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Alessia

Uno scapestrato non ché abbia perso la testa, catalogato all’anagrafe con il nome proprio di Alessio, disavvezzo all’onomastica, immagina l’incontro dell’anomalia precedente il quotidiano. Più che ricordare l’ipostasi del succedere, l’apostasi dell’accadere, senza muovere un’osservazione minuziosa sente il discorso imaginifico e non il decorso dell’immaginario. L’evocazione della linea incurvata nell’angolazione femminile disperde la sensualità orale. Il senso sboccato più che incorporare la forma della donna evoca, vagheggia la voce fuori campo semantico che ha infiammato il logos relativo. Alessio perverte la seduzione, la disparte, per cui si rimette alla coscrizione, mette per iscritto, senza irritazione, la dilatazione dell’infiammazione da contatto con il desio di consegnare la scrittura all’approssimazione quotidiana, sempreché l’Alessia sia rivedibile, non da passare in rivista.

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