pranzo. I conoscenti allontanano dal piano le sedie su treppiedi. Prima del pasto non s’industriano per consegnarle un uovo. Alcmena si appoggia alla parete, esausta.

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L’embargo

Prima del termine non è possibile diffondere la notizia. Il concetto ha da ridire. Prima del termine sussiste il termine, non ci piove a meno che le catene dei mercanti spulciati non dimezzino il valore del compressore adatto a gonfiare il particolare salvagente a mollo nell’universale diluvio; offerta contemporanea alla delazione del governo dalle indebite proprietà. Non per giunta è noto che i termini, estratti sulla ruota della deduzione o dell’induzione nonché per tutti gli arrotondamenti siano esposti al pubblico oltraggio. Unicamente il servitore di due padroni crede che la notizia sia un nuovo concetto al dispari di una passeggiata per barattare la filosofia con la politica, atto barato senza ritorno.

Influenza

Gli astenici ingombrano la sala dove sono stipati gli effetti personali. A turno, esaminano il sacchetto interno alla persona. Fuorché i microbi della materia, non riscontrano alcun corpuscolo. Sussistono tutti i sintomi affinché la persona non sia esercitata. La lacuna dell’astro comporta la dimissione per motivi di salute. L’educazione innanzitutto.

Prossemica

Parlare a braccio fa sì che l’ascoltatore non improvvisi il senso della misura. I cenni capitolano sulla verticale che dissente, non sente eppure non dice la negazione. Il braccio non gestisce lo spazio concettuale come non sostiene il vaniloquio. L’apertura sorvola sul positivismo, crede che l’udito espropri la voce, sa di non avere fine. Nel caso che il parlare udisse la voce passerebbe la misura come l’impalpabile rigore della morte.

La frecciata

Esitante nell’andirivieni non rinvia la mobile funzione. Le conduzioni di senso si sprecano. L’unicità è ancestrale e la concezione ha fatto proprio il tempo, in un incerto senso della cooperazione. La doppiezza è subalterna all’umore che non strabilia alla segnaletica. In terz’ordine spiove e la lumaca solletica il tallone di Achille appiedato da un auto non manutenuta. Dove andrà, se non sul bagnasciuga che rifiuta le conchiglie?

Il giorno del sole

I corpi sono disorientati. Convengono sul luogo dell’incontro, nessuno obietta una divergenza. Il navigatore risente i postumi degli algoritmi, non viene incontro alle richieste corporali. Le informazioni rilasciate con lena dalle passeggiate inquadrano il tiro mancino. Seguire la strada, immettersi nella rotatoria, prima o seconda uscita, incrocio con svolta direzione a sinistra, inversione a u non sorprendente, abbaglio della segnaletica, sapienza in breve del percorso, diatribe sul senso che non marcia con l’ipocrisia, varchi che trafficano con l’illimitato, discorsi elaborati e precettati dallo sciopero. Le passeggiate in forma di respiro scoordinano la destrezza, interdetta per la manifestazione dello spirito agonistico.

Formicolio

La sensibilità fa sensazione. L’effetto è incredibile, non appena esposti i dogmi manifestano l’apostasia. Sebbene inintelligibile l’impressione non mette né un po’ né tanto di ordine. Pur ricevendo stimoli per lo più sgraziati il fatto resta intatto. L’aisthesis dà sui nervi. Un punzecchiamento è sufficiente affinché il circolo si dimeni e si appiattisca lungo le estremità. La sensazione non estremizza il torpore. La sensibilità non è pronta per l’esperienza.

Lo specchietto di cortesia

A ogni cambio di marcia il guidatore accoppia la prossimità della meta. La riduzione della distanza assume così il carattere di un giro di parole che i passeggeri posteriori si sforzano inutilmente di compitare. Dalla loro comoda posizione il discernimento del tachimetro subisce la migliore delle forme possibili a meno che non facciano capolino nel vano deforme, con la conseguenza di una deviazione imperscrutabile. I passeggeri posteriori propendono per il conforto di un contagiri. Chi è seduto di fianco al guidatore è grato al garbo del parasole in quanto per osservare lo specchietto a lui ignoto, non accoppia al concomitante cambio di marcia la meta inavvicinabile.