Sogno ad occhi aperti

Che fare, che non fare, l’interrogativo retorico non impegna più di tanto l’opzione dei confidenti; a quanto pare la retorica non è in grado di sofisticare le abitudini. La domenica sera è prassi dell’assembramento confidente concedersi alla proiezione, inoltre la prima domenica del mese in corso è dedicata alla visione di una produzione cinematografica di genere irto. Il cartellone del cinematografo offre nella varietà e nelle repliche degli spettacoli un’unica locandina che scuote i peli: il titolo suddetto. Dall’assembramento si stacca un confidente per ottemperare la richiesta dei dipendenti, l’esibizione dei proiettili in biglietti. Dopo la dissolvenza del prendere posto in sala, sullo schermo si susseguono i contrassegni della produzione, il titolo di testa, gli autografi degli attori, gli strumenti del cantastorie e l’eteronimia della sceneggiatura, del soggetto e della regia. Le immagini smontanti la durata occultano la buona visione, i sopravvissuti ad una parasonnia collettiva, il fuoco amico dei colpi di sonno, che ha decimato i patentati, patiscono una mutilazione, recisamente sono sprovvisti di palpebre. I postumi degli occhi umorali implicano un’inattendibilità della memoria poiché l’assenza delle connessioni ne inibisce la sovrimpressione.

Quinconce Dozzinale   

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La lettura

Il disautorato è alla guida. Locupletato in chiave di lettura; in senso orario avvia il congegno che non ritorna sull’introduzione. L’inquietudine non supera i limiti dell’emotività. Ai margini dell’allineamento un pollice retto distrae il suo avvedimento, incontestabile all’evocazione l’agio del passo imbiancato dalla perturbazione non s’intona alla concitazione. Il disautorato acquieta la delimitazione, attraverso la speculazione al ribasso chiede all’agio del passo il termine della correzione. Questi replica con l’ininfluenza dacché al momento la direzione è irrilevante, quel che tratta inerisce lo spasso della macchia. Quantunque esitante il disautorato esorta l’agio dello spasso a salire su, tuttavia non abbozza la correzione tantomeno il recapito per iscritto; l’agio dello spasso commisurante la macchia in pollici non deve lasciarsi trasportare dal fraintendimento, condizione che non arresta, non vieta i pericoli sconosciuti del passaggio; il disautorato non può sottrarsi all’orientamento: è alla guida.

Melopea

Il tuttofare del contrappunto s’intestardisce ad onta dell’impossibilità. Alla notazione inerente l’inefficacia dei suoi sforzi risponde con la melodia della difficoltà: disincanto degli esercizi che senza la ripetizione dell’espediente, la parodia del pappagallo, la diavoleria dello scimmiottare e la macchietta del camaleonte, facilita l’esecuzione. Purtroppo per il tuttofare l’ennesima, non ancora ultima, esibizione abbozza un appunto tale e non quale la contrarietà.

Ancora una possibilità, il tuttofare ha incorporato l’esternazione conduttrice. Desolato, un diniego interrompe la disillusione.

Con disappunto, il tuttofare abbandona, senza tornare sulla risoluzione, il paragone della totalità. L’impossibilità è inimitabile a discapito della difficoltà.

Nell’eremo dell’analogia spiccano le vocazioni del fatto.

Nel golfo mistico della similitudine un fatto è in visibilio.

Incompetenza

Il campo semantico della competenza è assai stretto tantoché la designazione pertinente si espone alla striscia semantica della competenza preservandone l’intimità. Un esempio che non pone limiti all’episteme riporta la parafrasi del non rientrare nelle proprie competenze. Parafrasi che a sua volta perlustra una meditazione, la resistenza praticata dalla striscia semantica della competenza all’acconsentire in altre parole è insensata, la permutazione del senso di ospitalità con la contrarietà è insensata tanto quanto il costrutto a cui difetta la minuzia di un senso. Nell’intimità della competenza non rientra perfino il pronome dimostrativo, all’eloquenza di questo la semantica corrisponde il rifiuto che si addentra sempre più nella striscia, un silenzio dissenso strisciante, inesorabilmente ne consegue l’intima indimostrabilità. A cagione suddetta non rientra nella competenza dell’ipotetico sottoscritto disporre una linea distintiva tra la competenza e l’elementare nonché prefisso in.

La reduplicazione non bastevole

Il mezzo di trasporto è stipato fino all’inverosimile. Quale significato inverosimile: dissimile dal vero e invero simile al falso. Il resoconto del trasporto è fallibile, il computo stabilisce il raddoppiamento, il pigia pigia; l’ennesima determinazione esige o si consegna alla decifrazione del conteggio che nella reiterazione della densità non riesce a stimare lo sdoppiamento. La rappresentazione del trasporto è indisponibile, i sufficienti muniti del trasferimento sono deformati dalla riflessione, assillati dalla riflessione sentono l’oppressione della condivisione; la bastanza sprovvista del termine alienabile, la prerogativa della a, prenota l’affermazione privata con la risonanza foriera di contraccolpi del lasciapassare. L’affermazione prenotata non è bastante e a tutti gli effetti la fermezza privata declina nel fuori luogo. La falsità del doppio trasporta invero oltre la prenotazione, in un’affermazione che ritorna. La verità dissimile dalla pienezza di sé denota una fermezza che nel capolinea ritrova senza alcuna ricerca la direttiva significante.

Ficcanaso

L’abiogenesi avvicina sempre più l’indice e il medio a guisa di tenaglia al naso della metagenesi. Il legame prossimo al contatto delle affezioni esegue la presa scevra di costrizione e si distacca con insinuazione. Nell’esibita e flessibile distinzione la metagenesi percepisce l’impronta del pollice opponibile che fa capolino tra l’indice e il medio. Per inciso, se il pensiero ottiene dall’immagine il permesso al limitare non scivola una tentennante ironia: la sequela indice, opponibile e medio imposta una dialettica dell’opponibile succedanea alla dialettica del negativo. L’abiogenesi motteggia la metagenesi con il trafugamento del naso, presupposto in discrezione alla sua prensione. Sulle prime adontata dalla deduzione in bella vista, la metagenesi trasferisce la comprensione all’altezza del topos su cui svettava il naso, trasporta la comprensione in luogo del naso e non senza sorpresa riconosce come esso non sia supposto, non abbia mai mutato disposizione. Uno starnuto soverchia la vibrazione della risata generazionale.