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Medèn agan

Quanta sapienza, esclama Chilone di Sparta all’inaudita ingerenza antinomica all’intervento. La volontà del detto – quanti sapienti – domanda Pizia di Delfi.

Stupefatto, Chilone di Sparta riconosce di non sapere tuttora la praticità interrogativa di Pizia, a cui è legato da un’esperienza nella comune. Raggiante, Pizia di Delfi motteggia di prassi l’interrogativo in vista di un’emendamento e non una delucidazione dell’enunciato esclamativo. Non senza disappunto Chilone è obbligato all’ammissione, al momento non ha compreso la cifra del manuale con cui si additano i segni, è fermo all’opposizione nonché all’indice; dal suo canto Pizia è, non può che essere un passo avanti, si sofferma sul rimedio quale divulgazione del segno in gesto. Chilone non può reiterare l’esclamazione riferibile a Pizia, la sapienza non introduce repliche noverate, nulladimeno constata come non sia bella la volontà del detto, è inestetico che l’interrogativo faccia il verso all’esclamativo. Malinconica e per nulla estatica Pizia attesta che mai alcun supplice l’ha definita a posteriori bella, mai è stata computata tra le ammirate, le vagheggiate al ballo dell’argomentazione estetica, è inadeguata al ritmo; chissà, a conti fatti solo i sapienti sono innumerabili.

Nell’allucinazione che eccede il parlato i sapienti sono sempre di troppo come la sapienza non è mai troppa.

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