Cartapesta

In un vano oscurato dalla situazione debitoria verso il servizio elettrico a tutela, il carattere si riposa per più di un istante dall’attività non ancora sistemata. Sprovvisto di immaginazione il carattere vacilla per i corsi in cui sono delimitati i tratti di strada, attento a non calpestare la carta immaginifera, nel trasporto dell’evitazione considerata alla stregua della cartaccia. Talune volte accade che egli cada negli scherzi, nelle illusioni della riflessione e con un ritorno sul passo constata che non c’è nulla di peggio di una supposizione immaginata, per cui aderente all’atto calpesta la carta che alla peggio separa l’affisso, la libra dal corso, la frammenta. Moltiplicato un numero indeterminato di frammenti il carattere affranca la sostanza adesiva e ne impregna i frammenti in aderenza a un colmo. Il colmo per un carattere? Non fare presa su una carta riciclata.

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Alea

Sfacciato come la figura del numero cinque taccia i viziosi della scommessa di distribuzione barata, irascibili gli intimano di non azzardare l’ultimo caso. È consuetudine che esuli dal giogo topico con i contrassegni sulla faccia, il senso della misura assicurato dal vizio a maggior ragione non fa caso alla probabilità e delinea l’armonia con i segni. Senza incartarsi nell’utopica corrispondenza in picche, è inoppugnabile che sia obbligato, fin troppo, dall’unicità, se solo riproducesse, duplicasse l’enumerazione di facciata dei punti anneriti senza riprenderne il caso, insomma la condizione duale del più o meno lo renderebbe inviso per l’estinzione dei contrassegni. Scommettiamo?

Inesorabile

Con la voce sminuzzata dalle vibrazioni dilatanti il fremito delle articolazioni e con un rimpianto dei singulti cicatrizzanti il tacito dissenso, l’analgesia infirma la procura genuflessa. Nessun nesso inerisce la possibilità messa in ginocchio, forte della precarietà. Il sordo dolore precario garantisce l’efficacia dei precetti, l’allegoria del dolore che opera il male è in altre parole dissennata, il dolore non fa male. Il precario che per una vita parziale ha scongiurato il dolore e stigmatizzato l’assunzione di antalgici simile ad una grossolana dipendenza, risente di un’epifania. Sopraffatto da un’immagine bruta invoca l’assenza di dolore, urla il lenimento giacché il dolore è sordo, la garanzia dei precetti è confutata da un uso inaudito della preghiera, persino del dissimulato istituto della resa non è mai giunta voce.

Il rango

Nessuno mette bocca nelle faccende private del signornò per una serie di motivetti: innanzitutto egli è carente nell’improntitudine del fare, persino quando ostenta l’evasione della risoluzione, quando incurvato su un’amaca denota l’alfabeto immaginario con il tatto di un rebus sintattico, non ha niente da fare; per assecondare la vana meraviglia taciturna alla proposizione sulla bocca di tutti pur dispensata dal passaparola, è inconfutabile che il signornò declini l’iscrizione alla competizione vocale, il certame della compitazione la cui qualificazione consiste nella seduzione del tutto; mai biforcuto il signornò non s’imbestialisce per la proverbiale truffa, il vulnerabile esproprio prodotto dal “chi fa da sé fa per tre”; l’attributo tetragono che non rappresenta un oltraggio sovvenziona l’opinione: il signornò non è mai sboccato, neppure la contrarietà è analoga all’osculo; in estremo il signornò rimbocca quattro tentativi per integrare le faccende, nient’affatto affine agli sfaccendati contraddistinti dall’efficacia olofrastica successiva alla quinta riproposizione.

Un battesimo

Nell’orbe dell’esclusione il signornò non emerge. I configurati conoscono in anticipo la sua unica risposta monosillabica nient’affatto intimidita, pertanto evitano se possibile di interrogarne il piacere. Di buon’ora un configurato in ricognizione, accollatosi il trasloco, chiede in giro il referente dell’autonomia, avuta soddisfazione la sua petizione picchia alla frontiera dell’epiteto. Dall’altro lato dell’epitesi il signornò sprovvisto di riduzione è in silenzio, immaginata la presenza il configurato in ricognizione reclama con scompiacenza il mutamento dell’autonomia in quanto egli e i suoi prossimi legati devono effettuare il trasloco. Il signornò tiene fede all’unica risposta monosillabica provocante la perplessità non prefigurata; dipanatosi, il legato alla ricognizione persiste, se l’epitesi del signore non muta l’autonomia essi non possono effettuare il trasloco e in una commutazione della scompiacenza e dell’autonomia sboccante nell’ipotesi della doppia negazione fa appello all’epitesi del signornò, al quale fa fede l’indifferenza alla comodità in luogo del traslato. Anche il configurato in ricognizione si immerge nell’unica risposta monosillabica nient’affatto commutata del signornò eppure con gli improperi all’autonomia non può rifiutare l’obbligo alla commutazione della ricognizione con un avamposto o una retroversione.