Teneva nel guardaroba fra la calligrafia, i caratteri stampati e le litografie, un foglio bianco. Ogniqualvolta principiava l’elaborazione apriva il cassetto della scrivania e da una risma sottraeva una pluralità di fogli ammassati gli uni sugli altri; dopo averne collocata la coerenza sul piano si avvicinava al guardaroba, apriva le ante e studiava il caos per definire l’albedine. Giustapposto il foglio bianco ai fogli ammassati, insensibile al dislivello delineava l’estasi del primo per riempire la pluralità. A differenza dei fogli vuoti che non emulano altro che l’adempire, il foglio giustapposto precide il vano, esso non esprime né contiene alcun segno, fin qui. Il foglio non più bianco definisce l’albedine.

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