Monopezzo

Prospiciente la figura speculare, il figurino ravvisa senza celare un’indubbia soddisfazione come l’abitudine non mostri i segni del logorio, nonostante i reiterati abusi a cui essa è stata sottoposta. Per quanto il figurino si ritenga tutt’altro che svanito, lucido, le macchie non fanno eccezione, l’abitudine non può sottrarsi al contatto cospicuo. La figurina spogliata dell’abitudine, esorta con smalto il prospiciente a non assottigliarsi e a sbrigarsi, senza il brio della spinta diviene essa stessa prospiciente la figura speculare e infila il costume. Di traverso e privato dell’abitudine il figurino riflette sulla prova prospiciente il paradigma, la figurina fa sua la figura. In soggezione non dal disabituare, il figurino è attratto dalla figura in costume la quale non più prospiciente ma giustapposta gli porge non l’abitudine ambientata, l’abitudine acclimatata, quanto il costume imbustato che non specula la figura. La figura speculare giustappone la figurina che fa sua la figura e il figurino che modella i costumi dei bellimbusti.

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Frenologia

Il batticuore è auscultato dall’insensibile, pone la prensione sul sinistro tropo del torace, non all’unisono con la pertinacia di polso o con il sonno che indica tra il capo e il collo il luogo dove consegnare il riscatto della pulsione trafugata. L’insensibile mente ripensa con un dissenso mozzafiato gli esercizi dell’ispirazione. Un tempo discorreva animatamente con gli spauracchi della scienza cognitiva, deformava in duttilità il diaframma, la separazione dal corpo. Non senza pretensione affermava che per alcuna ragione al mondo avrebbe ceduto con gradimento il bene, aveva rifinito per una durata non quantificabile la pratica e non poteva, assolutamente, cederla a cuor leggero all’infedele corpo. Inoltre, con autoironia, il corpo aveva sempre professato non solo il requisito dell’incredulità quanto in vanagloria l’assenza di un credito, di una credenza riferibile. Le discussioni mente corpo non erano mai esenti dall’oltraggio con cui il corpo enfatizzava di non credere alla mente, di non credere che la mente fosse in grado di fare e peggio di disfare. Poi, la stigmatizzazione corporale mediante la quale le privazioni finalizzate ad una spensieratezza mentale confermavano l’indennizzo corporale commisurato alla proprietà esclusiva del bene, era dissennata, indubbiamente. Tutto d’un fiato, l’insensibile compensa la separazione rincuorata con un’ectopia nella regione temporale.

Il dirizzone

Il peggiore dei casi scagionati tollera che le ricognizioni ammodo lo denominino con l’appellativo a casaccio. Ciondolante perlopiù nella transizione là dove la toponomastica è designata dall’omonimia, ossia nel luogo topico, il casaccio determina l’escursione sacrosanta con il rientro alla cantonata. Equivocata la temporalità della refezione avverte il languore che finora non ha mai annotato una vacanza. Non denegata, giurante l’infondatezza dei luoghi della cultura, il casaccio non dispone di alcun reperto dell’alea per cui la spinosità del rientro, del ritorno alla cantonata per consumare il referto non appare inopinata. Tra un improperio e la sua diffusione, tra un porcospino e l’assimilazione di una crasi non retorica, il casaccio chiede ad una cognizione del posto, una ricognizione ammodo la direzione della cantonata, ovviamente bendisposta e gentile essa lo rinvia con tanto di scorsa cartografica, all’omonimia. Il peggiore dei casi scagionati è in errore, non ricade nello sbaglio in quanto non si attiene al puntiglio di una direzione, non riprende una conduzione imposta; il casaccio si muove sul posto da un luogo a un topos o viceversa senza contrarietà, e non è un’impresa.

Il reintegro strumentale

Il viadotto urbano, arteria a doppio scorrimento intrinseco preclusa alle esternazioni se sprovviste del pedaggio non contrapposto al capolinea bensì riverso nella classica attribuzione, trabocca di manifestanti. Dai manifesti oscillanti tra il capogiro e il tripode si evince senza rivendicazione come la reggenza in formazione, giustificata da uno squilibro della contribuzione, abbia imposto la tensione a nocumento della distensione, per cui tutti gli strumenti distensivi sono preclusi alla vibrazione. La manifestazione pizzicata tacitamente dal pensiero limita la smania della lingua, i dimostranti né sviati né svagati si astengono dalle note incisive, il sovrappensiero è prerogativa della tradizione, lungi da una testardaggine indiscutibile non derogano dall’impalpabilità dello scacciapensieri.

Letificare

Il bene sta sulle sue. In una circostanza dell’osservazione non è più sulla bocca dei responsabili. Un ripostiglio adattato a circo espone la rincorsa alle questioni di stato, l’insieme dei responsabili, abilitati da una ricerca al responso, non rimedia alla stima. Siccome l’esorbitanza degli estimi è insufficiente condiziona la risoluzione innumerabile dei responsi, accantonando in un anfratto il quanto predato solo un responsabile imbocca la questione di stato nell’usufrutto del bene. L’insieme dei responsabili si compone di elementi della letizia e di elementi della gioia. Con la pluralità responsabile l’inaudito diviene risonanza, alla questione di stato segue il lieto responso che nella reiterazione non alterna la deriva del dialogo (come sta? – una letizia – ne sono lieto); d’altro canto, non il suo, il responso gioioso devia il dialogo con una replica senza scorta (come sta? – una gioia).

Il bene è l’ultimo a lasciare la circostanza; non attendendo altro l’aduggiato operatore ecologico subentra nel ripostiglio e in una protesta che ha nulla contro cui risentirsi, raccoglie la sovraccoperta lacerata di un volume: “Etica” di Spinoza.

Prossenia

Incaricato dall’allotopia di un’indagine circa i reali costrutti della destata anarchia il forestiero non incontra ritrosie alla frontiera dimenticata. Eppure lo sfinimento per munirsi di un lasciapassare universale non è andato sprecato dacché nel cammino fuori portata il forestiero ha ritenuto la rincorsa allo sterrato. Uno straniamento si manifesta alla svolta dell’innato, sebbene la missione sia suggellata, siglata in incognito il forestiero pregiudica che perlomeno i metronotte conoscano l’impropria intromissione. No, circola inosservato nei confini mai contrassegnati, non indovina il colmo del significato spiegato quando alla richiesta d’informazioni circa il sema del prosseno gli autoctoni corrispondono la negazione del parlare, gli autoctoni non parlano, plagiano e ascoltano l’inaudita parola tuttavia non parlano. Da solo con l’esternazione indifesa il forestiero vaga nella desta anarchia là dove a quanto pare i metronotte riposano. In seguito alla dispersione nel conteggio dei passi e al disorientamento nel resoconto delle orme il forestiero percepisce un eminente dispendio e ne giova per corroborare la materia, ivi verga il primo rapporto dell’indagine: da qualsivoglia punto la si commisuri al perenne la destata anarchia è decentrata.

Teoria

Una lunga fila senza coda osservabile da distanze incommensurabili, occupa l’abuso dell’illazione. La raffigurazione non inganna, la fila non si assottiglia uno ad uno né uno per uno, alcun nesso si defila. Con un cavillo che approssima la riduzione del suppergiù e del giù di lì, del grosso modo e del più o meno alla propinquità, gli elementi della teoria spingono per confermare la prenotazione. Nell’intermezzo tra una querela e un dissenso alcun nesso sfila sulla denotazione dell’evento. La filiale addetta alla sostituzione della prenotazione con la nota dell’evento conclude le imposte con l’adesione all’esaurimento dell’induzione. Gli elementi della teoria mutano e la querela e il dissenso in una riprovazione notevole, non sussiste annessione alla denotazione dell’evento né connessione alla connotazione eventuale. In una periodica evacuazione dell’inferenza teorica non turbata dalla transizione della causa maggiorata, un minimo di elementi irriducibili conferisce in una torma. Piaccia o non piaccia, voglia o non voglia, la definizione dell’evento non ospita la prenotazione, l’evento è tutt’altro che prenotabile.

Da non leggere in casa

La lingua italiana assevera come la lettura in casa di determinate parole sia avventata e imprudente. Lettura tratta dalla voce interiore – invocazione; a voce alta – evocazione; ripetuta – provocazione. Il motivo della deterrenza consiste non in un’evasione del tributo allo stato della dizione bensì nell’estrazione di un requisito sciagurato: il darsi alla macchia del lettore. Dai dati in mio possesso tutte le cause avviate dai congiunti dei lettori senza fissa dimora, dei lettori vagabondi contro l’ignota macchia risultano in un nulla di fatto, l’avocazione dello stato di dizione è impareggiabile su questo punto. Ora, il lettore si chiede quale sia almeno una di queste determinate parole da non leggere in casa, prima di soddisfare la sua curiosità devo però esortarlo a prendere visione del luogo in cui è confinato e se ad esso fa difetto la dimora può proseguire la lettura, altrimenti l’incontro con l’estrazione di un requisito sciagurato è inevitabile. 

Ai segregati in una casa di correzione è sfuggita l’espunzione di una parola: ermeneutica.

Quinconce Dozzinale  

L’accidente

Ne accadono di fatti inessenziali. La proposizione del portavoce descrive l’assistenza. Senza darsi d’attorno egli è posizionato sulla transizione a salvaguardia della contingenza, nello specifico antistante l’erudizione colorita del segnale. Dalla sua disponibilità all’intenzione non è un’adulterazione dire che al portavoce coincide di fatto un’immagine scevra dal dare fondo alla rimostranza. Quattro elementi dell’immagine sono contestualizzabili: la tautologia compromessa, secondo i prestanome pregiudicata; le strisce segnaletiche; l’astante riverso; lo strumento dell’intelletto. Dall’edificazione della dianoia si rivendica, senz’altro, l’astante non ancora riverso concentrato nell’inferenza dello strumento predisporsi ad una sorta di segnalazione strisciante e non far caso al riscontro della tautologia. Sempre i prestanome a cui non difetta la perizia del giudizio, affermano che l’astante tuttora riverso era negligente giacché concentrato ad intrappolare nella forma il fenomeno inusitato, per giunta aveva il capo compreso nello strumento dell’intelletto per cui il riscontro tautologico non poteva non presentare gli elementi dell’inevitabilità. Bene; il portavoce si smuove dalla disponibilità all’intenzione, prossimo all’astante riverso raccoglie lo strumento dell’intelletto, non frangibile, e senza stupore nota tanto l’assenza della forma quanto la presenza di una lettura.

La perfida acca

Il discorso è singhiozzante. Non c’è modo di sospendere il discorso. La molestatrice si giova dell’intermezzo pneumatico per riferire la facondia, continuamente il discorso non rimargina il segno, non lascia il segno. Qualsivoglia rappresaglia messa in atto per condurre alla ragione la molestatrice fallisce nella miseria del favore. Fossero, poi, parlottii dello spirito i discontinui singulti invece non sono altro che subdole effrazioni all’ascolto.

La compostezza della persona che adempie all’attività del logos, che non ritratta l’implicazione del discorso impostato, si perita della pluralità. Le personali della composizione adattate al discorso promettono il disagio, la perfida acca non eccepisce l’intromissione nella pluralità del secondo elemento, il logos non si astiene dal dire personale. Le composizioni personali turbate dai loghi intrattabili, esperiscono la decorrenza dei termini, l’escatocollo senza parole, non dicono alcunché, ritornare alla semplicità del dire è ritenuta una peripezia che trasborda le facoltà delle persone.