Singhiozzo

La riflessione contrae il fiato. Il diaframma pneumologico o anziché scisso come un metodo per semplificare la continuità elementare, addomestica la spiritualità tutta d’un fiato da un lato e dal relato l’afflato che non si affanna nella corresponsione. La riflessione esclude i rimedi domestici del diaframma giacché insorge un equivoco, la discontinuità. La riflessione è discontinua. Per non sprecare fiato con l’intromissione dell’inspirazione e il ventaglio irrimediabile dell’apnea nonché defilarsi in un soffio del pretesto mozzafiato, il fiato contratto è informale e incontenibile e non subisce il riflusso della scioltezza, più che espandere l’eccipiente copioso invade gli interstizi, le intercapedini e i vani. Rilasciato per la cauzione del pneuma si sente a proprio agio nella camera d’aria nonostante il rumore prodotto dal refolo approssimativo di una ristrutturazione. La riflessione che interrompe tanto l’immediatezza della scissione quanto il soprassalto del rimedio, trova un’inestirpabile panacea nell’onomatopea.

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Euristica

A rigore una ricognizione appare infirmante. Un esempio: un infermo attende l’esito dell’esame, lo scioglilingua che non giura deambula tra un consulto e un collegamento, tra una reciprocità e un rimedio. Lo scioglilingua non può tornare sui propri passi, nel caso sarebbe interdetto dall’ordine in quanto sottoposto non al pleonasmo in ipotesi di errore bensì ad un’incollatura, adesione su misura di un amalgama. Lo spergiuro della bocca impastata non è approfondito, lo scioglilingua in camice non giura sulla sincope della vocale plurale. Tornando all’infermo per una corruzione delle linguacce, lo scioglilingua gli suggerisce di non sforzarsi nell’indossare le camicie altrimenti l’astenia divamperà in una flogosi del malfermo.

L’esimio scioglilingua che addobba ogni enunciato con il non giurare su una prognosi allitterata, squalifica l’esempio.

L’inventiva

Il ritrovato è alquanto scombussolato. Osservato con perplessità dalle scoperte si assuefa senza rilievo o si acclimata allo smarrimento. La perplessità è una condizione nuova per le scoperte, dunque non c’è da stupirsi se esse siano liliali nella dimostrazione o nella riluttanza tangibile. Rinvenute non da un mancamento bensì dalla morigeratezza, la perplessità muta in sbigottimento, le scoperte perdono la bussola, del ritrovato non c’è traccia. Come esito articolano la direttiva esclusiva, raggiungere l’ufficio brevetti, il solo tòpos in cui il ritrovato può e deve nascondersi in quanto nulla là è fuori luogo. Eppure sopraggiunte nel tòpos, le scoperte constatano l’assenza del ritrovato e non in luogo della latebra. Evidentemente la faccenda ha assunto la caratteristica del guaio, lessema oggetto di dispute concettuali concernenti la sussistenza dell’accidente o della situazione. Mediante la faciloneria della desistenza le scoperte sospendono il ritrovato e si esortano a vicenda in  vista, non imminente, della ricerca di un filosofo, una fattezza possibile in grado di supplire accodandosi al guaio.

Il ripiano

La magia del panno esposta al pubblico ludibrio dell’ipermercato diviene scanzonata nell’ambiente domestico. La formula magica avvincente il pubblico assiepato nei pressi dello scaffale, la compostezza del catturapolvere che addirittura non lascia spazio alle particelle neanche tra i vocaboli, nella riproposizione domestica diviene una cacofonia. Per formalizzare, la disposizione alla cattura della polvere ne implica la fuga, la polvere rifugge l’irretire, non si consegna all’addomesticare ubbidiente la replica formulata o la formula eufonica in quanto si dilegua in superficie.

Il ripiano inoccupato porta i segni di oggetti compassati eppure irriconoscibili, più linee parallele che non delineano l’asintoto vergano il materiale. Per soddisfare la curiosità senza l’irrigidimento di un’immagine formale, alcuni volumi sono esposti non al formulario dello scherno quanto all’impostura scomposta. Non è da escludere la conseguenza dei libri quali oggetti senza memoria; come il ripiano non immagina l’oggetto senza memoria così il libro non ricorda il ripiano, non ne ha traccia.

L’alterco

L’altero, vale a dire l’alterazione dell’altro, in distinte parole che non è altro da sé, è sensibile all’ascolto della traduzione rimbaudeana, io è un altro; se poi la traduzione non è altro che la citazione se non l’imprecazione in madrelingua, “Je est un autre”, la sensibilità muta in ostilità. L’altero si sente vivamente oltraggiato da un’intonazione che fa il verso all’enunciato, per cui non può esimere la replica. Il paradigma che rabbonisce il diverbio si scompone nell’elementare e liminare risonanza della concitazione, l’uno della controparte, il verboso convalescente stabilente la terapia delle parole sminuite non rinuncia, appunto, alla citazione. Prima della replica che come si evince dal suddetto è ineludibile, è opportuno non preterire come la controparte non si rivolga direttamente all’altero, d’altronde una citazione contesta in massima parte il riferimento ad una nozione d’identità. L’assecondato dal diverbio, l’altero replica all’oltraggio con una copiosità di parole – per un garbo imperturbabile ne è interdetta la citazione –  riassumibile in un aggettivo animato.

Il sortilegio

In conformità alla dizione non sussiste più alcun presupposto degli oggetti, il che non significa che questi siano custoditi e sottratti alla provocazione per l’avocazione di un insieme privilegiato, semplicemente non sono posti né hanno posto. L’imponibile che non si affranca dai tributi conserva, a suo dire, in un forziere sigillato da una combinazione casuale, un certo numero di oggetti figuranti un’imposizione predetta. Sempre a suo dire, altrimenti il lettore sarebbe tenuto ad adire la querela, le figure conservative del presupposto oggettuale sono astragali a parte di aliquota, ossia astragali conoscenti l’aliquota; dadi sfacciati esenti dal voltafaccia; pietre sfaccendate e cedole incredule. Senza una volontà fiscale, fuori luogo in una dizione di sorta, l’imponibile che non si affranca dai tributi riceve una visita altrimenti detta frugamento legittimo. Gli elementi del tesoro che non conoscono alcun segreto della legge non sono affatto stupiti dall’esito del frugamento, ora come abbiano ovviato al possesso della combinazione casuale che apre il sigillo del forziere non è congetturabile eppure la conferma è indiscutibile: i presupposti oggettuali non hanno posto. Al momento del congedo l’imponibile è tenuto ad apporre un’incognita sulla cartografia, ossia una notifica mediante la quale non è esonerato né esente dai tributi.

L’artificio dell’intelletto

Il predicato è soddisfatto. La finitudine dei dati semplici scevra della preoccupazione mnemonica è effettiva. Dopo aver danzato sulle note dell’algoritmo con tutti i dragomanni sotto la risoluzione attendibile dei portavoce, l’erranza accondiscende con partecipazione all’invito reiterato. Nel campo dell’elaborato i portavoce fanno la voce grossa, da indivisibili limini mutano in scorrette ambiguità, tanto che la subordinazione di una regola supplementare alle note dell’algoritmo produce senza dubbio una cacofonia disfunzionale al pari di un’apocope, di una predica, dal suo canto, non troncabile. Elisi ciò che innanzitutto erano i limini e in tutto emendata la ricercata anfibologia, sdoppiata nella sincope dell’anfibolia, i dragomanni contestualizzano con acrimonia la compagna dell’erranza. Essa è un’anomalia che nell’insieme non può non definire l’estasi e non la ridondanza della coppia ballerina.

La detonazione

– Se vi conoscessi direi, senza mezzi termini, che avete indotto l’allocidio.

– Come? Le vostre parole mi feriscono! Riuscite a vedere l’oltraggio?

– Con ritrosia, ricostruiamo la successione.

– Per il momento non ho nulla da obiettare.

– Con il finimento dei requisiti mi avete affidato la denotazione di una parola affinché potessi classificarne l’obiettività, eppure avete taciuto un errore, dal che non posso elidere l’inferenza che il difetto di emendazione sia dovuto a un  tornaconto. La parola era prossima alla detonazione quando ho tentato come prima nonché ultima ratio il disinnesco con l’opposizione. La parola opposta alla parola errata ha decifrato e accelerato il conto alla rovescia. La detonazione è conflagrata.

– Quisquilie, voi siete qui a riferire l’oltraggio.

– No. Ora comprendo come il difetto di emendazione sia una vostra costante e non un tornaconto. La conflagrazione non si è limitata alla singola parola affidata, l’onda d’urto o la propagazione si ripercuote sulla discontinuità delle altre parole.

– Ne noto gli esiti.

Struggere

Per nulla al mondo l’irrequieto permuterebbe il tremito, la vibrazione, il dondolio della longanimità. Quantunque i fiduciosi diano credito all’ambascia e all’apprensione dell’affezione, egli non convive con il disagio dell’esecuzione, per converso ravviva la distruzione con l’afflato. L’attributo estroso che in determinate circostanze accompagna l’irrequieto non è fuori luogo in quanto egli si diverte nel distruggere l’abilità sensata, la sensibilità dell’apprensione. L’irrequieto rifinisce la pazienza, l’aspetto laterale e stretto della pazienza. Dato che il mondo è delimitato dalla variabile ricettiva accade, sovente di quanto non s’immagini, che l’irrequieto sia integrato da un’inquietudine, la quale insegue la seduzione dell’ansia. Eppure l’ondeggiamento dell’inquietudine tra gli estremi dell’attrazione e della seduzione per un’inerzia della stabilità non conferma l’irrequieto, egli è di già longanime, paziente e strutto e per nulla al mondo permuterebbe l’estro con l’integrazione.

I volontari

Non di rado gli spontanei potrebbero attendere alla classe della neghittosità, ma no, essi sono impegnati senza la contingenza della provvista e dei rinforzi a disfare. In considerazione di ciò attribuisco l’immunità ai velleitari, per lo meno questi non straziano la causa efficiente anzi differiscono le imperfezioni con la sterilità effettiva. Così dichiara un volontario alla congiunzione scagionata. Quel che, invece, non è ancora introdotto se non tra i volontari concerne l’antipatia che essi non manifestano alla congiunzione scagionata. Secondo un dovere deontologico di cui i volontari sono i dissuasori, essa, la congiunzione scagionata, non ottimizza le alterazioni, le azioni altere rimangono irreversibili e soprattutto irriferibili, corrotta com’è da una voluttà del desiderio che in apprensione è tutto fuorché volenteroso.