Il prestanome

L’affiliazione al clan del destino comporta un’iniziazione. L’innominabile presenta una richiesta in carta semplice, è vivamente dissuaso l’aduso della carta composta ovverossia della composizione. Una delegazione dell’atarassia passa al vaglio, senza rassegna, le referenze deputate nominabili, raccoglie in una pratica vidimata o scarta la deduzione dell’amor fati. Una volta per tutte sincerata incontestabilmente la legittimità, la sensatezza innominabile, la delegazione convoca l’aprassia iniziatica. Munito di carta semplice vistata se non obliterata, l’innominabile è tenuto alla presentazione in alibi naturalmente in contemporanea. Dacché in suo luogo è ospitato dal prestanome spetta al predetto la nominazione non annegata. S’intende che il nome prestato deve restituire nel convenire la proprietà condizionata dall’interesse, l’ex innominabile ossia il nome non negato acquisisce di diritto i beni dell’essere, affiliato al clan del destino può reiterare in modalità insensata la formula ontologica per l’apparenza del fenomeno.

La dianoia non incline alle predicazioni nominali è sul punto di dare il via libera all’irruzione, allo sconfinare che disporrà in modalità sconveniente un fermo all’iter clandestino.

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La controscena

In copisteria, un figurante la seduzione, un trasfigurante il detto soprannominato dagli appassionati il Dioscuro dispone la cartografia spiegazzata su uno spazio inoccupato. Ora, nel vano che plagia lo spazio, il posto non occupato non rappresenta né ripresenta la dimensione o la controfigura della commisurazione. Lo spazio invano o il vano despazializzato non sovrappone in un impilare le carte piegate, esso altro non è che un’esposizione svuotata, carente di ricadute. La cartografia spiegazzata dimostra una disponibilità in bilico tra le incomprensioni della vanità e il versante della delimitazione. Dopo aver incrinato la circostanza, l’enunciazione che riprende la compassione ontologica, lo stato dell’essere e la sua partecipazione all’apprensione, il presente dell’essente, incuriosito l’appassionato espropriato dei titoli impetra il Dioscuro con l’emotività della cartografia spiegazzata invano. Il figurante la seduzione, il trasfigurante un detto soprannominato dagli appassionati il Dioscuro e dai compassionevoli il sosia che non si aspetta necessita di una copia della carta d’identità, evidentemente né duplice né abbinata.

Saggio

Con il senno di poi, il senno di tergo che non fa capotorto al principio della ritorsione, non avrebbe crepato l’accento, costituitosi di diritto quale onestà. Alla mercé della reputazione cui non fa difetto l’impensierire, l’accento strepitante è codificato e consegnato in un inventario. La recisione della particola separa il partitivo dal genitivo, si commuove suppergiù all’intensità delle specifiche, non manca di predisporre la vacanza. In luogo della mercede i particolari attivano la differenza, l’accento strepitante reperisce nel pluteo della segnatura la decodifica della merce, il puntiglio di una de defilata.

Con il senno di poi, il senno estorto con qualifica, avrebbe acconsentito al caso contrario, ovverossia alla gravità dell’accento, potrebbe incondizionatamente soffocare sennò il poiché trabocca.

Nel caso contrario sennò l’accento da strepitante stona con il testo, sovviene senza sottintesi, viene in mente l’artificio, l’insufflazione bocca a bocca.

Alternativa

A un giorno dalla scadenza il discorso dell’uomo non diverge dal pressappoco del segnare a dito. L’impronta dell’antropologia s’impunta sul senso smacchiato dell’affermazione e della negazione. L’antropologia del sì e del no risponde con immutabile sintesi all’impertinenza dell’alternato discorso dell’uomo. L’antropologia del sintetico addita nel pressappoco un giorno sì, un giorno affermato e un giorno no, un giorno negato, l’appropriatezza dell’uomo. Il discorso dell’uomo riverbera l’avvicendare nel giorno negato, ossia l’uomo del giorno affermato differisce dall’uomo del giorno no. I sintetici che, per farla breve, rumoreggiano l’antropologia non riconoscono il discorso riferibile all’uomo del giorno per cui non suscitando il dubbio circa la sua indifferenza, ritengono che sia un effetto in ipostasi della contingenza. L’uomo del giorno è alle prese, è invischiato in un giorno no, è risaputo all’antropologia del sintetico. Eppure l’impertinenza dell’alternato discorso non ha requie, l’antropologia del giorno alternato è irriferibile ad un’approssimazione dell’affermazione negligente e della negazione confermabile. In assenza di un rinvio l’antropologia alternata, il discorso dell’uomo enuncia il discutibile quotidiano, il discorso alternato dell’uomo a cui non succede il discorso dell’uomo alternato.

Alessia

Uno scapestrato non ché abbia perso la testa, catalogato all’anagrafe con il nome proprio di Alessio, disavvezzo all’onomastica, immagina l’incontro dell’anomalia precedente il quotidiano. Più che ricordare l’ipostasi del succedere, l’apostasi dell’accadere, senza muovere un’osservazione minuziosa sente il discorso imaginifico e non il decorso dell’immaginario. L’evocazione della linea incurvata nell’angolazione femminile disperde la sensualità orale. Il senso sboccato più che incorporare la forma della donna evoca, vagheggia la voce fuori campo semantico che ha infiammato il logos relativo. Alessio perverte la seduzione, la disparte, per cui si rimette alla coscrizione, mette per iscritto, senza irritazione, la dilatazione dell’infiammazione da contatto con il desio di consegnare la scrittura all’approssimazione quotidiana, sempreché l’Alessia sia rivedibile, non da passare in rivista.

Il distacco

La notizia non è smentita, il corpo al tatto in seguito ad una comprensione alberga nell’intimidazione di una struttura di primo intervento. L’impalpabile cui difetta il compassare in rassegna, sopraggiunge nel trasbordo dell’alibi intangibile. Ivi, in palindromo e con il responso della soma, adempie la preoccupazione intangibile. Finora la struttura di primo intervento non seconda l’ospitalità, ragion per cui tanto le puntate quanto i salti delle affinità o delle similitudini sono rinviate alla perspicuità. Con un contatto evanescente l’impalpabile e l’intangibile trasgrediscono l’intimidazione strutturata. Sebbene intatta non incorpora tantomeno ovvia la partecipazione mai ravvicinata, oramai prossima dell’insensibile. La furtività intangibile emulata dal guardingo impalpabile e senza contraccolpi dello sgarbo circospetto, non obietta la comprensione del corpo al tatto.

Dismimia

La coreutica non consente più le estrosità della solitudine. La coreutica è desolata, fin quando la solitudine si limitava alle stranezze di primo acchito nella ridondanza della forma, lo spasso era un consenso tuttavia nell’addizione di una dismisura che oltrepassa gli aspetti formali l’estro della solitudine aliena il consenso. Il più che distorce la dizione d’acchito, più che volteggiare di contrappunto, trapassa la solitudine in una difformità impercettibile, insomma l’estro si mostra in qualità di una smorfia. Uno ad uno i coreuti isolano il rimprovero, incorporano il raduno delle coreute affinché l’iniziazione ad una compagnia riprenda il giro del ballo, riprenda in giro il risalto. Con le estrosità la solitudine è accompagnata dalla smorfiosa, ossia da una inespressività della dizione e, soprattutto, da una sospensione della morfologia che, nel caso mai più consentito, è rappresentata da una serie di passi tutt’altro che spassosi, irrintracciabili. Passi che immobilizzano le orme senza tornare sulle proprietà.

Batticuore

L’impulsiva ripercuote lo strumento eppure non c’è nulla da fare, la ripercussione non è disfatta, lo strumento non ribatte. Compreso nell’estensione dell’appello accorato, l’impulsivo che per vezzo non dà risalto all’umore, il soprassalto in malumore e l’assalto nel buonumore, ripone la denominazione ai piedi del ritmo e riduce l’origine strumentale. Nell’apprensione della pulsazione, incontrovertibilmente smisurata, placa l’alterazione in contrazione, ossia l’impulsivo contrariato dalla percussione impulsiva non altera l’antipatia quanto la commuta in una sosta seducente. Nel fuori di via strumentale l’impulsiva ribatte all’ovvietà ripercossa dell’impulsivo con il suvvia che non fa caso.

L’impulso fibrilla all’ectopia in mozione occasionale, l’occaso fuor di luogo.

Il retaggio

Il notaio convoca repente gli isti e un iano. Prima che i suffissi pospongano la determinazione e la riforma egli li esorta all’accomodamento, ovvero l’espressività del linguaggio espropriato. Il notaio enuncia che tanto gli isti quanto un iano, in una revisione d’insieme, si ritengano quali rinunciatari della tradizione per un adattamento alle proprietà di linguaggio, ossia riportino in analogia la denuncia in proprio del linguaggio. Nell’ora ammodo, in modo dell’ognora, gli isti non conformano un iano, il timore del tradimento nominativo, della relazione adulterata con il soprannome, nel prefiggere diviene inconfutabile. Il notaio dissuggella il legato senza lascito, la penultima parola dichiara che intra gli isti si ripartisce la derivazione della nozione nel mentre che un iano frena la mobile irragionevolezza del concetto. Prima che i suffissi in ista anticipino la revoca del concetto ragionevolmente immoto, il notaio legge una postilla del legato senza lascito. D’un tratto il notaio è un termine di veto, non può essere tratto, egli diviene il nota-io.

Ondivago

Un framezzo scevera lo smussare, la decorrenza del donde e del d’altronde. Il frangere delle baraonde sul tornante degli scoli, la scoliosi, dona un senso di entente. L’euritmia del decorso e della frazione quantunque ovatti la risonanza degli enti è tutt’altro che prossima al tamponare le anse con il nodo eccellente e idrofilo del benessere. Situato su uno scolio isolato, circondato tanto dalle ricorrenze quanto dalle derivazioni liquidate quali superficiali, un framezzo è lungi dallo sprofondare. Senza l’idratazione di una frizione su cui scivolano, secondo gli insegnamenti, le gocce di superficie o sgocciolano i viluppi degli approfondimenti, un frammezzo sospende tanto il dire quanto il fare.

Nel meriggio lo scolio isolato non è desituato, nel framezzo la scoliosi, il tornante degli scoli, è strapazzata dai proverbiali detti nonché dai proverbiali fatti, i primi anelano al sussulto per poi emergere in superficie, i fatti appetiscono la sostituzione, si sovrappongono agli scoli per schizzare le onde rifratte.