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Perdigiorno

Emera dorme. Il sonniloquio è indecifrabile sennonché i sintagmi sfuggiti alla clausola e ricercati nei più disparati contesti dalla sintassi dispongono del talento i cui moniti ineriscono alla decrittazione. Fino alla propagazione delle cifre orali Emera considerava il sonno al pari di una perdita, una perdita non amalgamata alla temporalità quanto combinata alla negghienza. Desta di notte, anche se il verbo risveglia l’imperizia sensazionale, di giorno manifestava non tanto la sfinitezza quanto l’atrabile prevalente sui congiunti, se ad esempio l’impertinenza eterea l’adulava lei non esitava nel rimandarla a quel paese, il paese demistificato in cui è necessaria e non per convenzione la leggenda per essere ritenuti idonei alle agevolazioni dei segni. Fino ad ora, fino al sonniloquio sintagmatico allorché Emera desiste così lo sfinimento come l’imperizia, sonniloquio che una volta svaniti i sintagmi sfuggenti, cede il passo alle parole aggiornate, interpretate dalle perifrasi per poi alterarsi definitivamente nelle congrue clausole delle parole quotidiane, omologhe all’istruito sentire elogiato al giorno d’oggi.

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