L’anonima strada della città in via di ristrutturazione è segnata dai passi del soma. Al primo richiamo che non fa eco al suo nome il soma è disinteressato, al reiterato appello che asseconda l’allusione è solerte. Senza contrappasso e senza l’asse del diallelo, il soma si volta con la percezione di un rema. Eccettuato un accenno, il rema richiede la legittimazione. La certezza. Rassicurato, il rema immagina la forma del soma, il soma è in forma. Con garbo la forma risponde ad una qualità immutabile dell’essere, dall’improprio modo il corpo non può che esercitarne un’attribuzione succedanea. D’altronde, il rema è una venustà. In intimità essa solletica il principio della conoscenza, non è delusa, affatto, il soma relaziona una presentazione negli enumerati vani del corpo. Con rincrescimento, il rema ricorda come il soma non abbia mostrato riguardo per le sue condizioni giacché sedotto dalle declinazioni della smorfiosa. Il soma nega il corpo del ricordo, non ha provveduto a che la condizione divenisse perdizione eppure ne ha avuto riguardo. La legittimazione incentiva il contatto, la venustà polirematica sollecita il soma ad accompagnarla invano, da lei non c’è nessuno.

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