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La mensa dei cinici

Un piano imbandito, un circolo delle vivande carente di spessore, ribelli monosillabi posati, un nucleo antologico, più di un solvente irreversibile. I commensali dalla distinzione delle abitudini in fieri le preservano dai monosillabi con i significati. Si dedicano a che esse non siano marchiate. Un commensale dalla prima parola, da non equivocare con il convitato che prende per primo la parola e non solleva dal piano imbandito le due pagine della metafisica dei costumi, avvicina alla bocca il monosillabo intrecciato alla lettera sdoppiata in una lessicometria della forchetta. Diluisce la prima parola con la duttilità della lingua. Un commensale di contorno deliba la parola con la versatilità della lingua. Un commensale negato per i secondi sdilinquisce le spezie. La conversazione delle parole mangiate non raggira un tema, tocca di sfuggita gli schizzi, un amalgama di parole triturate e farfugliate, di secrezioni di una lingua reversibile. Sillabe e lettere indigeribili maculano, senza rilievi, il bando appianato. Un commensale smodato, nella forchetta della parola e della lingua, suscita un conato di vomito, dal reflusso delle insaziabili parole ne deforma una coscrizione. Gli avanzi della conversazione sono inghiottiti da un cinico ospite, insaziabile di onomatopee.

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