Speciale

In genere il lemma speciale non costituisce un’eccezione. Consegnato al codice dell’adottabilità e per ragioni impertinenti all’espressione polirematica, non si può negare che sia in una significazione paradigmatica con la connotazione affidataria tuttavia compiuta la maggiore accezione, che per la legge detta la capacità di agire nell’etimo e tutt’altro che un’esclusione linguistica, perquisisce la deriva del supplemento antagonista, l’abbandono dell’origine. Non è il caso di indugiare sulle traversie dell’indagine e sul motteggio della comparazione, privilegi di una causa inoltrata; in posizione di riposo il lemma speciale semplifica senza velocizzare i trasferimenti tanto dell’abbandono quanto dell’origine. Nella varianza perpetua della protasi abbandona la perquisizione il che non si accomuna, non si affratella all’inconcludenza; nella maggiore accezione che non supera per niente la simpatia significante, il lemma speciale non fa eccezione.

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Pancrazio

Per antologia è raro incontrare la vivaista durante le sue peregrinazioni mentre è usuale ascoltarne i discorsi, nello specifico le relazioni itineranti. In riferimento allo spirito di locuzione è pertinente una segnalazione della cosiddetta apologia di Narciso. In epitome, la vivaista è accomodata su una piccola duna di un litorale in una sospensione della continuità errabonda, là dove allinea il punto di vista non ipnotizzato dall’orizzonte con il riconoscimento della floricultrice, sua rivale in quanto osteggia la semiotica dell’innesto, morfologia del vivaio. Incuriosita dalla cognizione presente la vivaista riduce il segmento seduttivo, caratterizzato dalla posizione estrema della floricultrice, in una pluralità delineata di punti e prende nota della modalità con cui quest’ultima ha fatto scudo in grazia del proprio corpo a un elemento del discorso, a un fiore del discorso. In una lotta in cui tutte le figure sono concesse, le due estremiste delle seduzione dibattono o, per una comprensione inequivocabile, si divincolano dal florilegio del nome, l’una la cui designazione non è provabile si sbraccia affinché il fiore del discorso non neghi l’uccisione del sé, l’altra la cui denotazione è inappropriata rivendica il sopore del fiore, l’intorpidimento del nome per cui qualsiasi discorso riferibile ad esso è logorato dall’elemento reciso in modo approssimativo.

Lo sputasentenze

L’ambulacro di un’epochè è gremito, sensazioni dislocate nelle estensioni delle periferie si sono cimentate nelle accidentalità dell’itinerario dilungato in espedienti tutt’altro che praticabili, per non perdere, per prestare ascolto, per sentire il giudizio graduale. Scricto sensu non c’è spazio per una tangente, pur con il favore delle sensazioni l’abbiente sensazione dell’ultima minuzia, che ricompone la minuzia, non riesce ad oltrepassare il criptoportico. In un certo senso modificate ma non alterate dalla pressione esercitata dalla contiguità, le sensazioni discorrono in poche parole dell’impraticabilità degli espedienti interdetti al fuorviante, le une accennando alle dilatazioni delle articolazioni a posteriori, le altre amareggiate per non poter giovarsi della restituzione di un favore, in altre parole accorate per la frammentarietà scomposta, nondimeno le sensazioni convengono su un punto, in una simile contingenza gremita fino all’inverosimile la presenza, l’adiacenza dello sputasentenze sarebbe incontrovertibilmente un problema. Va da sé che le squalifiche deliberate in precedenza, le emissioni in antecedenza non accostate all’oralità, le facciate del pregiudizio sono irresolubili, non prosciugano le certezze delle correlazioni.

Prolessi

Nell’intervallo del discorso, previsto per legge e non dalla legge, i sottintesi si assembrano nelle inferenze dell’interpunzione di sollievo, sollevata dagli ordini delle frasi, interpunzione sospesa tra l’ambito della parafrasi e l’ambizione della perifrasi. Senza tema di smentita la paratassi in atto ha delimitato la giustapposizione, sebbene non si abbozzino gli estremi di un rapporto di subordinazione i sottintesi sono esposti al vincolo dello sfinimento, cosicché la legge ricusante la dichiarazione d’ingiustizia omologa il principio dell’intervallo. I sottintesi discutono della serie suscitante l’entusiasmo dell’ultimo periodo, la serie sulla bocca dei soggetti, approvano una determinata successione, censurano la collazione di un elemento, si dilungano sulle articolazioni di una connessione, confutano il complemento di una biforcazione,  attenti a non anticipare la deduzione, condizione ominosa verificante gli improperi nient’affatto sorprendenti del predicato, predicato raramente sottinteso.

Il ricettatore

In applicazione della disciplina in codice non è possibile identificare il soggetto del titolo giacché è diverso dall’autore dell’articolo. Ai fini della legge, locuzione condivisibile il campo semantico del vale a dire, l’articolo è un misfatto, strutturalmente non ha occultato la lettera, ne ha trafugata la proprietà. Il ricettatore approfitta dell’esproprio senza aver commissionato il misfatto, non sussistono prove a supporto dell’ipotesi – pleonasmo del giudizio tetico – usa l’ospitalità affinché la lettera trafugata sia portata alla sua attenzione. E ciò avviene in men che non si dica. Qui e ora è opportuno assicurarsi che il soggetto del titolo non mediti la transazione all’incanto della lettera ma la detenga per il suo diletto, una consolazione. Dopo aver definito con l’autore dell’articolo l’estinzione del possesso, la fruizione del misfatto, il ricettatore esamina la stesura della lettera trafugata, con diletto e raccoglimento osserva nonché ascolta la tangibilità della lettera illegittima. La liceità della benedizione non identifica la lettura, l’illegittimità posiziona, piazza il trafugamento della lettera che non può essere letta, non può essere detta.