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I disertori

Gli epigoni della scolastica non hanno voglia di riprendere la disputa degli universali, ragione in più se non si esclude l’interrogazione nominale. Reduci da una discontinuità del vuoto che a dispetto delle intese non si è dimostrata fatua essi si accordano, realmente in prelazione, per seguitare se non posporre la forma del risaputo. Giunti in porto, gli epigoni non oltrepassano ma si defilano lateralmente, uno ad uno, dai varchi dell’edificio riformato. Radunati in uno spiano, in uno slargo cui fa da sfondo la prospettiva della riforma, ricambiano i convenevoli senza vuotare la forma. Raccontare l’esperienza del vuoto è tutt’altro che impossibile eppure gli epigoni non sono sfiorati dalla continuità pensierosa del mettersi a parte. Mettere a parte l’epigono sulla ricorrenza del vuoto può dar adito a conformità che nello slargo, nello spiano non è il caso di cimentare, il fuori luogo è dietro l’angolo. L’immagine del tedio non abbaglia gli epigoni, edotti sull’insostituibilità disputabile non mettono in discussione il surrogato della singolarità, essi sono decisi nel fare deserto. Alla domanda cosa fare in assenza della scolastica la risposta univoca è fare deserto, un fare a cui non si annoda la forma del vuoto, un fare da cui si districa senza intralci l’informe definito quale lo snodabile.

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