Finalmente è giunto il giorno del colloquio. Come da accordi presi in precedenza, pattuiti in reciprocità, il gesto occupa la soglia dell’impressione, il vocabolo è delineato di tutto punto. I suggerimenti della calligrafia non sono dispersi nel vuoto, la bellezza del vocabolo è incantevole. I lineamenti della dizione non truccano la carta, il vocabolo cosmetico è tutt’altro che appesantito dalla coerenza della matita. Il vocabolo incantevole e cosmetico dà il braccio e non il significato della misura, al gesto, insieme conducono l’opportunità colloquiale. Un’ambascia comprime il vocabolo, il rischio dell’illeggibilità e dell’equivocità è al momento ineludibile, il gesto fa appello alla sensibilità e non traduce l’effusione. Il vocabolo non assente, attesoché la tensione del colloquio la distensione non è ancora duratura; sordo all’esprimibile il gesto sostiene di lasciarlo parlare e non al posto di nessuno, del nesso in uno, allorquando il mimo non imiterà per piacere l’invito.

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