Senza sapere né leggere né scrivere il piano voleva o doveva accedere alla funzione ostile, dall’incognita della scrittura consegue l’esazione del debito ad opera dell’autorità, dall’incognita della lettura deriva il riscatto benvoluto, in tangibilità entrambe le incognite non possono evocare tantomeno descrivere l’eccezionalità delle pertinenze, l’esclusività delle congiunzioni, le incognite non possono dirsi esaurite. Il piano interpella la parola d’ordine, la modalità con cui ne ha acquistato conoscenza esula dal mistero, nella struttura dei misfatti come nella struttura fuorilegge la parola d’ordine è conosciuta quale ricettatrice, dà ricetto ai verbi espropriati senza distinzione di nome o di transizione, ciononostante essa dà atto della propria imperizia, in effetti la parola d’ordine è sempre stata negata per la funzione ostile, in un modo o nell’altro e non per volere o per dovere al piano occorre un lasciapassare. L’espressione all’uopo, suggerita dalla parola d’ordine come tuttologa nonché come l’ultima principiante, è disposta a venire incontro, a relazionarsi con le inclinazioni del piano purché nell’indubbia significazione del lasciapassare il contenuto sia condiviso, sia inframezzato.

All’uopo i linguacciuti, giustapposti all’analisi, parlano del piano dell’espressione, in conferenza del piano del contenuto, l’uno inimmaginabile, l’altro estorto.

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