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L’inventiva

Il ritrovato è alquanto scombussolato. Osservato con perplessità dalle scoperte si assuefa senza rilievo o si acclimata allo smarrimento. La perplessità è una condizione nuova per le scoperte, dunque non c’è da stupirsi se esse siano liliali nella dimostrazione o nella riluttanza tangibile. Rinvenute non da un mancamento bensì dalla morigeratezza, la perplessità muta in sbigottimento, le scoperte perdono la bussola, del ritrovato non c’è traccia. Come esito articolano la direttiva esclusiva, raggiungere l’ufficio brevetti, il solo tòpos in cui il ritrovato può e deve nascondersi in quanto nulla là è fuori luogo. Eppure sopraggiunte nel tòpos, le scoperte constatano l’assenza del ritrovato e non in luogo della latebra. Evidentemente la faccenda ha assunto la caratteristica del guaio, lessema oggetto di dispute concettuali concernenti la sussistenza dell’accidente o della situazione. Mediante la faciloneria della desistenza le scoperte sospendono il ritrovato e si esortano a vicenda in  vista, non imminente, della ricerca di un filosofo, una fattezza possibile in grado di supplire accodandosi al guaio.

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