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Archive for the ‘Articolo festivo’ Category

Il nume

Assiso su un costrutto suscitato dal piano dilatato, incurvato e applicato sulla pagina esclusiva di un sistema operativo, il non scritto catalizza l’indugio dell’ignoto che, in un ambito nonché raggiro dell’andatura, ne osserva l’albedo. Nell’acme dell’originalità l’ignoto sospende il riserbo, estrae l’estremità della lingua, il termine in parola e blandisce il non scritto con l’ampolla del candore. Per giunta con un registro confidenziale, afferma che l’albedo è tutt’altra che un’apprensione, è sufficiente che il non scritto dica, digiti una parola ed esso rimetterà più di una referenza, niente di paragonabile alla bontà, al suo propizio ospite, il mecenate. L’ignoto è edotto dell’anonimato non scritto, descrive per stringhe il mecenate come un facoltoso che nella dovizia dei nomi è lieto di dispensarne una pluralità non ancora scritta, l’espressione colorita, l’espressione rabbuiata compongono il suo diletto. Grazie all’immobilità dell’osservazione il non scritto fa un cenno.

Il sindacato

L’esecuzione è agli atti. La traduzione della pratica avviene seguendo le proposizioni protocollari, alla confutazione le deviazioni sono inopinabili. Di stanza nel senso comune il sindaco emette l’esclamazione in avanti da cui la rappresentazione sente la semplicità dell’accesso. Congedata la rappresentazione in un’istantanea della sortita che non fuorvia l’ingresso, il sindaco osserva la praticabile sottigliezza, anche se avverso all’espediente infirmato del prendere visione non si esime dalle prerogative interessate, la pratica esclude i paralogismi. Impegnato in un’abbiente raffigurazione del comune non del tutto sensato, il sindaco solca la continuità e non la parzialità del senso, in sfregio dell’escogitata circolarità egli è turbato, vorrebbe richiamare le proposizioni protocollari eppure muta pensiero. Terminata senza forzatura e senza mai uscire dal solco l’armoniosa circospezione, delibera di disfarsi della pratica, l’unica via di fuga quantunque è una norma e non un abuso che l’unità sia impraticabile. La relazione i cui termini né conferiscono né sostituiscono la delega della franca riunione, la giustizia è alterata dalla promiscuità dell’atto e dell’esecuzione, il fatto che la pratica sia tradotta all’attenzione del resoconto comporta che essa è fuori controllo.

Catacresi

Tutto è in ordine. I preparativi acciocché la figura del ricevimento sia conosciuta, non sono modificabili. Da tempo le cagioni comparative esortano la parola alla deriva nel presentare in forma solenne il termine della relazione, esse ne han sentito parlare, ne hanno udito la voce relativa eppure credono che l’occasione della raffigurazione sia del tutto improcrastinabile. D’altronde, la parola alla deriva era insensibile alla solennità, da epigona trasgressiva si differenzia in tutto dalle cagioni comparative, generazione traslata, manifestava il rifiuto all’allusione, a riferire al termine della relazione il potenziale ricevimento in figura, finché in un’accezione del presente ne ha accennato e la risposta relativa del termine è stata determinante. Un suono eccita in modalità centripeta il silenzio della sfera semantica ed echeggia in modalità centrifuga la concezione del ricevimento, la relazione della parola alla deriva con il termine è prossima. La cagione comparata frammenta o meglio confuta un numero imprecisato di punti della superficie cosicché la sfera semantica sia schiusa e la relazione invitata alla sterilità della sortita. La parola alla deriva presenta alle cagioni comparative il termine della relazione, tanto la cagione comparata alla confutazione quanto la cagione comparata al contrappunto non hanno distinto il nome però si peritano di chiedere una ripetizione.

Il ricettatore

In applicazione della disciplina in codice non è possibile identificare il soggetto del titolo giacché è diverso dall’autore dell’articolo. Ai fini della legge, locuzione condivisibile il campo semantico del vale a dire, l’articolo è un misfatto, strutturalmente non ha occultato la lettera, ne ha trafugata la proprietà. Il ricettatore approfitta dell’esproprio senza aver commissionato il misfatto, non sussistono prove a supporto dell’ipotesi – pleonasmo del giudizio tetico – usa l’ospitalità affinché la lettera trafugata sia portata alla sua attenzione. E ciò avviene in men che non si dica. Qui e ora è opportuno assicurarsi che il soggetto del titolo non mediti la transazione all’incanto della lettera ma la detenga per il suo diletto, una consolazione. Dopo aver definito con l’autore dell’articolo l’estinzione del possesso, la fruizione del misfatto, il ricettatore esamina la stesura della lettera trafugata, con diletto e raccoglimento osserva nonché ascolta la tangibilità della lettera illegittima. La liceità della benedizione non identifica la lettura, l’illegittimità posiziona, piazza il trafugamento della lettera che non può essere letta, non può essere detta.

Eptacaidecafobia

Ho paura che oggi non posso riprodurre né la cifra naturalmente mensile né spolverare il cassetto del settimanile ove è dispiegata l’intimità di Venere, più di tutto ho paura che oggidì il soggetto dell’azione sia dispensato dall’esito. Di prassi ricorrente la sola responsabile dell’azione è la sfortuna, alla questione che ritorna nell’agire è abilitata a rispondere la sola sfortuna, ora l’interrogativo dell’esito ovverosia l’abuso del soggetto dispensato dalle conseguenze, quel che in formule penali – la forma in pena per l’èidos – si ripropone nell’amnistia del soggetto, non è altro che un dilemma dissennato giacché il soggetto dell’azione non dimentica la supposizione adombrando la sfortuna, rigetta la risposta avocando la sfortuna.

Un’illustrazione: una pluralità di soggetti è parcellizzata in diverse sale adattate al questionario, colta in flagranza di riduzione di proprietà e pungolata nello spuntare una delle multiple risposte si risolve per la possibilità altro. La pluralità dei soggetti allontana il questionario e propone senza perifrasi di non dare né offrire lo spunto ad alcunché se non in presenza della sfortuna, richiamata in fretta e in furia da un altro ufficio.

Alessio Sarnataro 

L’amica dell’immagine

19 febbraio 2017 2 commenti

L’immaginario distingue e legittima senza superficialità e inesattezza l’immagine. Nel riferimento dell’icona, sotto la cui insegna che non adombra, l’immagine non si figura il lustro, essa è impegnata, per lo più alla differenza immaginaria, in un’esposizione emblematica. L’immaginario si affretta verso la raffigurazione, determina l’illustrazione e in una distrazione assimilata riproduce il simulacro della rappresentazione. Con una sensibilità non affettata l’immagine e l’immaginario combaciano, verbo insignificante il cui significato è un bacio che non riflette la lingua. Dopo le formalità inerenti la dilacerazione delle circostanze, gli aspetti mai speculari e la latenza dell’esteriorità l’immagine presenta nonostante il dativo immaginario, l’amica con la quale è esposta in emblema; dappoiché per impegni mai sopraggiunti deve congedarsi dall’insegna che non adombra. Da solo a sola, l’immaginario non sfigura, anzi senza il ciondolare divagante e confuso di un fuoco fatuo, si relaziona in infatuazione per e dell’amica, non nuova.

Un fatto sensazionale

Il riconoscente che dissente, che non dice l’ente, ha evaso la pratica seguente il risveglio: l’aroma di un’infondata eccitazione strabocca il gusto sonnolento, una pioggia annacqua la schiuma nutriente e la datazione con il fluoro anestetizza l’oralità. Non dismessa la spoglia notturna, il riconoscente infila l’aspetto diurno, è pronto per deambulare lungo la toponomastica. In errore sul conteggio degli scalini da mettersi alle spalle per raggiungere il piano terra, in nome dell’appianamento è in strada, scombussolato nell’instradamento. Da ogni lato è insignito del dato che fa sensazione, è impossibilitato alla distinzione se non proseguendo, prolungando l’inclinazione, il che lo condizionerebbe alla passività dell’accidente. I paradigmi dei precetti, l’assoluzione e il consenso da ogni lato: il noto non è un dato, il principiante recupera il fatto, la conoscenza fa senso, l’intimità nuoce alla prossimità, l’intelletto causa l’immortalità dell’oralità; gli lasciano l’amaro in bocca. Il riconoscente dissente dal fare sensazione, dallo schematismo ricognitivo in vista di un ulteriore piano percettivo che solidarizzi con l’esecutività della legge, per cui il fatto sensazionale, ossia l’esecuzione legittima di quel che è dato, non può che gettarsi in un verbo sfigurato, da stigmatizzare.

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